Venezia 2018, Vox Lux: recensione del film di Brady Corbet

Festival di Venezia 2018: laddove nei suoi eccessi The Childhood of a Leader trovava vita, in Vox Lux Brady Corbet non riesce ad infondere la medesima forza, malgrado un'ambizione alla quale è dura resistere

È un giorno come tutti gli altri in una scuola media superiore americana. Siamo al rientro dalle vacanze di Natale e la professoressa cerca di partire assecondando questi quattordicenni strappati al divertimento o al dolce far nulla per essere costretti in una classe. Non c’è niente di eccezionale insomma; finché non irrompe un ragazzino, un compagno di classe assente fino a quel momento, arma in pugno, si presenta con nome e cognome per poi sparare all’insegnante. Da lì a poco segue la carneficina, dalla quale esce viva una sola superstite: Celeste (Raffey Cassidy).

Dopo il folgorante esordio con The Childhood of a Leader, Brady Corbet è chiamato a confermarsi attraverso la prova per molti la più difficile, ossia l'opera seconda. Intatta l’ambizione, Corbet si lancia in un’ardita interpretazione circa gli umori e certe dinamiche che muovono questo inizio di XXI secolo – laddove col precedente venivano sondati i medesimi punti ma in relazione al XX, il ‘900. È, per dire il meno, apprezzabile che un giovane cineasta, appena trentenne, s’imbarchi in un progetto del genere, con quella sana noncuranza tipica dei giovani, che si cimentano in imprese senza porsi troppi problemi circa il fatto che abbiano le spalle abbastanza larghe per riuscirsi o meno.

Sia chiaro, da questa parte l’ambizione di Corbet, e di chi come lui, ce la si tiene stretta; così come le aspirazioni, l’entusiasmo e la passione per progetti borderline, che non si accontentano di raccontare storie piccoline ma, una volta ogni tanto, puntano più in alto. E si sa, più in alto ti alzi, più l’eventuale caduta rischia di essere rovinosa. Con altrettanta schiettezza, chiariamo pure qui: no, il tonfo non c’è stato. Se però c’è una cosa che probabilmente si è ritorta contro Corbet sono state le aspettative.

The Childhood of a Leader è opera strabordante, le sue mire, a maggior ragione per un debutto, pressoché sconfinate. Un film sotto il quale si agita una forza atipica, magma che pulsa vita, e non per una ragione specifica bensì per una concatenazione di queste, cui contribuiscono non meno significativamente anche i difetti, che poi sono per lo più i suoi innegabili eccessi. Bisogna partire da tale premessa, diversamente si rischia di non capire cosa possa essere andato storto con Vox Lux, o per lo meno, cosa lo limita in maniera quasi decisiva.

La sproporzione infatti tra ciò a cui aspira un film del genere ed il modo in cui il racconto viene ridotto rischia di rivelarsi fatale. Vox Lux riprende essenzialmente due periodi: il 1999 e il 2017. In mezzo il vuoto. Anche nel precedente, sul finale, Corbet opera un salto temporale di portata analoga, ma a quelle condizioni ci sta, anzi, si tratta di una chiusa notevole, ambigua e proprio per questo accattivante. In quel caso però un discorso è stato sviluppato, l’infanzia del leader esposta abbastanza, consentendoci di capire un po’ meglio chi fosse questo bambino così particolare.

Qui Corbet opera diversamente. Il profilo di Celeste va in qualche modo (ri)costruito alla luce di quanto la voce narrante rivela alla fine, poche parole mediante le quali viene fornito un abbozzo di spiegazione a tutto, un aneddoto che fa tutta la differenza di questo mondo. Un epilogo che lascia interdetti, non in sé e per sé, bensì per come matura; da quell’ultimo resoconto del narratore passa tutto il senso di Vox Lux, per intero proprio, sulle sue parole grava la lettura di una parabola rispetto alla quale noi si viene messi a parte in maniera deliberatamente troppo aleatoria. Perché la linea tra sottile e appunto aleatorio è spesso davvero così labile, e, come diceva qualcuno, l’ambiguità comporta sempre il poter scegliere tra due possibilità e quelle soltanto, senza però essere messi in condizione di stabilire quale; quando la scelta è più vasta siamo in un altro territorio, nel quale di solito non ci si finisce tanto consapevolmente.

