Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia: recensione in anteprima

Nell'insieme, un film per nulla all'altezza della sua scena migliore, nonché più esilarante. Tuttavia Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia qualcosa ce la dice eccome, anche se suo malgrado

L’irriverenza in ambito di animazione è merce rara, anche oggi. Sdoganata in ambito seriale da fenomeni come I Griffin e South Park, c’è stato bisogno che di quest’ultima serie venisse tratto un lungometraggio, il cui titolo dice tutto (più grosso, più lungo & tutto intero): non a caso fino a Sausage Party il film di Trey Parker è stato pure il film d’animazione con il rating più alto negli USA (R, ossia vietato ai minori di 17 anni). Ad ogni modo, Seth Rogen e soci stavolta ci provano con un progetto inedito, che dalla sua non ha certo il retaggio di un marchio così conosciuto. Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia rappresenta questo tentativo di proporre un tipo d’animazione sboccata, spinta e nelle intenzioni satirica.

E siamo in un supermercato, quello che ogni mattina si apre sul canto di una pannocchia di mais, che dà il là ad una coreografia che coinvolge tutti i reparti: cibi, detersivi e prodotti per la casa in genere che danzano ed intonano un motivetto semplice ma gioioso, tutti pronti a varcare quella soglia, ossia l’ingresso/uscita, l’Oltre, il paradiso di tutti i prodotti. Sotto tale aspetto la critica è astuta: la permanenza nei rispettivi scaffali quale allenamento, banco di prova in vista di quel paradiso figurato che è l’esterno del supermercato, di cui nessuno sa niente se non attraverso miti e leggende. È tutto un ricorso a processi di meta-(aggiungete voi) che ha senz’altro un suo perché; il carrello della spesa come rito di passaggio verso l’aldilà, l’euforia per aver raggiunto la tanta agognata meta prima della scadenza. Interessante.

Sausage Party però non è soltanto questo, anzi, verrebbe da credere che un’operazione di questo tipo tenda per lo più a nobilitare la battuta di fondo su cui il film si basa: ci sono una salsiccia (maschio) ed un panino (femmina) che non vedono l’ora di diventare un hot dog; e se estendessimo l’allusione sessuale a tanti altri prodotti? La differenza rispetto a tutte le altre combriccole a cui può venire (e certamente viene) in mente siffatta idea è che Jonah Hill e Seth Rogen hanno trovato 19 milioni per girarci sopra un film. Uno di quelli di cui non è così difficile intuire le premesse per via del fatto che l’intero lavoro non è nemmeno lontanamente all’altezza della sua miglior scena, in questo caso il finale. Non una semplice chiusa: Sausage Party è tutto lì, in quella brillante orgia alimentare in cui cade ogni allusione ed il doppio senso si libera di qualsiasi velo d’ambiguità.

Certo, rimane la satira nei riguardi del rapporto che coltiviamo col cibo: gli esseri umani del film, delle divinità agli occhi di marmellate e bagel, sono tutti deformi ma in una maniera credibile: culoni, sproporzionati, siano essi uomini o donne. Un discorso inevitabilmente molto americano-centrico, la cui cultura è imperniata da più tempo, rispetto al resto del mondo, sulla logica del cibo-prodotto, quella che sottende lo «spendo meno ma mangio di più», abitudine talmente incistata nella popolazione che sottrarsene, laddove possibile, richiede uno sforzo immane e dunque fatica. Sausage Party si fa portavoce d’istanze molto attuali, che non si fermano alla nutrizione, al tipo di dieta, trascendendo tutto ciò.

Mettendo da parte l’immediata e perciò frettolosa dicotomia cibo/sesso, di cui altre opere filmiche sono esponenti (si vedano Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Peter Greenaway e La grande abbuffata di Marco Ferreri, per dirne due), Sausage Party si pone su un piano molto più affine ai nostri tempi, affondando in pieno nell’epoca che stiamo vivendo. Ed ancora una volta, per rendercene conto, il film nella sua interezza serve a poco; niente addirittura, se si pensa che la rocambolesca scena finale sta in piedi da sola e tutto quanto venuto prima non è che un ingombrante preludio, deprecabile in quanto la sua unica funzione sembra essere quella di “giustificare” la presenza di tale epilogo.

