Liberami: recensione in anteprima del documentario sugli esorcismi

Dalla Sicilia, la vicenda di svariate persone alle prese con veri o presunti casi di possessione, tra siparietti esilaranti e derive macabre. Liberami si limita all’osservazione di un fenomeno di cui però, pur non chiarendo alcunché, ci dice molto

È ancora possibile nella nostra epoca credere al demonio, il padre della menzogna, l’omicida da principio, l’antico nemico? Sono tutte definizioni di Satana, derubricato a concetto simbolico da una cinquantina d’anni a questa parte, buono giusto per romanzi, film e racconti di terrore in genere. Andatelo a dire a padre Cataldo ed altri esorcisti operanti sul campo però, e vedrete quale sarà la loro risposta. Federica Di Giacomo si fa un giro per la Sicilia e cosa scopre? Che almeno lì, nel profondo Sud, qualcosa di sospetto accade. Certo, da qui a dire che sia il diavolo il passo è un po’ più accidentato, ma Liberami si pone l’obiettivo di mostrare, anche ad oltranza laddove può o serve.

Buona parte del documentario si svolge lì, nella chiesa palermitana in cui padre Cataldo opera da anni, richiestissimo da un sfilza di fedeli o semplicemente disperati che si rivolgono a lui quale extrema ratio. Uno dei momenti più illuminanti mi pare di averlo colto sul finire, quando un giovane dal passato burrascoso, d’indole violenta e che non disdegna di tirare coca di tanto in tanto, se ne esce col pensiero più lucido dell’intero documentario: la sua ragazza, con cui è stato sull’orlo della rottura ripetutamente, gli chiede perché continua a frequentare quella parrocchia se dopo si sente così male, specie considerato il fatto che lui a certe cose nemmeno ci crede. La risposta, in impeccabile accento palermitano, è disarmante: «che dovrei fare, tornare dai medici? Come se non ci avessi provato. E che mi devono dire? E poi che tu ci creda o meno non importa. Lo vuoi capire?!».

Tali considerazioni giungono a conclusione di un viaggio in cui si è visto di tutto e di più, a seguito del quale non è possibile esporsi in maniera netta ed inequivocabile, ma farsi un’idea senz’altro. Un percorso contraddistinto da svariati episodi fra il tragico e il grottesco, come quando uno dei “posseduti” sviene dopo un esorcismo di liberazione, caduto come una pera cotta, salvo qualche istante dopo svegliarsi di scatto per controllare che la tizia svenuta dopo di lui non gli abbia scassato il cellulare, su cui è appena caduta di peso. Certo però che indifferenti non si può rimanere osservando altri casi e chiedersi seriamente fin dove la suggestione può fare arrivare una persona. Perché Liberami, sulla falsa riga di Pascal, lascia filtrare abbastanza luce per credere e fa almeno altrettanta ombra per dubitare.

La stessa Di Giacomo pare per lo più incuriosita per la stranezza degli episodi in sé che in funzione di un parere riguardo all’intero affare; semmai è più interessata a mettere in risalto la simpatia del bonario padre Cataldo, il suo atteggiamento di sfida costante, quasi abitudine, verso il nemico che da troppi anni dice di combattere. E per capire qualcosa in più serve molta attenzione proprio in quei frangenti in cui la personalità del frate, così come quella di altri colleghi che pur compaiono nel documentario, per quanto in maniera più marginale, hanno modo di emergere. C’è quello che davanti alle manifestazioni di una potenziale posseduta si mette a ridere, quasi prendendola in giro: «guardate, una gatta pare!». C’è poi il complicato caso di quella ragazzina che soffre da tempo, la cui parabola ha coinvolto l’intera famiglia, in particolare il padre, indirettamente convertito e divenuto cattolico fervente: dopo essere “guarita”, la giovane, oramai non più una ragazzina bensì adolescente, torna da padre Cataldo per ringraziarlo. Le basta sentire dall’atrio della chiesa una Messa di liberazione però per stare poco bene, chiedendo di lasciare quel posto: qualche istante dopo si scopre che la ragazza partecipa a delle sedute medianiche che, dice, le hanno dato non poco sollievo.

Il dato che emerge, al di là delle opinioni, è però un altro, ossia che tutti questi preti e sacerdoti ad oggi sembrano non avere degli strumenti concretamente efficaci per avere la meglio su questi fenomeni. Non importa quanto siano preparati, quanto a loro volta ci credano: nel migliore dei casi quello che somministrano, qualunque cosa sia, sembra essere un palliativo. Rivelatore, a parte il ridicolo di certe situazioni, è il pronunciamento di padre Cataldo, che dice di vedere il suo ruolo di esorcista come quello di uno che può dare sollievo. Basterebbe confrontare tali considerazioni con quanto andava dicendo uno dei maggiori esorcisti del secolo scorso, venuto a manca proprio di recente, ossia padre Gabriele Amorth, il quale, circa l’inefficacia dell’intervento degli esorcisti, ebbe a dire: «Sì. Ci volevano consegnare un’arma spuntata. Sono state cancellate le preghiere efficaci, preghiere che avevano dodici secoli di storia, e ne sono state create di nuove, inefficaci. Ma per fortuna ci è stata gettata, all’ultimo, una scialuppa di salvataggio» (qui l’intervista completa).

Il punto però, ed è ciò che intende evidenziare la regista, è che da fuori sia pressoché impossibile stabilire cosa spinga queste persone a comportarsi in un certo modo, fare e dire certe cose. Non molto dunque, ma neanche poco. Poiché tuttavia Liberami ha il non indifferente merito di sottrarre al genere horror, anche se solo temporaneamente, uno dei leitmotiv più abusati per rimestare in una realtà così negletta e fraintesa. Facendo in fin dei conti un buon servizio a beneficio di tutti: chi è affetto da queste crisi/possessioni, gli esorcisti spesso e volentieri declassati ad anticaglia, frutto di un retaggio con cui non ci si vuole più confrontare, ma anche di quei curiosi che non intendono preventivamente ed irrimediabilmente chiudere la porta. La realtà resta comunque che la verità è più complessa di come ce la figuriamo. Tutti.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”6.5″ layout=”left”]

Liberami (Italia, 2016) di Federica Di Giacomo. Nelle nostre sale da giovedì 29 settembre.

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