Berlino 2017: Django – recensione del film d’apertura

La vera storia di come Django Reinhardt, jazzista di origini sinti, riuscì a sfuggire ai nazisti. Etienne Comar non va oltre la sin troppo ordinaria amministrazione

Django viene avvisato: niente assoli che durino più di cinque secondi, per lo più pianoforte e zero blues. Siamo ad una festa organizzata dalle SS presso una sfarzosa villa al confine con la Svizzera, che dà su un lago, immagine suggestiva. Inutile dire che il nostro, prima si adegua, ma basta distrarre le “guardie” ché la vera musica, la sua, viene fuori. La sala impazzisce, si beve e si balla come vuole la moda del tempo, e a noi per un attimo sembra quasi di starci dentro a quegli anni lì. Peccato sia tutto qui; il film di Etienne Comar riesce a regalarci solo questa scena degna di nota, mentre tutto il resto è relegato allo smorto riassunto di come Django Reinhardt scappò dai nazisti.

Parliamo di uno dei jazzisti più quotati di quegli anni, forse di sempre (ma lo lascio dire a chi è più esperto del sottoscritto in materia); dopo aver fatto invaghire il pubblico di una Parigi sotto occupazione, era inevitabile che i tedeschi s’interessassero a lui. Ecco allora che dopo l’ennesimo concerto di successo, un funzionario degli alti ranghi lo convoca a Berlino («conosci l’Olympiastadion? Potresti suonare lì addirittura davanti al Fuhrer!». Django però, grazie anche alla complicità della sua amante, capisce che quello non è un invito di cortesia, un segno di stima verso l’artista che è: lui è zingaro, ed è quello che più conta.

Reda Kateb è un buon Reinhardt, sì, spigliato, dalla battuta pronta, ma non basta. Il film di cui è protagonista viene letteralmente fagocitato dalla tematica, che inghiotte qualsivoglia tentativo di cavarci fuori un racconto capace di, non dico tanto, incuriosirci. Oramai è pure difficile stabilire cosa significhi esattamente film a tema olocausto nella media: ma se tale dicitura avesse un senso, forse questo di Comar ci rientrerebbe. Eccessivo il timore reverenziale, a tal punto che non ci si riesce a concedere alcun guizzo, alcuna iniziativa che vada oltre il mero documento, senza però evidentemente essere documentario.

Oramai lo schema per cui il nazismo si abbatte nella vita di una persona o di un gruppo, mostrandoci un prima e un dopo l’irrompere di queste forze del Male, con fuga immaginata o intrapresa, ha fatto il suo tempo; e lo possiamo ben dire specie dopo Il figlio di Saul, che adotta tutt’altra prospettiva, cambiando approccio pur soffermandosi sul medesimo evento. Nulla di ciò che non si sappia già, e questo passi, ma nemmeno l’ombra di misure che rendano accattivante il racconto, non la storia, per forza di cose tremenda. Ok, Django ha dalla sua, magari, il ricordarci che a fare le spese di quel diabolico disegno non furono solo ebrei ma anche i sinti ed altri ancora. Ma la Storia, per quanto rilevante, non basta. Tanto più che il film di Comar rispetta con una fedeltà disarmante quella che oramai è una formula.

Si sorride con la madre del protagonista, donna che non se ne fa passare una e che non le manda a dire, il già citato Kateb veste bene i panni del celebre musicista, ma per il resto poco altro. Troppa attenzione a non sbavare, a raffigurare nel modo più corretto possibile ogni singola situazione o personaggio, che siano i cattivissimi nazisti, i complici francesi o gli innocenti zingari. Eh ma così è troppo semplice, anche perché certe coordinate non c’è bisogno di rinfacciarcele con così tanta chiarezza, come se stessimo osservando una vicenda a noi del tutto estranea. Davvero perciò si fatica a comprendere come mai si opti per un argomento del genere quando poi in realtà non si dispone di chiavi di lettura che ci consentano di guardare da altre angolazioni episodi che, vuoi o non vuoi, sono stati sviscerati e meglio già in parecchi altri casi.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”4.5″ layout=”left”]

Django (Francia, 2017) di Etienne Comar. Con Reda Kateb, Cécile De France, Maximilien Poullein, Ulrich Brandhoff, Alexandre Sauty, Aloïse Sauvage, Antoine Laurent ed Alex Brendemühl.

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