Wax – We are the X, intervista al regista Lorenzo Corvino

Aneddoti, curiosità, difficoltà produttive e critiche alla distribuzione italiana. Intervista a Lorenzo Corvino, regista di Wax – We are the X.

In uscita il prossimo 31 marzo con Distribuzione Indipendente, Wax – We are the X è un’opera prima a tutto tondo, avendo visto debuttare ben 12 professionalità fondamentali, vedi tra i tanti il regista nonché sceneggiatore Lorenzo Corvino, i due direttori della fotografia, il produttore, lo scenografo, il musicista, il casting director e i tre attori in qualità di protagonisti.

Un ‘instant movie on the road’ pensato per riscattare tutti quei nati tra gli anni ’70 e i i primi anni ’80, ovvero i 30/40enni di oggi, figli del precariato e del lavoro in nero. Quella generazione X cresciuta a pane e sogni irrealizzabili, perché ammazzati sul nascere proprio da quei 50/60enni che ad abbandonare la presa proprio non ci pensano. Una generazione di ‘sacrificabili’ che se in Spagna ha dato vita al movimento degli Indignados, qui in Italia ha creato solo e soltanto malcontento e disuguaglianza sociale, perché nel Bel Paese storicamente si tende a ‘sistemare’ i problemi, e non a risolverli.

Tignoso e in attesa per ben 60 mesi di poter vedere la propria creazione uscire finalmente al cinema, abbiamo intervistato proprio il 36enne regista, ora meritatamente ripagato dopo così tanta fatica.

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un ‘Self(ie) Movie interamente girato in soggettiva, con l’uso di telefonini e vari generi saccheggiati. Com’è nata l’idea di WAX e soprattutto quali sono state le principali difficoltà nel realizzare un’opera tanto atipica, soprattutto per la nostra cinematografia.

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‘L’idea iniziale era quella di girare un film totalmente con smartphone, anche perché nel 2011 nessuno aveva ancora mai realizzato un film con un telefonino. Esistevano accessori particolari, ma all’epoca nessuno ci aveva ancora provato, almeno in ambito lungometraggi. C’era stato solo un corto di Park Chan-wook, regista di Oldboy, dove aveva utilizzato un iPhone 4. Quando andammo a testare l’iPhone comprammo delle ottiche ad Hong Kong e un altro pezzo da Cincinnati, per fare dei test. Uscì fuori qualcosa di interessante, ma al montaggio ci rendemmo conto che c’era un problema enorme da risolvere. Ed ecco perché nessuno aveva ancora girato un film con gli smartphone, ovvero la frequenza con cui l’iPhone è in grado di girare. Tu avevi delle app con cui scegliere con quanti fotogrammi volevi che girasse, ad esempio 24 fotogrammi al secondo, come al cinema. Ma non erano dei veri 24 fotogrammi al secondo, quindi a volte girava a 23, a volte a 26, a volte a 21, e quando montavi la presa diretta andava tutto fuori sync. Oggi, fortunatamente, esistono delle app molto più potenti, che ti permettono addirittura di utilizzare l’audio in camera dell’iPhone. Quando siamo andati a girare abbiamo girato con smartphone tutta una serie di inquadrature senza dialogo in campo, ma anche quando c’era il dialogo in campo facevamo in modo che a parlare fosse chi era in soggettiva, in modo che l’audio arrivasse comunque fuoricampo’.[/quote]

Una bella sfida, è innegabile.

[quote layout=”big”]’Una gran bella sfida, perché noi comunque volevamo mantenere la magia del cinema, senza fare una sorta di Dogma. E’ una forma di rispetto per lo spettatore, qualsiasi macchina da presa tu utilizzi. L’importante è che tu sia rispettoso nei suoi confronti, anche quando fai un film d’autore, perché altrimenti rischi di cadere in una visione avanguardistica del cinema che parla a se’ stesso’. ‘Il mio modello di riferimento è stato Danny Boyle, con 127 ore, in cui aveva un solo attore e diversi tipi di macchine da presa’. ‘Quello fu un film molto personale, e questo è il modello che dovremmo inseguire noi in Italia, soprattutto noi esordienti, che abbiamo l’obbligo di sfruttare questa spinta da debutto. Perché solo all’inizio hai il fuoco dentro, sei incazzato nero e motivato per far qualcosa di diverso, prima di diventare un mestierante’.[/quote]

