Zero Days: recensione in anteprima del film in Concorso a Berlino 2016

La Storia, con la maiuscola, passa dalla Berlinale. Zero Days di Alex Gibney è il solito saggio visivo dal discreto appeal, che però stavolta varca i confini del grande schermo per riversarsi nell'attualità, addirittura anticipandola, sebbene di poco

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Un anno fa usciva qui in Germania Blackhat (da noi arrivò a marzo), un film che chi scrive ha talmente apprezzato da inserirlo tra i suoi migliori del 2015. Dodici mesi dopo a Berlino, in Concorso però, è presente Zero Days, l’ultimo documentario di Alex Gibney. Uno che non si è mostrato indifferente all’argomento già anni addietro, quando con We Steal Secrets affrontò il discorso in una prospettiva più ampia.

Zero Days, nello specifico, si concentra su Stuxnet, un malware di pregevolissima fattura («non ha bug, ogni codice fa qualcosa e la fa bene», evidenzia un esperto intervistato) che nel 2007 colpì la centrale nucleare di Natanz, in Iran. Malgrado le continue smentite da parte degli esponenti del governo dell’allora presidente Bush, non ci si mise molto a scoprire che furono proprio gli Stati Uniti, l’NSA nello specifico, a fabbricare il virus e far partire l’attacco. Una pagina importante della storia recente, alla quale alcuni fanno risalire convenzionalmente l’inizio della cyber-guerra, considerando l’Iran la prima vittima della storia mediante cyber-attacco.

Astenersi intolleranti del complotto e affini; Zero Days non fa altro che mettere ordine tra i fatti a noi noti, pochi, lasciandosi dietro una cappa devastante. Ma soprattutto integrando in chiusura una notizia sensazionale: l'esistenza di Nitro Zeus (ci torniamo più avanti). A tal punto certi complottisti si sono negli anni trasformanti nella parodia di sé stessi, che non si sa davvero come discutere su certi argomenti riuscendo al tempo stesso a non risultare un alienato. Ma soprattutto, ad apparire credibile. Gibney in parte ci riesce, e questa rappresentava la sfida più impegnativa. Alla fine il messaggio però quello è: siamo fregati! A meno che… no, siamo fregati!

Il regista di Going Clear ha un’insolita capacità nel tenere desta l’attenzione, facendosi in ogni caso seguire; i suoi sono documentari particolari, veri e propri saggi visivi, che fanno fondo a tutti gli accorgimenti a cui possono attingere, dalla computer grafica più elaborata a tutta una serie di immagini “impossibili”, senza contare il ricorso costante ad una colonna sonora che incalza, raramente interrotta, se non quando intende evidenziare che la persona che sta parlando sta dicendo qualcosa di fondamentale ai fini del discorso.

Ed a conti fatti Zero Days fa un riassunto alla portata, abbordabile, in cui viene illustrata la situazione in maniera chiara ed eloquente, con tanto di stoccata finale. Dà perciò adito a paranoie di vario tipo? Diamine se lo fa! Quando si pensa che per poco non si è sfiorata la Terza Guerra Mondiale solo perché al vocabolario di guerra mancano ancora termini adatti a descrivere l’operato degli USA in occasione dell’attacco a Natanz, viene amaramente da sorridere. Eppure non c’è proprio nulla da ridere.

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Un ruolo di rilievo ha avuto anche Israele, che venuta in possesso di una “copia” di Stuxnet, apportò delle modifiche ed agì per conto suo, servendosi di una variante ancora più fuori controllo. Certo, Gibney in questo caso, come già accennato, compie più un’opera di risistemazione; d’altro canto un po’ di coraggio ci vuole per descrivere il governo israeliano come doppiogiochista. Zero Days infatti ci mette anche a parte della politica di Netanyahu, primo ministro israeliano, volta a “costringere” gli USA ad esporsi contro l’Iran al fine di bloccarne la corsa all’armamento nucleare.

Dapprima gli americani sembrano aver retto il gioco, salvo in un secondo momento essersi resi conto di essersi spinti troppo oltre e fare un passo indietro; da qui la decisione da parte d’Israele di procedere per conto proprio, senza consultare alcun organo internazionale, né tantomeno gli Stati Uniti. Un concorso di responsabilità alla cui origine Zero Days tenta di risalire: questo è praticamente l’intento del documentario.

In tal senso si mostra oltremodo preziosa la testimonianza di un anonimo dipendente dell'NSA, che ha confermato il coinvolgimento dell’Agenzia da principio, e con il beneplacito tanto di Bush quanto di Obama. Nemmeno sotto la legislatura dell’attuale Presidente USA, infatti, sono stati negati i 50 miliardi alla voce cyber-armi, per di più quale misura d’offesa e non di difesa. C'è di più. Come riporta in queste ore il New York Times, sebbene il progetto Nitro Zeus abbia avuto origine sotto Bush, è stato proprio Obama a rinvigorirlo come mai prima, chiedendo al generale John R. Allen di sviluppare un piano specifico nel caso in cui i negoziati dell'ottobre scorso con l'Iran non fossero andati a buon fine.

In conclusione, cos'è Nitro Zeus? Tale è la portata della notizia che nelle ultime ore è stata battuta dai giornali di mezzo mondo, proprio in concomitanza con la prima di Zero Days qui a Berlino. Nitro Zeus non è che la denominazione del piano, ben più ampio, in relazione al quale Stuxnet non era che una prima, timida tappa. La fonte anonima di Gibney, proprio nell'ultima sequenza, offre uno scenario ipotetico, che va oltre la fantascienza. Immaginate un intero Paese senza luce, acqua e gas: sì, è possibile, e da qualunque parte del globo. Ma la cosa che rende ancora più spaventoso il tutto è questo: ora gli USA sanno per certo che in regime di cyberwarfare i tuoi nemici possono somministrarti lo stesso veleno. Se non peggiore. La nuova era, in cui già siamo dentro, registra un'altra pagina importante. E stavolta passa da Berlino, via Festival del Cinema. Un passaggio oltremodo appropriato, in un'epoca in cui realtà e finzione risultano mescolate, fuse come mai in precedenza, a tal punto da non distinguere più l'una dall'altra.

Voto di Antonio 8

Zero Days (USA, 2016) di Alex Gibney. Con George W. Bush, Barack Obama, Benjamin Netanyahu, Michael Hayden, David Sanger e Mahmud Ahmadinejad.

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