Troppo Amici: trailer italiano e foto per il ritorno in sala dei registi di Quasi Amici

Da Quasi Amici a Troppo Amici. Che i titolisti italiani spesso e volentieri manchino di fantasia già lo sapevamo, ma in questo caso in casa Moviemax hanno deciso di osare, raschiando il fondo della 'furbizia'. Visto il boom di Quasi Amici nei cinema nostrani, 14.908.000 euro incassati, ecco ora arrivare Troppo Amici, film nuovamente diretto da Olivier Nakache ed Eric Toledano. Peccato che Tellement proches, questo il titolo originale, sia uscito nel 2009, precedendo di fatto Quasi Amici di 24 mesi. Ma questo, ovviamente, è meglio non farlo sapere.

Interpretato da Vincent Elbaz, Isabelle Carré, François-Xavier Demaison ed Omar Sy, già visto in Quasi Amici (tutto torna), il film uscirà il 6 dicembre nelle sale italiane, con 'solo' 3 anni di ritardo rispetto all'uscita transalpina. Oggi, ecco arrivare trailer italiano, sinossi ufficiale, gallery fotografica e ricca intervista ai due registi, che vi attende dopo il saltino.

Quando Alain (Vincent Elbaz) ha sposato Nathalie (Isabelle Carré) non sapeva che avrebbe sposato anche tutta la sua famiglia. C’è Jean-Pierre (Francois-Xavier Demaison), il cognato accompagnato dalla moglie Catherine (Audrey Dana) e la perfettissima nipote Gaëlle. C’è Roxane (Joséphine De Meaux), la cognata, che in preda all’accelerazione del suo orologio biologico assilla la vita di Bruno (Omar Sy). Stasera tutti a cena da Jean-Pierre…

Troppo Amici: trailer e foto per il ritorno in sala dei registi di Quasi Amici
Troppo Amici: trailer e foto per il ritorno in sala dei registi di Quasi Amici
Troppo Amici: trailer e foto per il ritorno in sala dei registi di Quasi Amici
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Troppo Amici: trailer e foto per il ritorno in sala dei registi di Quasi Amici
Troppo Amici: trailer e foto per il ritorno in sala dei registi di Quasi Amici
Troppo Amici: trailer e foto per il ritorno in sala dei registi di Quasi Amici


“Troppo amici” è il vostro terzo film, com’è nata l’idea?
Eric Toledano: «La famiglia è uno dei temi che ci ha sempre affascinato. Rappresenta uno spaccato della realtà di ognuno di noi. Passiamo la vita a cercare di staccarci dalla famiglia, ma allo stesso tempo non possiamo farne a meno tanta è l’influenza che esercita su di noi. E’ alla base della nostra vita, anche se piena di paradossi. Per alcuni è il solo rifugio possibile, per altri una specie di prigione soffocante. Una volta ho letto una definizione di famiglia che spiega bene questo dualismo: “Vivere insieme ci uccide, separarci è mortale”. Anche se la famiglia in questione non è la nostra, comunque rappresenta bene la famiglia moderna. I nostri film precedenti si basavano sulle esperienze passate, questo invece incarna i nostri pensieri sul presente».
Olivier Nakache: «Il soggetto di “Troppo Amici” ci è venuto naturale, come un’espressione dei pensieri che avevamo in comune e quelli opposti sulla famiglia. O meglio, sulle famiglie, sia quelle “di sangue” che quelle “acquisite”, come quelle culturali o religiose».

Avete tratto ispirazione dalle vostre vere famiglie per scrivere questo film?

ON: «Mah, si e no. Con Eric siamo partiti senz’altro dai nostri aneddoti familiari, di solito è così che nascono i nostri soggetti. E siccome entrambi proveniamo da famiglie numerose e molto “colorate”, col passare delle settimane ne abbiamo raccolti moltissimi. E’ chiaro che poi abbiamo dovuto esagerare ed esasperare alcune situazioni per renderle realistiche ma allo stesso tempo strane, e spero anche emozionanti. Comunque ci siamo affidati a un consulente familiare, per poter arricchire la storia».
ET: «Gli abbiamo chiesto (al terapeuta, ndt) di raccontarci quali siano i conflitti più ricorrenti nelle famiglie che assiste. Per esempio è stato proprio grazie a una seduta con il terapeuta che abbiamo scoperto il concetto di “invasione” di un nucleo familiare da parte della famiglia di origine di uno dei due. E’ una situazione molto frequente che genera tensioni molto profonde, dalla quale abbiamo preso spunto per tracciare alcuni aspetti della vita di Jean-Pierre (François-Xavier Demaison).

