Qualcosa di troppo: recensione in anteprima

Audrey Dana scrive, dirige ed interpreta Qualcosa di troppo, commedia francese apparentemente ardita eppure semplicemente superata, per comicità e contenuti

Tu donna, immagina… e se un giorno ti spuntasse un pene tra le gambe? Non uno qualsiasi, bensì il tuo. L’hai vituperato, eppure ne hai avuto un malcelato rispetto quale emblema del maschio dominante, quello che, appunto, in quanto detentore di cojones ha fatto il bello ed il cattivo tempo nella Storia, relegando te ed il tuo sesso in generale al ruolo tutt’al più di gregario, a partire da quell’infamante definizione di costola d’Adamo che ti ha pure fatto allontanare dalla religione (per lo meno dalle tre che grossomodo su Genesi si fondano). È esattamente ciò che accade a Jeanne (Audrey Dana, protagonista, regista, sceneggiatrice, insomma tutto) dopo essere stata scaricata di punto in bianco dal marito, frantumando in mille pezzi l’immagine di una vita realizzata così per come la diretta interessata se l’era costruita.

Qualcosa di troppo, a questo punto lo si sarà per lo meno intuito, si sofferma su una tematica piuttosto scottante, delicata e precaria soprattutto per via di un dibattito sin troppo acceso, dove basta poco per scatenare finanche gli animi apparentemente più tiepidi. Ma allora perché è un film così vecchio? Lo è, manco a dirlo, per via dell’approccio: in linea di massima, se lo avessimo girato in Italia attraverso “canali ufficiali”, ne sarebbe venuta fuori una commediaccia stantia, magari greve, nondimeno però rivolta alla pancia. In Francia no: Audrey Dana non può nemmeno fingersi avulsa dai cori che si consumano da una parte e dall’altra, non può perciò dissimulare un’ingenuità che eppure cerca d’infondere; perciò le tocca dare un colpo al cerchio ed uno alla botte.

Il suo film passa infatti in rassegna tutte le posizioni che si possono assumere in relazione al tema, flirtando… pardon, simpatizzando con femministe/i, conservatori, progressisti, tradizionalisti e via discorrendo. Ci sono tutti. Tanto per cominciare lei è una madre di due figli, che ovviamente adora; poi è un architetto sul punto di fare il salto di carriera. Un tipo remissivo, che incarna un ideale di donna superato, ossia quella a cui sta bene tutto in tutti gli ambiti dell’esistenza. È quell’escrescenza sotto la vita a stravolgere le cose, attraverso un procedimento metonimico che sostanzialmente riduce l’uomo al proprio membro: in buona sostanza il percorso di (ri)scoperta di Jeanne passa proprio attraverso un pisello. Ora che anche lei ne ha uno, ha capito cosa significhi essere uomo.

È chiaro che ci si scherza su, il che se vogliamo è pure più inquietante, come quando l’amica, contemplando le pudenda di Jeanne, non sa decidersi se il nuovo arrivato sia più barocco o classico. Passata la confusione iniziale, Jeanne viene addirittura paragonata alla più celebre delle sue omonime, ossia la Santa pulzella d’Orlean: solo che lei, anziché combattere gli inglesi per la Francia, dovrà combattere il sesso maschile per le donne francesi. C’è un problema però, tra gli svariati: la regista sa che un discorso del genere è al limite del proponibile, per lo meno per reggere un film di un’ora e mezza, perciò da subito instaura questo clima di goffo surrealismo applicato alla commedia.

Ebbene, tutto ciò però deve fare i conti con uno sviluppo rimasto a vent’anni fa minimo, da un lato consapevole del dibattito, nel senso di non volervi entrare a gamba tesa, dall’altro, di conseguenza, totalmente avulso agli sviluppi socio-culturali avvenuti in questo lasso di tempo. Poco rileva che sembri prendersi poco sul serio, anzitutto perché non è poi così vero e poi perché per fare ridere bisogna stare al passo, sondare l’ambiente circostante, perché ciò che funzionava qualche anno fa non è detto che oggi ci riesca altrettanto. Specie quando a tratti Qualcosa di troppo travalica in una sorta di fantascienza, lì si ha percezione più che in ogni altro passaggio di quanto fuori fuoco sia l’approccio.

Lasciamo stare che per alcuni certe battute o implicazioni potrebbero suonare vagamente offensive, ché è un rischio contemplato in premessa e che non si può eludere, con buona pace di chi è sensibile a certe cose; il vizio sta semmai nella gratuità, nel fatto cioè che tali episodi non siano supportati dalla benché minima ragione. Fare sorridere? Beh, come può oggi far sorridere una donna che ci prova con un’altra donna dando un attimo dopo la colpa al suo pene, reo di aver preso il sopravvento? Qualche tempo fa probabilmente, oggi su certe cose c’abbiamo fatto il callo, senza contare la retorica dei tabù decaduti e via discorrendo, che preferisco risparmiarvi. Far riflettere? Anche su questo fronte siamo un attimo in ritardo e non basta una vetrina su cui un ragazzo ha appena scritto «Il mondo sta cambiando» per elevare un argomentare in fin dei conti così privo di mordente.

Sulla carta Qualcosa di troppo sarebbe più intrigante, per dire uno recente, di un film come Moglie e marito, se non altro perché al già sondato terreno dello scambio di persona quello francese preferisce la più “incerta” integrazione di una parte per il tutto, come accennato sopra. Lo svolgimento però capovolge le cose, e l’usato garantito finisce col dare una mano al film di Sodano, mentre il tentativo “esplorativo” della Dana si risolve in un pastiche che le sfugge di mano praticamente subito, infarcito com’è di intuizioni mal riposte la cui tenuta denota solo un eccesso di cautela dinanzi ad un tema senz’altro meno scabroso di quanto l’autrice vorrebbe, tuttavia troppo urgente per limitarsi ad un così sfasato contributo.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”3″ layout=”left”]

Qualcosa di troppo (Si j’étais un homme, Francia, 2017) di Audrey Dana. Con Audrey Dana, Christian Clavier, Eric Elmosnino, Alice Belaïdi, Jonathan Louis, Antoine Gouy, Joséphine Drai, Victoire Brunelle-Remy e Eric da Costa. Nelle nostre sale giovedì 11 maggio 2017.

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