Roma 2016, Sole Cuore Amore di Daniele Vicari: Recensione in Anteprima

Daniele Vicari alla Festa del Cinema di Roma con Sole cuore Amore.

Quattro anni dopo le ciclopiche fatiche di Diaz – Don’t Clean Up This Blood, Daniele Vicari torna finalmente in sala con un film di ‘finzione’, Sole Cuore Amore, quest’oggi presentato alla Festa del Cinema di Roma. Un’opera ‘semplice’, come l’ha definita lo stesso regista, e tutta concentrata sulle dinamiche del reale, della quotidianità di periferia tra quelle fasce deboli che lo scorso anno Massimiliano Bruno aveva a sua volta indagato con Gli ultimi saranno ultimi.

Protagoniste della pellicola di Vicari, che ostenta questa esagerata genuinità con un verso della canzone di Valeria Rossi 3 Parole, due donne, due amiche, che abitano nella stessa palazzina di Nettuno. Eli e Vale hanno fatto scelte differenti nella vita, per non dire opposte. La prima ha un marito disoccupato, 4 figli ed è costretta a farsi due ore di strada tra pullman e metro per lavorare in un bar della Tuscolana, a Roma, con orari improbabili e un datore di lavoro al limite dello schiavista. La seconda, invece, è una ballerina, una ‘performer’ che si barcamena tra discoteche ed eventi artistici, è sola e ha perso la testa per la propria compagna di danza, che ovviamente non ricambia. Vale aiuta Eli come può, ovvero facendo compagnia ai 4 figli nell’arco della giornata, mentre la faticosa esistenza della mamma si fa sempre più insostenibile, anche fisicamente parlando.

Una storia di solidarietà tra ultimi, tra persone che faticano ad arrivare a fine mese, senza però mai perdere il sorriso, la speranza, la voglia di fare e di provarci, di riemergere da quella palude sociale in cui sembra stiano affogando. Vicari segue come un’ombra la vita difficile di una Isabella Ragonese sfiancata dalla fatica e dai problemi finanziari, alternando alle sue giornate tutte uguali la realtà artistica dell’amica Vale. Un doppio binario narrativo a cui il regista di Velocità Massima non riesce a dare senso, mal amalgamando un intreccio di percorsi esistenziali che affogano nel nulla del quotidiano. Un neorealismo talmente marcato da risultate a tratti fastidioso, perché ridondante. Per oltre 100 minuti ci si chiede dove voglia andare a parare, Vicari, si ha l’eterna sensazione di un imminente dramma che tarda ad arrivare, prima di cedere nel finale all’ovvia tragedia grazie alla quale il regista by-passa il problema.

L’appartenenza sociale che segna il destino dei protagonisti, nati poveri e di fatto impossibilitati ad uscirne, fa da collante all’intera opera, neanche a dirlo esplicita nell’attaccare a testa bassa quel tipo di lavoro in nero che rende schiavi. L’intera traccia narrativa dedicata a Vale, ballerina solitaria con madre pudica e amore lesbo non ricambiato, fa acqua da tutte le parti, perché onestamente inutile ai fini della storia. Un riempitivo di scrittura che Vicari maneggia con enorme difficoltà, appesantendo ulteriormente una trama già di suo frenata dalla ripetitività di determinate azioni in una Roma lontana dai palazzi del potere, in non-luoghi di periferia in cui simili realtà sono all’ordine del giorno. Ruoli di contorno tra l’aguzzino e il peso morto per Francesco Acquaroli e Francesco Montanari, uomini che attraverso i rispettivi limiti, tanto comportamentali quanto sociali, influiscono pesantemente sulla vita di una Aragonese a cui il regista avrebbe dovuto affidare ‘3 parole’ diverse rispetto al ‘Sole Cuore Amore‘ del titolo. Se non fosse che ‘Mai una Gioia‘, effettivamente, sia distributivamente parlando un azzardo.

[rating title=”Voto di Federico” value=”4″ layout=”left”]

Sole Cuore Amore (Ita, drammatico, 2016) di Daniele Vicari; con Isabella Ragonese, Francesco Montanari, Eva Grieco, Francesco Acquaroli, Giulia Anchisi, Paola Tiziana Cruciani, Laura Riccioli

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