Berlino 2017: Wild Mouse – recensione del film di Josef Hader

Commedia a cui non mancano le idee, Wild Mouse però non ne esplora né tantomeno sviluppa alcuna. Ma il peccato più grande è quello di essere ben meno divertente di quanto dovrebbe

Georg è lo storico critico musicale di un importante quotidiano viennese. Tuttavia in questa fase di congiuntura tra un’epoca e l’altra l’esperienza e l’essersi fatti un nome potrebbero ritorcersi contro, e così avviene con Georg, licenziato in tronco dal suo capo: troppo anziano, troppo alto il suo cachet. È un dramma. A casa la moglie dell’oramai ex-critico non se la passa tanto meglio: superati i quaranta e con una voglia matta di maternità, i due non riescono proprio ad averlo questo figlio, ed allora giù a trincare alcol. Nemmeno sul fronte lavorativo le cose vanno granché bene, con uno dei suoi pazienti che abbandona la terapia perché reputa la psicologa un’incompetente.

Josef Hader, qui al debutto dietro la macchina da presa, gira una commedia per lo più asettica, e che cerca di nobilitare menando fendenti allo stato attuale di quell’Austria che, come altri Paesi, sta assistendo al disgregamento della cosiddetta borghesia. Per dare contezza di quanto appena evidenziato, è ai dettagli, per così dire, che bisogna rivolgersi: l’appartamento spazioso, comodo nel quale abitano; il non discutere di soldi, anzi, non appena si presenta un vecchio amico di Georg, quest’ultimo non esita a prestargli tremila euro per un’iniziativa probabilmente destinata a fallire; in generale un certo fare disinibito, che colloca i due entro una categoria sociale grossomodo distinguibile.

Ma è altrove che Wild Mouse si gioca le sue carte, ossia sul terreno della commedia nonsense, ostico, che presta il fianco a barriere culturali mica da poco. Non nascondo che vedere sorridere molti degli intervenuti all’anteprima stampa di fronte a battute e/o situazioni che chi scrive non ha trovato divertenti, mi ha dato da pensare: e se questo film non fosse rivolto a me, come italiano o comunque estraneo a quell’ambiente lì? Non è una domanda fine a sé stessa, perché da qui si può partire per soppesare la portata del film, nonché il potenziale raggio d’azione. Del critico che non ha più nulla da criticare potrebbe pure interessarci qualcosa, ma più in generale si potrebbe ricavare parecchio dalla situazione che vuole questa persona passare dalle stelle alle stalle nel giro di pochi minuti.

Tutto invece diviene pretesto per collezionare una serie di episodi basati su intuizioni anche “giuste”, ma alle quali non si riesce a far seguito. Quando per esempio Josef decide d’ingaggiare una stupida ancorché esilarante battaglia col suo ex-capo, rigandogli l’auto e facendo gradualmente di peggio, l’idea resta confinata al momento, al qui e ora dell’atto, senza essere esplorata, portata su un altro livello. Avviene così anche più avanti, quando sempre Josef decide di suicidarsi mediante assideramento: è grottesca la cosa… ma comica? Beh, quello è un altro livello, al quale Wild Mouse non di rado aspira senza però mai raggiungerlo.

Hader, che è pure un comico, dimostra di avere i numeri per riuscire a fare quella cosa lì; dove si perde è al passaggio dalla vaghezza di uno sketch più o meno lungo alla consistenza che tutto ciò può avere inserito in una storia, o in un racconto che non riesce a vivere di uscite estemporanee semplicemente perché non può ahimè concederselo. Quel tipo di umorismo glaciale ma efficace sdoganato da autori come Ulrich Seidl sta proprio su un altro pianeta, sebbene qui a tratti, consapevolmente o meno, si cerchi di ricreare condizioni non dico simili ma analoghe, per esempio attraverso l’infusione di una sorta di realismo che però non incide più di tanto, né in un senso né in un altro. Ma poi, insomma, non per essere crudeli: quando una commedia non fa né ridere né sorridere, a cos’altro bisogna appellarsi per giustificarla?

[rating title=”Voto di Antonio” value=”4″ layout=”left”]

Wild Mouse (Wilde Maus, Austria, 2017) di Josef Hader. Con Josef Hader, Pia Hierzegger, Georg Friedrich, Jörg Hartmann, Denis Moschitto, Crina Semciuc e Nora von Waldstätten.

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