Berlino 2017: Colo – recensione del film di Teresa Villaverde

A quasi dieci anni dall’inizio della crisi economica, è ancora il Portogallo a far propria la prospettiva più fruttuosa. Colo è un ritratto espressamente umanistico che sbaraglia ogni approccio che abbia a che fare col nudo dato, inseguendo ciò che ci rende umani anche a queste condizioni

Cos’è una crisi economica? Esperti economisti, sedicenti o meno, potrebbero cominciare a sciorinare dati, i più intelligenti fra loro potrebbero addirittura approntare un approccio storico, che tiene conto di più variabili. Tuttavia nessuno di questi è in grado di dirci cosa fa alle persone; non alle masse, ché i dati su povertà e disoccupazione dicono tutto e niente. A colmare tale gap ci pensa Teresa Villaverde, che nel suo Colo racconta le peripezie di una famiglia ai tempi della crisi in Portogallo.

Un film quasi onirico, opprimente, nel quale si assiste alla disgregazione di una famiglia che semplicemente non è più tale. Protagonisti padre, madre e figlia, oramai elementi atomizzati, separati nell’accezione più ampia del termine. Marta vaga per le vie della città senza un apparente motivo, ed anche quando si trova a casa il suo è più un occupare il tempo piuttosto che dedicarsi a qualcosa; la madre si sente in colpa per qualcosa, è confusa, ma soprattutto impaurita a fronte delle spese pressanti che al contempo non sono più sostenibili; il padre sperimenta qualcosa di analogo, spaesato, diffidente, anche lui con un segreto da confessare.

Attraverso un’osservazione quasi entomologica di questi personaggi, la Villaverde ricostruisce un mondo, un contesto, di cui dà contezza senza praticamente prodursi in una sola tesi. Colo fugge le etichette, prendendoci per la nuca e costringendoci a guardare gli effetti anziché cincischiare su slogan e quant’altro. Il mal di vivere che aleggia per tutto il film è palpabile, con alcune scene che colpiscono come un pugno allo stomaco: il padre di Marta che porta la sua giovane amante, incinta, a casa della nonna, dunque la nonna di Marta, e scambia la ragazza per la nipote, tra il disagio e l’imbarazzo di quest’ultima che non dice una parola non per umanità ma per vergogna.

Con un incedere lento, straziante, la Villaverde prosegue un discorso che altri cineasti portoghesi stanno affrontando in questi anni, ciascuno a proprio modo; i più significativi però, quelli che si sono meglio imposti all’attenzione della critica internazionale, hanno in comune quest’atmosfera trasognante, sintomo di un profondo desiderio di evasione, consapevole o meno che sia. Lo vediamo in Horse Money di Pedro Costa, così come nel più indisciplinato e sarcastico Arabian Nights di Miguel Gomes: i portoghesi, fra i pochi in Europa a protestare sul serio in questi anni peraltro, hanno capito che un approccio volgarmente realistico alla questione è inutile, dicendo poco o nulla circa l’anima del Paese in questo specifico periodo storico.

A dispetto però di un ritmo così cadenzato, oseremmo dire contemplativo, triste, Colo apre uno spiraglio a partire già dal titolo, il cui significato in portoghese a quanto pare ha delle associazioni con il grembo materno, un concetto che mescola dolcezza e speranza. Non tutti infatti in questo film si perdono, qualcuno il proprio posto lo trova: non sarà il migliore possibile ma è pur sempre un punto da cui ripartire, ma soprattutto un segnale circa la possibilità di voltare pagina, di un nuovo inizio a dispetto da ciò che ci circonda. Certo, dopo due ore strazianti, da magone, non tanto per come si sviluppa la vicenda in sé ma per il modo in cui Villaverde ce la propone, con la macchina da presa che si muove in maniera pressoché impercettibile, quasi come se avesse paura di avvicinarsi oppure allontanarsi troppo. La stessa paura che coltivano i suoi protagonisti, ma che nondimeno sono costretti ad affrontare; perché nessuna vera crisi è mai davvero esterna all’uomo.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”7.5″ layout=”left”]

Colo (Portogallo, 2017) di Teresa Villaverde. Con Beatriz Batarda, Angela Cerveira, Marcello Urgeghe, Ricardo Aibéo, Clara Jost, João Pedro Vaz ed Alice Albergaria Borges.

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