Tartarughe Ninja: Fuori dall’ombra – recensione in anteprima

Fedele al prequel in tutto e per tutto, Tartarughe Ninja: Fuori dall’ombra si risolve nuovamente in un prodotto sgangherato, la cui concezione d’intrattenimento tutta velocità e poca sostanza va per lo più respinta

Tartarughe Ninja: Fuori dall’ombra è un progetto coerente con il suo predecessore, né poteva essere altrimenti: il quasi mezzo miliardo di dollari incassato in tutto il mondo la scorsa volta rappresenta, da par suo, un più che valido motivo per restare fedeli allo spirito. Shredder è tornato, sebbene stavolta il pericolo non sia soltanto lui: Krang, uno strano extraterrestre cerebroforme ha un piano per conquistare il pianeta Terra, ed il Clan del Piede, insieme al suo capo, sono ciò che fa al caso suo.

Tutto comincia con le quattro tartarughe che si lasciano correre dall’Empire State, giusto per capire che ci troviamo ancora una volta a Nuova York. Ed ancora una volta viene reiterata l’appartenenza dei quattro eroi mutanti al contesto: sono loro i paladini della Grande Mela. Un’affermazione che serve da programma per veicolare il tenore ma forse pure la direzione che questa saga intende prendere, sempre più cinecomic anziché no. La chiusa, in tal senso, non dà scampo a fraintendimenti: le tartarughe ninja «sono gli eroi che New York non merita ma di cui ha bisogno» (cit.), risolvendosi perciò in una sorta di Batman per un pubblico più giovane.

Ed è questo il punto, quel nodo che limita oltremodo il progetto. Cambiano battute e riferimenti, ma il tenore è sempre lo stesso, ossia quello che punta ad un pubblico di giovanissimi, avulsi però dal fenomeno Tartarughe Ninja. Un’operazione sintetizzata in maniera alquanto strana ma efficace dal look di Bebop, che insieme a Rocksteady formano il celebre duo che nel cartone cerca sempre maldestramente di sbarrare la strada alle tartarughe: occhiali e pettinatura tipicamente anni ’80, calati in un contesto attuale. Della serie originale questo sequel a cavallo tra CGI e live action mutua la medesima innocenza, l’inconsistenza narrativa che era più che compensata, per noi bambini, dallo stupore per queste tartarughe umanoidi che spartivano mosse di karate e facevano sorridere.

Oggi tutto questo non può evidentemente fare la stessa presa, anche sforzandosi, per quanto possibile, di accostarsi al film con gli occhi di venticinque anni addietro. A chi stesse pensando che tali considerazioni siano mosse da nostalgia, si ricreda: è esattamente l’opposto. Quella cosa è figlia del proprio tempo, mentre adesso tocca reinventarsi, consapevoli di avere a che fare con un pubblico trasversalmente più smaliziato. È vero, rispetto al prequel qui si avverte una maggiore compattezza, che consiste in un minore spreco di soluzioni sia visive che narrative; come a dire che il film procede senza particolari intoppi, al netto di un nonsense su cui però non si ha alcun controllo.

Non si tratta di rendere “ordinario” un gruppo di tartarughe cresciute ed allenate da un sorcio di fogna, bensì di renderlo interessante; manca invece quella coerenza interna al contesto di riferimento, stesso problema che si presentò due anni fa. Questa però è la rotta presumo. Una direzione francamente discutibile, per quanto più che fondata da un punto di vista puramente commerciale. Ma siamo anche al punto in cui si sta cercando di cavare qualcosa dallo sviluppo dei protagonisti, per cui Fuori dall’ombra rappresenta quel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la stessa in cui si sente l’urgenza di autodeterminarsi.

La vicenda infatti riguarda un siero di colore viola capace di trasformare gli esseri umani nella loro controparte animale (da qui vengono fuori Bebop e Rocksteady). Alle tartarughe invece fa un altro effetto, ossia quello di renderli del tutto umani. Il gruppo si divide, litiga, per via dell’età ciascuno comincia a mettere in discussione il gruppo a beneficio dell’individuo. Alla fine però tocca comunque sventare il piano di Krang e Shredder. Con una April/Megan Fox leggermente più incline a mostrare le proprie grazie ed un alleato aggiunto, Casey Jones (Stephen Amell).

Tartarughe Ninja: Fuori dall’ombra è semplicemente lo sgangherato risultato di un progetto su cui non si avverte per nulla il peso di un universo che lo giustifichi, verso il quale si atteggia per lo più come una copia contraffatta. Una formula che dovrebbero rigettare per primi proprio coloro che si dicono amanti di certo tipo di produzioni, poiché film come questi manifestano l’erroneo ancorché diffuso e largamente accettato concetto per cui lo sfoggio tecnico tenda per lo più a coprire l’inconsistenza di fondo.

D’altronde, che questo sequel non sia rivolto, almeno esclusivamente, ai bambini lo dice la provocante mise da scolaretta che sfoggia la Fox all’inizio del film; o forse a qualcuno piace credere che chi apprezza certe cose sia lo stesso che non si pone alcuna domanda sul perché a Raffaello non abbia riserve sul lanciarsi da un grattacielo, mentre da un aereo, col paracadute, proprio non riesce. Insomma, ancora una volta le tartarughe ninja vale la pena ricordarle così: Krang perfidamente incazzoso e sintetizzatore a palla.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”4″ layout=”left”]

Tartarughe Ninja 2: Fuori dall’ombra (Teenage Mutant Ninja Turtles 2, USA, 2016) di Dave Green. Con Alan Ritchson, Noel Fisher, Pete Ploszek, Jeremy Howard, Megan Fox, Laura Linney, Will Arnett, Stephen Amell, Alessandra Ambrosio, DeAndre Jordan, Matt Barnes, J.J. Redick, Austin Rivers, Spencer Hawes, Tyler Perry, Brian Tee, Danny Woodburn, Judith Hoag, Gary Anthony Williams, Brittany Ishibashi e Stephen Farrelly. Nelle nostre sale da giovedì 6 luglio.

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