Non c’è più religione: recensione in anteprima

Commedia timidissima e stantia nella forma così come negli argomenti, malgrado l’attualità, Non c’è più religione coltiva pure l’ambizione di voler trattare un tema delicato ma a rischio zero

Sapevate che ciascuno di noi, nell’Italia odierna, ha 0,63 figli ma che, in compenso, possediamo poco più di due cellulari a testa? Comincia con una deliziosa interazione Non c’è più religione di Luca Miniero; dopo averci infatti ragguagliati su questi dati comunque significativi, subito c’incalza chiedendoci: «a proposito, li avete spenti i vostri di telefonini, vero?». Pensi allora che qualcosa si stia muovendo, e sei speranzoso circa l’ora e mezza che segue. Non dovresti.

Non c’è più religione lo si potrebbe introdurre come lo si fa con una barzelletta: c’era questo tizio campano convertito all’Islam, un sindaco ateo tornato dal Nord ed una suora… ma sapete che c’è pure? Che i tre si conoscono da quando erano ragazzini ed ora vivono sulla stessa isoletta al largo della Puglia (se vi è venuto da pensare a Tentazioni d’amore sappiate che no, non siete i soli). Tema delicato, complesso, che può e dev’essere avvicinato anche con leggerezza, specie in un periodo in cui è così caldo. Ma l’attualità, per l’appunto, pretende degli accorgimenti, delle misure che marchino dei confini. In tal senso c’è un aspetto che più di altri affossa questo progetto, ossia il suo ambire a fare sensibilizzazione per dare un senso ad una raccolta di freddure e cliché tipici di chi i discorsi seri vuole farli ma fino a un certo punto.

In questa meravigliosa isola nel Mediterraneo convivono mal volentieri due comunità, una italiana, l’altra musulmana. Porto Buio, omen nomen (spiegherò perché più avanti), è famosa per il suo Presepe vivente, che, per la prima volta, è messo a repentaglio dall’assenza di bambini: a Porto Buio infatti, semplicemente, non se ne fanno più. Da parte italiana però, perché invece sul fronte arabo si continua regolarmente a figliare, tanto che il sindaco Cecco (Claudio Bisio), politico di larghe vedute che vuole avvicinare le due comunità, tira fuori una bella trovata: e se il Gesù Bambino lo facessimo fare a un bimbo musulmano? Apriti cielo! Suor Marta (Angela Finocchiaro) ed i vecchiardi del luogo insorgono: dove si è mai visto un Bambinello arabo?

L’organizzazione di questo Presepe vivente diventa perciò il motore per tutta una serie di situazioni ed episodi in cui le due realtà si trovano loro malgrado a scontrarsi. L’intuizione di Miniero e soci, va detto, è intelligente, senza per forza scomodare i soliti discorsi relativi alla metafora di una nazione invecchiata che però non tollera di essere rimpiazzata da un popolo più giovane ed evidentemente in salute e bla bla bla. No, c’è da riflettere sulla provocazione che viene lanciata, e Non c’è più religione aveva l’opportunità di rendere plausibile tutto ciò semplicemente assecondando, pur nell’alveo della commedia leggera, la realtà alla quale fa riferimento. Invece no, preferisce la via più facile, quella dei luoghi comuni reiterati, divertenti di per sé ma asserviti ad un messaggio francamente insostenibile.

Perché per far ridere o sorridere bisogna mostrare non dico rispetto, ma quantomeno interesse, profondità verso situazioni e persone che vengono prese di mira, per questo la commedia è il genere più difficile in assoluto. Se per arrivare a tutti c’è bisogno di svilire a tal punto la tematica, peraltro bollente, meglio pensarci due volte. Ci sono trovate che hanno un loro perché, come il prete che cambia abito ed in generale atteggiamento a seconda della religione al momento dominante, che non riesce mai a finire una Messa perché il sindaco lo interrompe con le sue comunicazioni di servizio, che indossa delle lenti colorate bruttissime e pure un po’ inquietanti; tutte cose che diagnosticano in maniera centrata le condizioni in cui versa la Chiesa dell’era-Bergoglio. Poi però arriva il Vescovo, e certe sottigliezze se ne vanno a quel paese perché se non si è espliciti e le cose non le si spiega come si deve allora nessuno ti capisce.

Ma poi il discorso in generale è proprio stantio, per come è posto e per come viene sviluppato, con questa diffidenza reciproca che rimanda al più classico del «abbiamo paura di tutto ciò che è diverso da noi solo perché non lo conosciamo», dunque per ignoranza; con questo suo barcamenarsi tra velleità sincretiste che fanno molto anni ’60/’70 e accenno vago e pretestuoso alle reali complessità che pone una convivenza tra due culture profondamente diverse quali che siano. Risolvere il tutto con una collezione di battute, di qualche buon sentimento qua e là, costringendoci subdolamente a patteggiare con te perché il film dice tutte le cose giuste che più giuste non si può sarebbe di per sé discutibile; il massimo però lo si raggiunge quando al contempo ci viene detto che no, in fin dei conti non c’è da essere così seri perché il primo a non prendersi sul serio è il film stesso. Alla luce del finale poi, apice stucchevole di una serie di forzatissime metaforette che convergono, il tutto sfiora quasi il ricatto.

Spesso c’è da chiedersi a chi certi film siano rivolti, ma soprattutto perché. E le risposte che ci diamo noi spettatori non di rado possono essere avulse dalle intenzioni degli autori. Certe volte però le intenzioni non importano, o comunque importano meno, perché ciascun’opera dev’essere sufficiente a sé stessa, e lo è; se serve il foglietto illustrativo vuol dire che qualcosa è andato storto. Nel caso di Non c’è più religione si tratta di un film figlio del proprio tempo nell’accezione meno nobile del termine: lo si vede lì che tenta di strappare un consenso con le unghia e con i denti, blandendo chi lo guarda nei modi più beceri, volutamente ambiguo circa la sua vocazione, un po’ commedia spensierata un po’ case study.

Su entrambi i fronti il suo incedere è precario, sebbene qualche sorriso genuino lo regali pure; ma ciò che distoglie l’attenzione da racconto, battute più o meno riuscite ed esilaranti, personaggi sostanzialmente innocui, rimane quel suo sussurrarti quanto tutto ciò a cui assistiamo sia inevitabile, organico, forse addirittura auspicabile, facendo il gioco di quella stessa corrente a cui il caos piace perché così nessuno è tenuto a dare ragione di alcunché. Non c’è più religione è perciò un film caotico, inutilmente caotico, risultato che consegue semplicemente cavalcando questa confusione, alla quale ne aggiunge tutt’al più dell’altra. In questo è figlio più che legittimo del proprio tempo: fatica a parlare a noi, figurarsi a quelli che verranno dopo. Solo che lo fa stemperando i toni. Porto Buio, da location che è, diventa perciò il triste approdo di questa ennesima commedia impegnata che però non va da nessuna parte. Ben inteso, non ci va perché non vuole andarci.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”2″ layout=”left”]

Non c’è più religione (Italia, 2016) di Luca Miniero. Con Claudio Bisio, Alessandro Gassmann, Angela Finocchiaro, Nabiha Akkari, Giovanni Cacioppo, Laura Adriani, Mehdi Meskar, Paola Casella, Massimo De Lorenzo, Giovanni Esposito e Roberto Herlitzka. Nelle nostre sale da mercoledì 7 dicembre 2016.

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