Dal tripudio orgiastico e coloratissimo delle ultime battute passa infatti, consapevolmente o meno, tutto il senso dell’operazione. Sotto tale aspetto va riconosciuta una certa intelligenza (o furbizia, ciascuno la registra a modo suo) da parte degli autori, che riescono in questo frangente a “mimetizzare” il discorso di genere, oltremodo centrale, dissimulandolo attraverso il cibo. Da notare però che ciascuna tipologia di alimento viene sì incasellato entro uno dei due generi sessuali (uomo e donna), ma, cosa ben più importante, dispone di un proprio orientamento sessuale; se nel primo caso le categorie appaiono rigide ed inequivocabili, limitatamente al secondo invece non viene apposta alcuna etichetta. La rivendicazione procede perciò su un doppio binario, quello alimentare e quello sessuale.

E come la questione animalista viene tutt’al più evocata senza alcuna esplicita menzione per via del fatto che in nessun caso viene chiarito di «cosa sono fatti» questi cibi, quella di genere registra un procedimento analogo in virtù del fatto che il sesso dei cibi non ha pressoché alcuna rilevanza. Potrebbe trattarsi del queer 2.0, così come competentemente chiarito in un libro-manifesto che risale a pochissimi anni addietro, scritto da un professore canadese di nome Rasmus R. Simonsen ed intitolato (con poca fantasia, concesso) A Queer Vegan Manifesto - dove l’articolo indeterminativo, non tradotto nell’edizione italiana, fa tutta la differenza di questo mondo.

Giusto per capire di che si tratta, lì Simonsen, citando a sua volta, scrive: «Lo straniamento (queering) del veganesimo implica, come sostengono Noreen Giffney e Myra Hird, “un incessante scardinamento di ciò che viene dato per scontato e la sistematica violazione di ciò che è considerato familiare” (2008, 4). Etimologicamente “queer” «significa attraverso» e il suo significato «si è ampliato talmente da non poter essere più ristretto rispetto all’ambito del genere e della sessualità» (Sedgwick, 1993, 9). […] La mia visione del veganismo si rifà al punto di vista di Dell’Aversano: “l’essere queer” è un’”azione sovversiva” che mira alla “snaturalizzazione” (2010, 74) in generale e non solo in relazione a ciò che attiene alla sfera della sessualità. Il veganismo, a causa delle connotazioni attribuite ai diversi regimi dietetici, richiede una valutazione critica delle caratteristiche di genere associate all’alimentazione e del modo in cui questa modella le nostre identità».

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Prima di esclamare a pieni polmoni «che palle!», andrebbe compreso con maggiore attenzione quanto sostiene Simonsen, perché ci permette di capire quali moti originano un progetto come Sausage Party. Moti, va da sé, culturali nell’accezione più ampia del termine, perciò assorbiti e vissuti prima ancora che frutto di una vera e propria elaborazione intellettuale di cui nel film non vi è tutto sommato traccia. Tediarci con un lungo preambolo che non ha un decimo della verve della scena “incriminata”, atteggiandosi ad irriverenti solo per via di qualche parolaccia, una buona dose di politicamente corretto mascherato dal suo contrario (si veda il rapporto tra il bagel ebreo ed il lavash arabo) ed un nonsense mal calibrato finisce col costituire un limite reale.

Non abbastanza forse da impedire a priori un ragionamento come quello sin qui esposto, ma quanto serve per vanificarne le implicazioni e, cosa ben più significativa, per rendere il tutto meno divertente di quanto avrebbe potuto essere. Non è un caso che le trovate migliori, tolta l'orgia, in larga parte siano tra le più innocenti: come quella in cui, in un'altra scena (di guerra, che fa meno scalpore ma è notevole uguale), un barattolo di burro d'arachidi, in preda allo shock, si spalma la marmellata in faccia.

Voto di Antonio 5

Voto di Federico 6.5

Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia (Sausage Party, USA, 2016) di Greg Tiernan e Conrad Vernon. Con Jonah Hill, Kristen Wiig, James Franco, Seth Rogen, Michael Cera, Conrad Vernon, Salma Hayek, Edward Norton e David Krumholtz. Nelle nostre sale da lunedì 31 ottobre.

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