Ed è un vero peccato, perché in Vox Lux si assiste ad intuizioni notevoli, con Corbet che d’altra parte ci sa fare, ha un talento innegabile, mosso peraltro dal desiderio di trovare anche troppo spesso delle vie alternative. Forse è l’essere ancora immersi nel periodo al quale si accosta a non consentire la stessa lucidità manifestata allorché ci spiegò la genesi delle dittature, che a tal punto hanno caratterizzato i primi quarant’anni del ‘900 da plasmare, loro malgrado, il mondo a venire. Ciò a cui allude con questo suo secondo lavoro, è vero, potrebbe risultare altrettanto determinante, o comunque non ci va lontano.

Celeste, divenuta una pop star di fama mondiale (a questo punto Natalie Portman), sembra aver perso la testa, mentre appunto proprio nelle ultime battute capiamo che, al contrario, ha sempre avuto ben chiaro il proprio scopo, quantunque non fosse altrettanto esplicito il percorso. Questa ricaduta in forme becere di personalismo, ossia nel culto della persona, ancora ancora osteggiato in politica malgrado le molte tentazioni di tanti, in altri ambiti sembra non destare altrettante preoccupazioni; in larga parte, velatamente o meno, vengono addirittura incoraggiate. Corbet ci mette ancora una volta in guardia, indirettamente, ché il suo intento non è quello di catechizzare alcuno, in merito alla pericolosità di un qualsiasi culto personalistico, del sottovalutare perciò l’ascendente che uno solo (o una sola) può avere su uno sterminato numero di anime.

Quel retrogusto biblico, poi, già espresso al titolo, davvero è espressione di un’inclinazione che non può che essere sostenuta; Corbet vuole dire cose importanti, forse essenziali, di sicuro determinanti. Ed è di estremo interesse capire fino a che punto il Cinema, così per com’è oggi, per dove è arrivato, la strada che ha fatto, ma soprattutto in relazione allo spettatore di oggi, colui a cui è, volente o nolente destinato, siano in grado di recepire la travolgente mole d’informazioni e capovolgimenti continui, questa rete intricata e complessa come probabilmente mai prima nella Storia che costituisce l’attualità, la nostra epoca.

Voce Luce, allora, ha quasi una connotazione escatologica, da fine dei tempi, da battaglia ultima, roba con cui Corbet non può non esservi confrontato, ché sennò ad un titolo simile non si capisce per quale strada ci sarebbe mai potuto arrivare. Evocando il Terrorismo quale pratica determinate degli ultimi vent'anni, quella che più di ogni altra ha avuto delle concrete ripercussioni sulla Storia, dunque sulle nostre vite; un fil rouge che viene appena suggerito, in questo caso a ragion veduta, ma che è potente, dalle implicazioni molteplici. Insomma, ancora una volta, di certo Corbet non difetta in coraggio.

A remare contro è la scelta di focalizzarsi su così pochi segmenti, senza esplorarli un po’ di più, dando forse troppo per scontato, come se il vivere lo stesso tempo della protagonista fosse più che sufficiente a colmare quei buchi, dedurre un discorso dal fascino indiscutibile ancorché scarno nell’esposizione. Non sempre funziona. E non è interazione questa, nel senso di lasciare lo spettatore libero di “riempire” il resto; nemmeno pigrizia, perché è evidente che tale esposizione sia frutto di una scelta precisa, sulla quale però si fa davvero fatica a convenire.

Allora cos’è? Semplicemente, un rischio. Un rischio troppo grosso a fronte di premesse così meritorie, avendo peraltro davvero qualcosa da dire. Sperare che tutto ciò fosse in qualche modo sublimato da un modo di raccontare così affabulatorio, consapevole rispetto al linguaggio e ai suoi strumenti, potrebbe essere una delle ragioni per cui Vox Lux sia uno di quei film dei quali ci si vorrebbe davvero tanto invaghire ma rispetto ai quali alla fine è così dannatamente difficile riuscirci.

Voto di Antonio 6

Voto di Federico 5

Vox Lux (USA, 2018), di Brady Corbet. Con Natalie Portman, Jude Law, Raffey Cassidy, Stacy Martin e Jennifer Ehle. In Concorso.

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