dando voce a quella generazione X di ‘sacrificabili’, ai quali entrambi apparteniamo, hai in qualche modo esternato una sana rabbia nei confronti di un sistema che raramente ha il coraggio di rischiare, scommettendo anche su giovani e promettenti autori. Eppure il ‘caso Jeeg Robot’, per 5 anni rimasto in un cassetto e alla fine esploso, sembrerebbe aver finalmente cambiato le carte in tavola. Credi che il cinema italiano sia arrivato al tanto atteso punto di svolta? E in caso contrario, cosa fare per raggiungerlo una volta per tutte.

[quote layout=”big”]’Me lo auguro, ho visto il film di Mainetti al Festival di Roma. Ricordo di essere uscito dalla proiezione gasatissimo, ero molto entusiasta. Ma ti dico un altro titolo che mi suscitò una simile reazione, un’opera seconda, Padroni di Casa di Edoardo Gabbriellini, un film di genere, una sorta di Cane di Paglia in salsa nord-est Italia. Un film che purtroppo è passato inosservato. Un film a mio avviso esportabile, esattamente come Jeeg Robot, che vidi al Festival di Roma con i sottotitoli in inglese. Ed era godibilissimo anche per un possibile spettatore straniero, perché provai ad indossarne gli abiti. Cosa che non mi è capitata con Quo Vado? di Checco Zalone, che ho visto sottotitolato in francese a Parigi, ad un Festival in cui avevano invitato anche noi. Ebbene non reggeva per niente. Lo leggevo in francese, mi mettevo nei panni del francese che era al mio fianco e non funzionava, eppure l’hanno girato in varie parti del mondo. Questo a dimostrazione del fatto che non necessariamente devi andare dall’altra parte del mondo per raggiungere un pubblico internazionale’.[/quote]

ma anche Wax è girato quasi interamente fuori dall’Italia.

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‘Noi l’abbiamo fatto perché dovevamo raccontare l’Italia fuori dall’Italia, e abbiamo voluto un’attrice francese proprio perché fosse lei a traghettare il film. Il nostro non è un film di denuncia, anche se affronta questa tematica. C’è una scena in cui l’attrice sottolinea come noi italiani siamo bravi a ‘sistemare’ i problemi, e non a risolverli. Ebbene con lei, che non è italiana, questa frase prende forza. Se avessimo preso un’attrice italiana, perché inizialmente quella era l’idea, sarebbe tutto apparso finto. Così è proprio lei che nobilita l’intera tematica. Non puoi capire quante pressioni ho ricevuto in qualità di scrittura affinché inserissi battute sui ‘mangiarane’ o sulla testata di Materazzi durante la finale mondiale. Volevano che smorzassi con toni da commedia riconoscibili in Italia. Ma che modo di ragionare è. Però questo è capitato, con un produttore in particolare’.[/quote]

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budget ridotto e finanziamenti privati, una dozzina d’esordi, tra i quali spicca il tuo in qualità di regista in un lungometraggio, eppure due guest star d’eccezione come Rutger Hauer e Jean-Marc Barr. Presenze sorprendenti, onestamente parlando. Come sei riusciti a convincerli.