Il personaggio che più soffre la famiglia e cerca di allontanarsene è Alain (Vincent Elbaz). Non è proprio lui la colonna portante del film?

ET: «Certamente. Non che gli altri personaggi siano secondari o meno importanti, ma in effetti li vediamo attraverso gli occhi di Alain».
ON: «Alain è una sorta di alter ego del personaggio interpretato da Jean-Paul Rouve in “Nos jours heureux” (Those Happy Days, 2006, ndt). Una parte di lui non si adatta alla vita di tutti i giorni, è un animatore che ha sempre vissuto nei villaggi turistici e che ha conosciuto il suo momento di gloria, anche se solo come commediante nei club di Marrakech o Chamonix. Per esperienza, so che è molto difficile staccarsi da questo tipo di vita e tornare coi piedi per terra, e adattarsi alla vita di tutti i giorni».
ET: «Da giovani padri, Olivier e io abbiamo anche voluto affrontare il tema, molto caldo, della “trasmissione” di valori di padre in figlio. Voglio dire, come può Alain crescere quando suo padre (Jean Benguingui), parrucchiere e fabbricante di parrucche, a 60 anni passati ancora corre dietro alle 18enni?
A sua volta, Alain sta trasmettendo al figlio il gusto della scena, del divertimento. Ma gli sta passando anche tutte le sue angosce, anche se a livello inconscio. E’ quanto sostengono anche gli psichiatri infantili: un ragazzo disturbato non lo è mai per caso, è il “risultato di una famiglia disturbata”. Tutti si chiedono perché Lucien sia così insopportabile, e la risposta è che dipende dalle tensioni esistenti fra Alain e sua moglie Nathalie (Isabelle Carré).

Lucien mette a dura prova anche la pazienza di sua zia Catherine (Audrey Dana), che finisce con lo schiaffeggiarlo. A quel punto Lucien diventa il vero catalizzatore della storia…
ET: «Effettivamente dal momento dello schiaffo, cambia tutto. Si tratta dell’attimo di passaggio dalla commedia pura, con la scena della cena che richiama molto i vecchi film italiani, ad un soggetto più profondo. Tutte le storie, anche se affrontate con senso dell’umorismo, a un certo punto si fanno più complesse, ed è proprio questa complessità che ci piace tanto. Non è vero che le commedie sono fatte soltanto per affrontare temi leggeri e divertenti, anzi».

La prima parte del film va avanti a un ritmo molto serrato, in cui vengono presentati i personaggi principali della storia. Come vi è venuto in mente di costruire così l’intro della storia?
ON: «Non è mai facile trovare il modo giusto di presentare i protagonisti di una storia, soprattutto se sono tanti. L’espediente giusto è stato usare una voce fuori campo, del tipo “Salve, sono Alain, ecco mia moglie Nathalie, mio cognato Jean-Pierre…”. A questo punto si ferma l’immagine e Alain continua dicendo “Da che mi ricordo, non ho mai conosciuto una famiglia così”. Chiaramente, per cercare di essere il più originali possibili, abbiamo deciso di uscire dai clichè tipici di scene di questo genere e fornire allo spettatore un prodotto il più possibile originale».
ET: «E’ così che è nata l’idea della scena iniziale da Ikea, che in un attimo racconta allo spettatore tutte le problematiche salienti della storia: il ragazzo sovreccitato, la coppia in crisi, la paventata cena a casa del cognato… Abbiamo voluto prendere lo spettatore per mano e accompagnarlo per tutto il film».

Perché l’ambientazione proprio a Choux de Creteil?

ON: «Sia io che Olivier siamo originari di Choux de Creteil, ci andiamo spesso a trovare le nostre famiglie. Dal punto di vista architettonico, è un posto fuori dal mondo. Sembra di essere su Marte, un posto slegato dal resto dell’universo, perso in un’altra dimensione. Alain ha caldo, fuma, si sente oppresso, vuole scappare via. La tensione sale, sale, sale… e a un certo punto… boom!».

