The Beatles: Eight Days a Week – recensione del documentario di Ron Howard

Gli anni in tour, dal quasi anonimato a star planetarie. L’ascesa dei quattro ragazzi di Liverpool raccontata attraverso tanto materiale di repertorio ed una storia che parla delle origini non solo dei Beatles ma di un’epoca, la nostra epoca

Una donna chiede a quattro scapestrati che dall’oggi al domani sono passati da perfetti sconosciuti a idoli: «perché siete così tremendamente snob?». Uno dei due, si chiama Paul, risponde: «no che non lo siamo»; John rincara la dose aggiungendo «è la tua versione», mentre George, un terzo, dice la sua «lo siamo nella tua testa». Alla fine però John taglia corto: «forse ti sembriamo snob perché non ti diciamo ciò che vuoi sentirti dire». Così erano i Beatles a metà anni ’60, quando il mondo non fece in tempo a conoscerli che ne era già estremamente invaghito.

The Beatles: Eight Days a Week dice tutto già nel titolo; si tratta dei due anni in cui il celeberrimo gruppo di Liverpool girò per il mondo senza tregua, sostenendo ritmi e pressioni tremende. Furono i primi ma anche gli ultimi concerti della band inglese, che da allora si esibì una volta soltanto “in pubblico”, dal tetto dell’edificio in cui avevano i propri uffici di Londra. Diventa perciò, questa, un’occasione per affacciarsi ai folgoranti esordi dei Beatles, oppure, qualora si fosse dei fan consolidati, per prendere visione di video e audio inediti.

Tuttavia si sbaglierebbe chi pensasse che il documentario di Ron Howard riguardasse meno il pubblico che la band. The Beatles: Eight Days a Week non fa altro che calarci in questi contesti dalle folle oceaniche, di gente che urla, si strappa qualunque cosa abbia addosso, sviene, piange, si diverte e poi comunque sviene. Non ha certo il piglio indagatore, nel senso che non si tratta di uno studio sull’appassionato tipo, su cosa spinga orde di persone a partecipare, e con tale trasporto, ad eventi di questa portata. Più modestamente, Howard fa cronaca, consegnandoci un documento che vale la pena conservare. Perché quei due anni o giù di lì furono anni incredibili, un caso unico nella storia dell’uomo, malgrado di lì a poco altre figure pop s’imposero nell’ambito della musica lasciando dietro di loro una scia simile, ovvero Michael Jackson ed i Queen. Ma poiché, posto in questi termini, il discorso sarebbe troppo complesso, facciamo un passo indietro.

Chi sono i Beatles? Questi quattro ragazzi gettati nella mischia a confrontarsi con un fenomeno esponenzialmente più grande di loro, che a detta di Epstein non sapevano nemmeno come presentarsi davanti ad un pubblico, malgrado riuscissero a trasmettere quanto si divertivano. Un mostro a quattro teste, che dovunque andava, volente o nolente, portava critiche, delirio, suggestioni in un crescendo vieppiù insostenibile. Ben prima che John Lennon venisse accerchiato dai giornalisti per via di quella sua storica affermazione, «siamo più famosi di Gesù», il clamore non lasciava indifferenti nessuno.

Ed effettivamente bisogna sforzarsi di capire quale ciclone si sia abbattuto sul pianeta quando i quattro inglesini, rigorosamente vestiti allo stesso modo, stesso taglio di capelli, cominciarono ad essere sulla bocca di tutti: nessuno aveva preparato le persone dell’epoca ad un successo così sfolgorante, ad un seguito che davvero nemmeno in tempi cristiani si aveva per coloro che nel Medioevo erano le vere star, ossia i santi. Ma se Ron Howard avesse voluto farne uno spaccato a cavallo tra storia, sociologia ed antropologia, avremmo sì avuto tra le mani un pezzo interessante, ma al tempo stesso dall’appeal per forza di cose più contenuto.

Qui invece viene messa in risalto la pacata insolenza, quasi il menefreghismo, o per lo meno la spontaneità (brutta parola di per sé) di quattro giovanotti provenienti dalla classe meno agiata di una Liverpool da ricostruire dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La conferma è l’epilogo di questo segmento della loro storia: proprio quando si resero conto dell’entità del fenomeno, allora venne meno anche la naturalezza e dunque il divertimento. Per quella che fu comunque una fiamma intensa come poche, ma che altrettanto velocemente si spense, pochi anni dopo.

Il resto è tanta musica e tanto materiale di repertorio, con qualche incursione da parte anzitutto dei diretti interessati o di altri personaggi famosi che raccontano le proprie esperienze, come Whoopi Goldberg, che rievoca il ricordo di quando inaspettatamente prese parte ad uno dei loro concerti. E non si pensi che un’opera del genere possa attecchire solo in chi apprezza i Beatles; da buon documentario, Eight Days a Week è anzitutto storia. E dato che di tempo né già passato non poco (mezzo secolo), guardare indietro e capire com’era il mondo quando ancora certe cose non esistevano. Sì, perché se c’è qualcosa che trasmette questo lavoro, non riguarda solo ed esclusivamente la band e forse nemmeno la musica; in quegli anni, quando questi quattro ragazzi radunavano attorno a loro intere città, qualcosa cambiò. Ed il nostro mondo, così per come lo conosciamo, è anche frutto di quel qualcosa.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”8″ layout=”left”]

The Beatles: Eight Days a Week (USA, 2016) di Ron Howard. Con Paul McCartney, Ringo Starr, John Lennon e George Harrison.

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