[quote layout=”big”]’Jean-Marc Barr l’abbiamo contattato perché ci serviva una star internazionale. Inizialmente contattammo Fabrice Luchini, ma c’è un’agenda con due anni di preavviso per poter girare con lui. Abbiamo poi contattato Vincent Cassel, perché lo volevamo in coppia con Monica Bellucci. Sembra incredibile ma ci stavamo arrivando, se non fosse che li abbiamo presi nel momento del divorzio, e a quel punto Jean-Marc Barr è stata quasi una linea naturale delle cose. E’ un attore che ho sempre stimato, ma ha sempre fatto personaggi un po’ tristi, tranne Il grande Capo di Lars Von Trier. Così gli ho fatto fare un ruolo brillante. D’altronde rientrava perfettamente nella fascia d’età che avevo richiesto, perché avevo bisogno di un 50enne, di un attore appartenente alla generazione precedente dei 3 protagonisti. Quando è arrivato a Nizza ha subito fatto colpo. Lui vive a San Diego e non a Los Angeles perché è uno skater. Te lo immagini Jean-Marc skater? Arrivò con una sacca gialla tutta sporca di grasso, una t-shirt con un teschio disegnato sopra (e faceva freddo), coppola e sigaro spento in bocca. Mi vide e disse ‘i’am your bitch’. Un approccio alla mano che portò avanti anche Rutger Hauer. Perché questi attori, che sono già arrivati, che non devono dimostrare niente a nessuno, che vivono con passione quel che fanno, quando vengono a fare un piccolo film lo fanno solo perché hanno fiducia totale nel progetto. Noi eravamo tutti debuttanti, e quando un attore si ritrova in quell’atmosfera pioneristica in cui proprio loro si sono formati, cambia tutto. Ritrovano lo spirito giovanilistico di un tempo, anche perché con questo film non si sono certamente arricchiti. Li abbiamo convinti e coinvolti con il progetto. Hauer, per esempio, è figlio d’arte ma a 19 anni ha lasciato l’Olanda e ha girato il mondo con un mercantile. Ha fatto il mozzo. Ha imparato l’inglese e ha vissuto tutte quelle vite che rimanendo in Olanda, crescendo con i compagni teatrali un po’ snob dei genitori, non avrebbe mai avuto. E questo film, ci ha detto Rutger, gli ha ricordato proprio quell’esperienza. Jean-Marc, per dire, l’abbiamo avuto solo per 3 giorni, perché quello potevamo permetterci. Quei 17 minuti in cui compare li abbiamo girati in 72 ore. Un tour de force. L’ultimo giorno di riprese l’abbiamo invitato a cena fuori, in un ristorante pugliese, ma lui aveva già cenato ed era stanco. E invece la sera stessa si è presentato, anche se aveva già cenato e la mattina successiva sarebbe dovuto ripartire, per stare quelle ultime ore in nostra compagnia. E’ stato veramente delizioso. Questo per dire lo spirito con cui è stato fatto questo film. 31 giorni di riprese indimenticabili, anche se il lavoro non è poi finito lì.’ [/quote]

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Appunto, non finisce lì. Ma quanto è durato il progetto WAX.

[quote layout=”big”]’61 mesi. Tondi tondi. La prima parola di sceneggiatura l’ho scritta il 26 febbraio del 2011 e il film uscirà il 31 marzo del 2016. Sono esattamente 61 mesi’.[/quote]

E qui allora sorge spontanea un’altra domanda: perché è quasi un anno che WAX gira Festival su Festival, con proiezioni tra Nord America, Europa e Asia, eppure in Italia arriva soltanto ora. Come mai?

[quote layout=”big”]’Perché abbiamo dovuto fare centinaia di proiezioni estere per suscitare articoli su articoli che invogliassero qualcuno in Italia a darci fiducia. Distribuzione Indipendente, in realtà, non è stata l’unica strada possibile. Il problema è che noi non siamo mai stati scartati. Le 25 distribuzioni canoniche italiane, da Lucky Red a Good Films, da Teodora a Bim, non l’hanno neanche guardato. Abbiamo mandato decine di mail e mai ci hanno risposto. 4 volte abbiamo scritto alla Lucky Red, ma mai nessuno c’ha risposto. Ma ci sta, attenzione, non voglio fare polemica. Perché quando sei un regista sconosciuto e hai un produttore sconosciuto, attori protagonisti sconosciuti, non hai finanziamenti ministeriali, non hai girato il film in Italia e non hai mai chiamato giornalisti italiani sul set, non sei un figlio d’arte e non hai alle spalle esperienze parentali imprenditoriali, automaticamente è difficile emergere. Spesso mi chiedono quanto sia stato difficile reperire i fondi per il film, ed è qui che io dico ‘alt’. La cosa più difficile è stato trovare un distributore. In questi 61 mesi, i primi 15 li ho dedicati alla ricerca dei finanziamenti, ma gli ultimi 24 sono serviti a trovare una distribuzione’.[/quote]

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