L’impressione è che se Yves Robert, autore di “Certi piccolissimi peccati”, avesse deciso di fare un ritratto di famiglia, sarebbe stato molto somigliante a “Troppo amici”…
ON: «Un paragone lusinghiero. Tra i registi francesi, Robert è senz’altro una delle maggiori fonti di ispirazione per il nostro lavoro. Nel suo film, è stato capace di dipingere con un sottile senso dell’umorismo ognuno dei suoi personaggi e far loro mantenere una identità definita, il cui ricordo rimane indelebile nello spettatore. Sotto altri aspetti invece ci siamo ispirati a Claude Sautet, al suo realismo, alla finezza della sua scrittura, che sono ancora modelli molto attuali».
ET: «Abbiamo entrambi una grande passione per i film “abbondanti”, ritmati, pieni di musica e di personaggi. Ci piace il movimento, il chiasso, le risate, le emozioni, tutte cose che ritroviamo nei film di Lelouch o Klapisch, o ancora in quelli di Woody Allen. Questa famiglia è come il tronco di un albero, da cui si diparte una lunga serie di rami, che sono poi le storie collaterali: gli immigrati clandestini pakistani ospitati da Nathalie, gli scioperi sostenuti da Jean-Pierre, Catherine e la comunità religioso-ebraica, un medico praticante di origine senegalese che tutti scambiano per un badante o un portiere…».

Quanto tempo ha richiesto la stesura di una sceneggiatura così complessa?
ON: «Circa due anni. La prima stesura ci è costata sei mesi di lavoro. Alcuni autori-registi sono scrittori più esperti che sanno perfettamente come sceneggiare i loro film. Noi siamo del tutto diversi. Siamo alla ricerca continua dell’espediente in più, del valore aggiunto, di una idea nuova, dovunque provenga».
ET: «Anche se siamo molto rigorosi nel processo di scrittura, una scena non prende mai vita del tutto fintanto che non sono stati scelti gli attori ed è stata fatta un’ultima stesura del copione. A volte la scena si completa direttamente durante le riprese, con battute che escono fuori così, di getto. Potremmo paragonare questo processo a una musica molto ricercata. Al cinema, soprattutto quando si tratta di commedie, un sguardo, un respiro, una parola, una espressione, possono fare la differenza. E’ la continua ricerca della nota mancante che caratterizza il nostro lavoro, il processo di scrittura a volte si estende anche alla fase di montaggio, al missaggio. Abbiamo fatto lo stesso con “Those Happy Days” e il risultato è stato sorprendente, anche per noi stessi. Per esempio, la scena di Roxane e del bambino al supermercato non ci soddisfaceva: è stato solo riguardandola che ci è venuta in mente la battuta “Puoi prestarmi tuo figlio ogni tanto!”. E la scena prende tutto un altro sapore».

Questo vostro modo di lavorare, quanto incide sulle riprese?
ON: «E’ un metodo che spesso destabilizza gli attori e deve essere concordato anche con il direttore della fotografia. Siamo alla seconda collaborazione con Rémy Chevrin, che sa perfettamente come improvvisare con la camera e adattarsi al ritmo degli attori. Ormai lo sanno tutti che all’improvviso possiamo chiedere di rifare una scena che andrà in una direzione totalmente opposta a quella della ripresa precedente. E’ uno dei motivi per cui usiamo molto lo zoom, è una tecnica che ci permette di cambiare prospettiva ogni volta che vogliamo».
ET: «Mentre stavamo girando il nostro primo film, con Gérard Depardieu, alla fine di una scena dissi “E’ buona, rifacciamola”. E lui si stupì, dicendo “Se è buona, perché rifarla?”. Non aveva torto, in realtà. Ma anche se una scena è buona, mi piace rifarla con quel minimo di cambiamenti “fisiologici” che ci consentiranno poi, in fase di montaggio, di avere più materiale per le mani».
ON: «Anche se poi al direttore di produzione viene l’ulcera».

Colpo di scena, uno dei personaggi viene lasciato sul ciglio dell’autostrada. Perché uno humour così estremo?

ET: «La nostra più grande preoccupazione quando facciamo un film è il ritmo. I tempi morti sono esasperanti per lo spettatore, ed è nostro punto d’onore la capacità di ridurli ai minimi termini. In questo ci aiuta il nostro montatore di fiducia, un nevrotico ciclico di talento. Portare alcune sequenze ai limiti dell’estremo, è un po’ l’espressione dell’influenza che ha su di noi Woody Allen. In “Harry a pezzi” o “Pallottole su Broadway”, porta i suoi protagonisti a situazioni così estreme che spesso riflettono meglio la realtà di una scena pseudo realista, noiosa e vista e rivista al cinema».

Tre film, tre commedie. Per quale motivo preferite questo genere?

