Mister Chocolat: recensione in anteprima

Blanda ricostruzione inerente alla parabola del primo artista nero fattosi strada nella Francia a cavallo tra '800 e '900. Per lo più mera esposizione di quanto accaduto a Rafael Padilla, deriva alla quale nessun biopic dovrebbe mai approdare

Nella Francia del 1897 un giovane nero si guadagna da vivere, per così dire, spaventando il pubblico che accorre al circo. Rafael Padilla (Omar Sy) è una delle attrazioni della compagnia di Monsieur Delvaux, che al pubblico mostra questo nero di origini cubane per ciò che all’epoca è davvero, ossia qualcosa di insolito. Nello stesso periodo il clown Footit (James Thieree) è in discesa: i suoi numeri non fanno più presa come un tempo e, da par suo, il clown fatica a reinventarsi.

L’incontro tra Footit e Rafael risulta perciò provvidenziale: sono loro a comporre il primo duo di clown nella storia, il Bianco e l’Augusto. Un passaggio notevole per Rafael, che approda a Parigi rimanendo letteralmente ubriacato dalla sua opulenza e le opportunità che gli offre. Ma soprattutto, dalla sua popolarità. Il duo infatti conquista subito il pubblico, che accorre in massa per assistere a Footit che prende a calci Chocolat, questo il nome d’arte che Rafael assume.

L’intenzione è quella di filtrare, stemperando i toni, il dramma del primo uomo di colore ad essere riconosciuto come artista. E sì che la vicenda di Padilla è particolare anche al di là di questo già significativo traguardo, per uno scappato dalla propria terra e diventato famoso senza nemmeno avere i documenti, cosa che inevitabilmente gli comporta delle rogne. La lettura del film lascia però tiepidi, a dire poco. Sondare il razzismo dell’epoca è operazione di per sé anacronistica, e sebbene Roschdy Zem abbia il buon senso di non insistere troppo su questa falsa riga, resta che non ci offre tanto altro su cui aggrapparci.

Né visivamente, né emotivamente viene infatti giustificato il ricorso a questa storia, che è un insieme di fatti inerenti alla parabola di Rafael. Omar Sy gigioneggia come e quanto può, ma l’aria “esotica” proprio non gli appartiene, restandogli estranea dall’inizio alla fine. Uno s’immagina quale scandalo possa essere stato all’epoca un nero su un palco, con buona pace di certe anime belle che guardano a certi periodi con una certa altezzosità. Solo che la storia non ha colori, ed anche le pagine meno edificanti vanno accettate per quello che sono, ovvero passaggi, periodi transizione tra un cambiamento e l’altro.

Mister Chocolat in tal senso è, né più né meno, un vano tentativo di raccontare una storia inerente al passato senza però riuscire in alcun caso a trasmettere quell’atmosfera, quello spirito che contraddistingue il tempo e che, soli, potevano darci contezza di un dramma umano di questa entità. Fin troppo fiducioso nella portata degli eventi, il film si adagia su di essi, sperando che riescano a trainarsi da sé. Lo sforzo perciò risulta minimo, a parte la ricostruzione in termini di costumi e scenografia, i quali però non bastano.

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Nemmeno aiuta la scarsa alchimia tra Sy e Thieree, che non legano mai come dovrebbero, danneggiando una delle componenti potenzialmente più interessanti del film, ovvero il rapporto tra Footit e Chocolat lontano dalla luce del palcoscenico. Ancora una volta prende il sopravvento il messaggio, che passa per esempio dal prigioniero politico haitiano che incalza Rafael circa l’importanza del suo operato, invogliandolo «a fare la differenza». Svilendo però così la realtà di quanto avvenuto, qui riportata fedelmente, certo; ma che ci rimane a distanza, sfiorandoci appena, mentre l’epilogo avrebbe dovuto rappresentare l’apice narrativo di questa importante storia.

Mister Chocolat perciò, come altri biopic analoghi, rimane vittima della mancata rielaborazione in chiave cinematografica; in altre parole in un trattamento che ne giustifichi o anche solo legittimi l'approdo sul grande schermo. Virginia Woolf sosteneva che i fatti, per quanto curiosi, di per sé «sono una forma di narrativa piuttosto scadente». Di conseguenza filtrarli in maniera consona non rappresenta un semplice vezzo bensì un passaggio ineludibile al fine di renderli davvero interessanti. Lezione che troppo spesso tendiamo a dimenticare.

Voto di Antonio 4

Mister Chocolat (Chocolat, Francia, 2015) di Roschdy Zem. Con Omar Sy, James Thierree, Clotilde Hesme, Olivier Gourmet, Frédéric Pierrot, Noémie Lvovsky, Alice de Lencquesaing ed Olivier Rabourdin. Nelle nostre sale da giovedì 7 aprile.

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