Roma 2017, Abracadabra di Pablo Berger – Recensione in Anteprima

5 anni dopo il boom di Blancanieves torna al cinema Peter Berger con Abracadabra.

5 anni dopo l’inimmaginabile boom di Blancanieves, vincitore di 10 premi Goya, di una Conchiglia d’Argento come Miglior Attrice e del Premio Speciale della Giuria al San Sebastian Film Festival, candidato spagnolo agli Oscar® 2013 come Miglior Film Straniero e ai César del 2014, Peter Berger è finalmente tornato in sala con Abracadabra, sua terza fatica presentata alla 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Un’opera volutamente al limite dell’assurdo, grottesca nei toni e in grado di spaziare tra i generi, ambientata in una Madrid periferica tra ipnotismo e spiritismo. Protagonisti Carmen e Carlos, coppia tra le tante con figlia adolescente e litigi familiari all’ordine del giorno. Lui vive per il Real Madrid, lavora nell’edilizia, è burbero e trascura la bella moglie, mentre lei, ancora innamorata, digerisce le sfuriate e reagisce con stupore ad un suo repentino mutamento. Durante un ricevimento di matrimonio, infatti, il cugino di Carmen, Pepe, ipnotizza Carlos. Scettico e strafottente, l’uomo appare però da subito diverso, in quanto incredibilmente posseduto dallo spirito di un ventottenne morto negli anni ’80 che, gradualmente, grazie alla sua intelligenza e alla sua gentilezza affascinerà la consapevole moglie.

C’è tutta la bizzarra ironia tipica del cinema spagnolo alla Alex de la Iglesia in questo Abracadabra, film dai toni chiaramente e alla lunga esageratamente surreali. Sin dai primi minuti quasi ‘fantozziani’, con il protagonista scalmanato in chiesa causa finale di Super Coppa del Re tra Real Madrid e Barcellona nell’auricolare, si intuisce l’andazzo preso da Berger, dichiaratamente affascinato dall’ipnotismo e visibilmente intenzionato a trattare l’argomento con esplicita leggerezza.

Nell’osservare il ridicolo Pepe e il vero e proprio mago dell’occulto dottor Fumetti è impossibile non pensare all’episodio trainato da Johnny Dorelli in Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, con una svolta spiritica che improvvisamente prende il sopravvento, trainando il film verso una superficiale analisi sull’influenza della pazzia nel comportamento omicida.

Fa indubbiamente sorridere Abracadabra, grazie ai suoi tanti ridicoli equivoci e ai voluti eccessi di scrittura, in bilico tra il tragicomico e il dramma familiare, ma il mix di generi approssimativamente amalgamato dal regista spagnolo, in grado comunque di mantenere una precisa impronta stilistica, lascia tiepidi. Da Berger, dopo quel colpo di fulmine che è stato Blancanieves, era lecito attendersi qualcosa di più stratificato e sofisticato.

[rating title=”Voto di Federico” value=”5″ layout=”left”]

Abracadabra (Spagna, 2017, grottesco) di Pablo Berger; con Maribel Verdù, Antonio de la Torre, José Mota, José Marìa Pou, Quim Gutiérrez, Priscilla Delgado, Juliàn Villagràn, Javivi

Lo spagnolo Pablo Berger è autore di uno dei film più forti e originali del Cinema Europeo recente: la coproduzione franco-spagnola Blancanieves. Vincitore di 10 Goya, un premio Ariel come miglior film iberoamericano, una Conchiglia d’Argento come Miglior Attrice e il Premio Speciale della Giuria al San Sebastian Film Festival, Blancanieves è stato il candidato spagnolo agli Oscar® 2013 come Miglior Film Straniero e ai César del 2014. Il film ha inoltre vinto il premio come Best European Costume Design agli European Film Awards del 2013. L’opera prima di Berger, Torremolinos 73, ha ricevuto 4 nomination ai Goya e vinto diversi premi nazionali e internazionali. Nel 2015 il regista è stato nominato Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere dal governo francese.

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