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Venezia 2016: Rocco, la recensione in anteprima

Un Rocco realmente nudo, intimo e forzatamente tormentato, nel doc di Thierry Demaizière e Alban Teurlai.

Diego Armando Maradona sta al calcio come Rocco Siffredi sta al porno. 52 anni fa nato ad Ortona, Rocco Antonio Tano, questo il suo nome all’anagrafe, è da oltre tre decenni un mito della pornografia internazionale. Centinaia di film girati, diretti, prodotti, decine di premi vinti, una moglie, due figli ma soprattutto 24 cm di lunghezza e 16 cm di circonferenza. Di cosa si stia parlando è evidente, tanto da portare Thierry Demaizière e Alban Teurlai, registi di questo documentario presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori, ad aprire le danze con un primo piano del celebre membro di Rocco, assopito e bagnato dalla purificante acqua della doccia.

Un dietro le quinte sull’Universo porno che da anni, oramai, vede Siffredi indiscusso Re, seguendo di fatto gli ultimi 24 mesi di carriera di un mito nazionale. Questo è Rocco della coppia Demaizière-Teurlai, incapace di imboccare una precisa direzione dopo aver aperto mille parentesi. I due registi hanno seguito Siffredi durante le sue ultime produzioni internazionali da ‘attore’, provando nel frattempo a spogliare il Rocco da tutti conosciuto per mostrarne la sua parte più intima e privata, ma soprattutto combattuta e sfaccettata.

Un Rocco show in cui è il superego dell’uomo a trasparire, facendo automaticamente perdere ogni traccia di spontaneità ad un progetto che involontariamente scivola da subito verso la docu-fiction. Perché Siffredi non è solo attore ma anche personaggio, tanto da trovarsi da sempre a proprio agio dinanzi alle luci di una telecamera. Il penalizzante risultato torna così in faccia ai due registi, naufragati in un racconto che ha l’unico vero pregio di mostrarci un mondo, quello del porno, ai più sconosciuto, perché faticosamente sfiancante e per le donne (parola di Kelly Stafford), tutt’altro che degradante (d’altronde se una donna va con 100 uomini è una tr*a ma se è un uomo a farlo un eroe, perché?).

A raccontare la propria storia è lo stesso Siffredi, tra autocompiacimento, frasi fatte e lacrime, mentre a tacere sono purtroppo i tanti che popolano la sua vita. Poco, pochissimo spazio per la moglie Rosa, quasi nullo quello dedicato ai figli Lorenzo e Leonardo, inesistente quello pensato per i fratelli e le sorelle.

Un tributo ad un divo del sesso che si mostra forzatamente tormentato (da imprecisati demoni), o almeno questo è quel che traspare, e da oltre 20 anni affiancato dal cugino Gabriele. Un uomo che ha abbandonato un sicuro ma noioso posto in banca per seguirne le ‘doti’, tramutandosi nel corso del tempo nel visionario ma confusionario ‘regista’ di Siffredi. Si sorride, dinanzi ai loro continui battibecchi da set (tanto da sognare una futura possibile partecipazione di coppia a Pechino Express), ma anche se ben diretto e fotografato Rocco delude, perché incapace di soddisfare anche solo una delle tante, troppe linee narrative tracciate.

Un vero e proprio monologo del ca**o, volendo citare la celebre opera teatrale di Eve Ensler, in cui a trasparire è l’eccezionale dote recitativa di Rocco, qui in/volontariamente regina indiscussa di un documentario che sembrerebbe non avere nulla o quasi di genuino.

[rating title=”Voto di Federico” value=”5″ layout=”left”]

Rocco (doc, 2016, Francia, Italia) di Thierry Demaizière, Alban Teurlai; con Rocco Siffredi, James Deen, John Stagliano, Abella Danger, Kelly Stafford, Mark Spiegler – Giornate degli Autori.