Noir 2016: Iris – recensione del film di Jalil Lespert

Dopo il biopic su Yves Saint Laurent, Jalil Lespert si tuffa sul genere. Il suo è un tentativo competente sebbene frenato da una confezione sin troppo pulita. E alla fine ha la meglio il racconto, il che non per forza è in ogni caso un bene

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Antoine e la moglie Iris hanno appena consumato il pranzo presso un lussuoso ristorante parigino. Scambio di effusioni, ci scappa un «ti amo», convito da una parte un po’ meno dall’altra; il marito va per pagare, mentre la moglie aspetta fuori, sotto la pioggia. Quando Antoine esce però la donna non c’è, inutile rientrare chiedere di lei: Iris è scomparsa. Finché non arriva una telefonata: «ho io tua moglie. Se la rivuoi indietro incontriamoci a tale posto a tale ora. Porta il denaro».

Jalil Lespert si cimenta per la prima volta nella sua giovane carriera da regista in un film di genere, dopo aver preso confidenza con certi meccanismi nella recente serie TV, Versailles. Iris è il remake di Chaos, film giapponese diretto da Hideo Nakata e a sua volta tratto da un romanzo. Un noir rivisto e adattato per un pubblico occidentale più che francese, non a caso è stato a un passo dall’essere girato negli USA. Lespert si affida a Romain Duris e la provocante Charlotte Le Bon per questa storia torbida almeno in premessa. Sì perché, malgrado Iris sia effettivamente contrassegnato da una certa tensione sessuale, palpabile soprattutto in presenza del personaggio della Le Bon, la perversità della vicenda tende a risentire di una confezione così impeccabile.

Non è una novità: quando si girano film di questo tipo un eccesso di pulizia, per un verso irrinunciabile se si vuole raggiungere un maggior numero di potenziali spettatori, cozza con l’intrinseca depravazione che una simile storia cela al cuore. Iris consiste infatti in questa perversa liaison a tre, un triangolo frutto di una serie di eventi palesemente forzati, sensazione alla quale purtroppo Lespert non riesce a porre rimedio. Un film molto ordinato il suo, forse pure troppo, che segue i canoni del genere in maniera pressoché scrupolosa, a tutto svantaggio della propensione a destare invece, se non sdegno quantomeno una reazione su quella falsa riga lì, in chi lo osserva.

Va detto che la trama è costruita in maniera tale che emerga una certa consapevolezza circa la complessità della vita sessuale delle persone; il personaggio di Antoine dice ad una poliziotta che se scavassimo in fondo nelle abitudini ed i gusti di ciascuno emergerebbero cose che non ci aspetteremmo. Giudizio un po’ tranchant, se vogliamo, ma è pur vero che Iris non vuole impartire alcuna lezione ed, anzi, si guarda bene dal farlo. Si pensi all’opposizione proprio tra Antoine, ricco banchiere con vizi particolari e costosi, ed il meccanico interpretato da Duris, un ex-galeotto che non ha nulla da perdere: si potrebbe pure cedere alla tentazione di vederci l’ennesima critica alla classe bancaria/finanziaria, ma in fin dei conti sarebbe un po’ come voler far dire al film qualcosa che in realtà non contempla, se non di sfuggita e comunque senza concentrarvisi affatto.

No, il lavoro di Lespert è tutto ripiegato sul meccanismo del thriller, con le sue musiche, i suoi ritmi e sopratutto i suoi twist. Iris è una scatola, il cui interno può anche non solleticare ognuno allo stesso modo, ma di cui non si può negare la più che discreta fattura. Paga, va detto, un ritmo a dire il vero piuttosto blando, che ahimè tende ad appiattirlo; Lespert in tal senso fatica a mantenere lo stesso livello del racconto trasponendolo in termini cinematografici, confini entro i quali opta per misure forse troppo rassicuranti. Ed è questo, in fondo, la critica maggiore a cui presta il fianco, ossia l’incapacità che denota il film nell’incalzare lo spettatore, affidando tutto agli sviluppi del racconto.

Pochino per un film che avrebbe i mezzi per “sfondare” pure in prospettiva più ampia. Una timidezza che si avverte piuttosto distintamente, e che in qualche modo incide su come si vive questa vicenda dalle dinamiche a conti fatti anche piuttosto semplici. Piace come i profili vengano ribaltati tra l’inizio e la fine, sebbene, seguendo una linea di pensiero piuttosto diffusa e fortunata all’interno del genere, la mutazione avvenga in maniera estemporanea. Si tratta però di virtù insite per l’appunto nel racconto, laddove la loro trasposizione non riesca ad armonizzare il tutto in egual modo. Ed alla fine si sente, si sente eccome purtroppo.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”5.5″ layout=”left”]

Iris (Francia, 2016) di Jalil Lespert. Con Romain Duris, Charlotte Le Bon, Jalil Lespert, Camille Cottin, Adel Bencherif, Sophie Verbeeck, Jalis Laleg, Violetta Sanchez e Gina Haller. In Concorso.

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