ET: «Abbiamo in ballo la storia di una donna che si suicida una mattina dopo aver preso il caffè, proprio quando è pronto il suo toast… Ma non è il momento giusto, in questo momento abbiamo ancora troppa voglia di ridere e far ridere. In qualunque modo sia possibile far ridere la gente, che si tratti di un riso leggero o più amaro. Per adesso vogliamo continuare così, visto che è già una sfida continua riuscire in questo genere di film».
ON: «Quando esce un nostro film, Eric e io ci divertiamo ad andare in incognito nelle sale cinematografiche per vedere se i nostri spettatori ridono. Sentirli divertirsi è una ricompensa immediata per il nostro lavoro, come una medicina che allevia immediatamente un dolore forte».

La vis comica non surclassa tuttavia la componente emozionale dei vostri film…
ET: «Al contrario. Uno spettatore che ride è più portato ad emozionarsi, perché la risata ha un potere distensivo. Se “Troppo amici” sa far ridere, sicuramente saprà anche far emozionare, o almeno lo speriamo».

Nel vostro film non mettete insieme solamente famiglie e comunità diverse, ma riuscite a far interagire attori provenienti da esperienze diametralmente opposte.
ET: «Non è facile nel cinema francese formare una coppia inedita di attori. Vincent Elbaz e Isabelle Carré hanno avuto formazioni diverse, non lavorano nello stesso modo, ma eravamo convinti che insieme potessero sprigionare una certa alchimia. Non ci siamo sbagliati».
ON: «Ci piace mischiare i generi, le personalità, i caratteri. “Troppo amici” è anche un incontro di attori che vengono da differenti realtà: chi dal teatro, come François-Xavier Demaison, chi dal cinema d’autore come Audrey Dana, e poi ci sono quelli con cui abbiamo già lavorato in passato, come Joséphine de Meaux e Omar Sy. Già dalla prima lettura del copione si è creato un flusso comunicativo fra tutti che si è poi rafforzato durante le riprese».
ET: «Cerchiamo di dedicare la stessa attenzione a ciascuno degli attori. Alcuni di loro hanno preso parte a quasi tutti i nostri film, anche i corti. Come nel caso di Lise Lamétrie, o Catherine Hosmalin (che balla un lento languido con Vincet Elbaz nel bel mezzo della cucina), Jean Benguingui o ancora Lionel Abelanski…».

Come vi gestite nel lavoro di tutti i giorni?
ON: «Non ci dividiamo i compiti, andiamo dritti al bersaglio insieme. Mentre uno dei due parla con François-Xavier Demaison, l’altro nel contempo si occupa di Audrey Dana. Se uno dei due verifica le luci col direttore della fotografia, l’altro parla col costumista. Non so come facciano ad arrivare a meta i registi che lavorano individualmente e non comunicano, soprattutto data la mole di lavoro da sbrigare tutti i giorni».
ET: «Essere due registi che lavorano insieme ci permette di avere il doppio delle idee, di energie, non restiamo mai senza. Abbiamo trovato questo equilibrio che manteniamo da 15 anni. La sola cosa che non dividiamo sono i soldi, Olivier non ne prende! Per questo lavora come cabarettista in un locale di Pigalle».
ON: «Sì infatti ora devo andare (scherza), mi aspetta un’altra nottata di latex e marmellata».

Le riprese di “Troppo amici” sono state più tranquille rispetto ai film precedenti?
ON: «Certamente. In “Je Préfère qu’on reste amis” abbiamo “scoperto” il lungometraggio con gioia, sicuramente, ma è stato anche stressante. In “Those Happy Days”, gestire 24 ragazzi non è stata propriamente una passeggiata. Stavolta c’erano tutte le condizioni necessarie per lavorare con tranquillità».

I vostri familiari avevano paura che poteste rivelare al mondo qualche loro piccolo segreto… dite la verità, lo avete fatto?
ET: «Mia suocera, che per adesso non ha ancora visto il film, ha detto che trova interessante essere una fonte di ispirazione. Ma del resto abbiamo mischiato talmente le carte…».
ON: «Confidiamo nel loro senso dell’umorismo, del resto abbiamo talmente esasperato le cose…».
ET: «Per quanto, qualcuno dei nostri veri parenti appare sullo schermo, ed è proprio a loro che abbiamo dedicato il film».
ON: «E’ il nostro modo, un po’ sghembo e dissacrante, di dimostrare loro quanto siano importanti».

Prossimi progetti?
ON: «C’è sempre la storia di questa donna e del suo toast a colazione… ci stiamo lavorando».

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