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Trieste Science+Fiction 2017: primo giorno al Festival della Fantascienza

Al via l’edizione 2017 del Trieste Science+Fiction. Ancora una volta Cineblog è in loco per seguire la manifestazione. Si parte con tre film

Una cosa colpisce pressoché immediatamente di Trieste in quanto cornice dello Science+Fiction: una città intrisa di così nette reminiscenze ottocentesche alle prese con un Festival che celebra la fantascienza a tutto tondo. E non c’è nulla di steampunk in questo, se proprio volessimo vederci un possibile connubio già rodato. Per dire, Trieste è quella città dove sulla vetrina di un’agenzia di viaggi trovi un cartello con su scritto: «si effettua biglietteria aerea e marittima», ed in fondo ti viene da pensare che questa città, così bella e malinconica (bella perché malinconica) la sua occasione l’ha avuta in quei primi decenni del secolo scorso, contraddistinti da un fermento mica male.

Considerate che la nuova cornice del Festival non è più il Tripcovich bensì il Teatro Politeama Rossetti, che all’ingresso riporta di aver ospitato, il 12 gennaio del 1910, la famosa serata futurista. Altri tempi. C’è forse un filo conduttore, misterioso, perciò insondabile, tra quanto accadeva allora e il 2017. Lo Science+Fiction è un Festival che intende celebrare qualcosa, ossia la Fantascienza, che passi attraverso il Cinema, la Musica, la Televisione, la Letteratura o che so io; perciò è un evento che non coltiva praticamente alcun complesso: vedi i ragazzi che ci lavorano sbattersi in quattro per far riuscire un po’ tutto, mentre per la città girano sigle e corti da mostrare agli spettatori tra una proiezione e l’altra.

E il cinema? Ovviamente c’è anche quello, soprattutto quello. Finora chi scrive ha visto tre film, a dire il vero nulla di sorprendente. Il primo è stato l’ungherese Loop, il cui titolo è alquanto eloquente: il protagonista resta incastrato in un loop che lo porta ad incontrare il sé stesso delle ultime ore commettere i medesimi errori. Trama intrigante, esecuzione non impeccabile, che indugia troppo su questo suo gimmick senza impedire che l’espediente sia un po’ fine a sé stesso.

In fondo anche Kati Kati, film che il Kenya ha mandato agli Oscar, si può dire si basi su un loop, sebbene di altra natura. Una ragazza si guarda intorno e non capisce dove si trova né perché; di lì a poco scopre che è morta e che lì sono finiti anche altri come lei. Vengono mescolate un po’ di cose, tra fiaba e folklore, solo che il tutto si mostra debole nel sottoporci la vicenda di Kaleche, la giovane protagonista che in questo suo viaggio ha modo di far luce su alcune cose accadute finché era in vita. Interessante l’idea di ambientare il tutto in un’unica location, proprio a voler rimarcare il concetto che queste persone si trovano in una dimensione “altra”, ma si tratta per lo più di spunti.

L’ultimo è Hostile, del francese Mathieu Turi. Anche in questo caso, l’incipit è interessante: un film sugli zombie anzitutto senza zombie, dato che in realtà si tratta di infetti, differenza sostanziale. Post-apocalittico nei contorni, Turi ci costruisce su una tragedia romantica, alternando il presente della protagonista, Juliette, al passato di quest’ultima. Ed è proprio nelle pieghe romance che Hostile appare un po’ forzato, pure perché la recitazione e i dialoghi non sono il massimo, sebbene si apprezza l’idea di tornare ad un approccio più “umano” rispetto alla minaccia, anziché il trattamento dei vari Walking Dead e compagnia cantando, più diretti in questo senso. Finale leggermente telefonato, da un certo punto in avanti l’azione al presente si svolge dentro a un furgone, e qui non tutto funziona benissimo.

Ma questo non è che l’inizio. Nei prossimi giorni ci aspettano altre proiezioni, quantunque i ritmi, Deo gratias, siano meno frenetici dei Festival più blasonati. Intanto una cosa c’è, ossia l’atmosfera, qualcosa che non va dato per scontato nemmeno nella cupa e fascinosa Trieste.

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