Roma 2015 - Dobbiamo Parlare di Sergio Rubini: Recensione in Anteprima

Sergio Rubini torna alla regia con Dobbiamo Parlare, film 'alla Carnage' che trasuda deja-vu

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Un chirurgo, una ghostwriter, una dermatologa e uno scrittore. Due coppie, una casa e un'unica notte per iniziare realmente a parlare d'amore. Il loro amore. 25 anni dopo il folgorante debutto alla regia con La Stazione, premio della Settimana Internazionale della Critica di Venezia, David di Donatello e Nastro d’Argento come miglior regista esordiente, Sergio Rubini torna ad un cinema ambientato in un unico spazio con la sua 12esima fatica, Dobbiamo Parlare, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Un'opera nata per il teatro e poi diventata lungometraggio, quella dell'autore pugliese, qui interessato ai rapporti di coppia e al peso delle parole all'interno di essi.

Vanni, 50 anni, è uno scrittore affermato, anche se da tempo non vende più come una volta. Da dieci anni vive con l'amata Linda, ex sua allieva che di anni ne ha 30 e che da qualche anno collabora ai suoi romanzi, rimanendo però costantemente nell'ombra. I due vivono in affitto in un pazzesco attico con mega-terrazza al centro di Roma e si apprestano ad uscire per una cena di lavoro. Se non fosse che in casa irrompa Costanza, migliore amica di Linda che porta con se' atroci sventure: suo marito Alfredo, stimato cardiochirurgo detto 'il prof', la tradisce infatti con un'altra. Da questa piccola 'bomba' prenderà rapidamente vita una lunga nottata di recriminazioni e rancori incrociati, perché dopo aver iniziato a svuotare sacchi pieni di segreti anche Vanni e Linda, ovviamente, inizieranno a vomitarsi addosso di tutto...

Come fare a non pensare a Carnage di Roman Polański, meraviglioso film nato dall'opera teatrale Il dio del massacro della drammaturga e scrittrice francese Yasmina Reza, per non parlare del più recente Il nome del figlio di Franesca Archibugi, remake del gioiellino francese Cena tra amici. Dinanzi all'ultima fatica di Rubini, vuoi o non vuoi, è il deja-vu a farla da padrone, limitando di suo un'opera innegabilmente più consona ad un palco teatrale che ad un grande schermo. Perché esagerata in tutto e per tutto. Nelle dinamiche tra i protagonisti, nell'evoluzione della 'nottata', nella sfiancante cascata di urla che per 90 minuti di fatto stordiscono il povero spettatore e nella stereotipata caratterizzazione di questi 4 personaggi. Perché se la coppia formata da Rubini (insostenibilmente pacato) - Ragonese (sempre troppo oltre) si può definire 'bohemien', essendo entrambi intellettuali di sinistra ma con attico in centro e filippino, quella targata Fabrizio Bentivoglio (una sorta di Massimo Ferrero chirurgo) - Maria Pia Calzone (in fase di decollo dopo Gomorra - la Serie) non può che essere legata al centrodestra più caciarone, ignorante e costantemente assillato dal pensiero del dio denaro. Da una parte la rappresentazione plastica dell'amore e dell'onestà relazionale formato 'radical-chic'; dall'altra quella esibizionista che dichiara quasi con orgoglio guerra alla 'verità', perché 'omettere' e 'celare' sono due verbi che nessuna coppia al mondo dovrebbe mai cancellare dal proprio vocabolario.

Avanguardia pura, potremmo dire, perché Rubini non ha fatto altro che mettere in scena uno scontro socio-culturale nonché generazionale visto tante di quelle volte da non stupire più, soprattutto se fatto venire a galla in un'unica serata e in un unico spazio. Sai che novità. La domanda che si pone il regista, ovvero cosa, tra l'amore con la 'A' maiuscola e la 'zavorra' dei beni prettamente 'materiali', sia in grado di cementificare una coppia, si sgonfia rapidamente dinanzi a questa 'guerra d'appartamento' che da subito, dopo pochi minuti, prende vita senza mai fermarsi fino all'affrettato e neanche a dirlo spropositato finale.

Che si rida, in Dobbiamo Parlare, è innegabile, grazie all'eccentrico e spropositato personaggio interpretato dal milanese (e qui romanissimo) Fabrizio Bentivoglio, talmente tronfio, borghese e odiosamente antipatico da risultare paradossalmente simpatico, ma è il bilanciamento tra rapporti, personaggi e storia stessa che non tiene, finendo di fatto per stancare. La forza di Carnage, per tornare a Polanski, era ad esempio anche la sua breve durata (poco più di 70 minuti), mentre Rubini straborda, trascina e sfinisce, prolungando questo straziante confronto a 4 per almeno un quarto d'ora di troppo. Proprio l'esplosione relazionale tra lui e la Ragonese, tra le altre cose, è quella meno convincente anche dal punto di vista puramente espressivo, con l'attrice onestamente insopportabile nei suoi accentuati scatti d'ira (eloquente la scena del gatto).

Forzatamente cinico nel prendere una posizione sulla domanda prima menzionata, che di fatto 'affonda' quel Titanic privo di orpelli, scialuppe e lussuose cabine chiamato 'amore', Rubini finisce involontariamente per rafforzare una verità che lui stesso pronuncia negli abiti dello scrittore Vanni, giustamente preoccupato dalla costante perdita del proprio pubblico, che probabilmente lui non riesce più ad intercettare. Per l'appunto, caro Sergio, è da La terra (2006) che registicamente parlando si susseguono delusioni. Che sia arrivato il momento di porsi qualche domanda?

Voto di Federico 5

Dobbiamo Parlare (Ita, commedia, 2015) di Sergio Rubini; con Sergio Rubini, Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone e Isabella Ragonese - dal 19 novembre al cinema.

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