Venezia 2018, Jennifer Kent presenta The Nightingale e replica all'insulto ricevuto in sala

Quattro anni dopo il boom internazionale di Babadook, l'australiana Jennifer Kent è sbarcata alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia con la sua opera seconda, The Nightingale, tra i papabili Leoni d'Oro della vigilia.

Protagonisti nella Tanzania del 1825 Aisling Franciosi, Sam Claflin e Baykali Ganambarr, arrivati al Lido al fianco della regista, tornata in sala con una storia fortemente voluta.

"Ho rifiutato tanti ottimi script dopo il boom di Babadook, perché non mi entusiasmavano. Con Babadook volevo esplorare il dolore nascosto, taciuto da una persona, senza manifestarlo. In The Nightingale volevo parlare della necessità di raccontare l'umanità in un periodo brutale, particolarmente buio per gli australiani".

Al termine della proiezione stampa un accreditato ha incredibilmente insultato la Kent, urlando 'vergognati putt*na fai schifo', quando è comparso il suo nome sui titoli di coda, facendo finire l'intera Mostra sui siti cinematografici di mezzo mondo. Interrogata sull'argomento da un giornalista belga, la regista ha così replicato.

"Credo che sia di importanza fondamentale reagire con la compassione e con l'amore, all'ignoranza. Non ci sono altre possibilità. Non ci sono reali opzioni alternative, non danno sollievo ne' miglioramento. Ecco perché sono orgogliosa del mio film, del mio staff, nell'aver raccontato una storia che andava raccontata. Qualità come amore e compassione sono ormai quasi considerate dei difetti, e se non le sosteniamo rischiamo di perderli".

Sui social, dopo una notte e una mattinata di furenti polemiche su chi fosse il colpevole dell'indecente insulto ai danni della regista, il responsabile si è così fatto avanti.

Unica donna regista in concorso, con annesse strumentali polemiche da parte della stampa internazionale, la Kent non si è detta esageratamente 'responsabilizzata', provando dispiacere per questo scomodo 'primato'.

"Non mi da' gioia, non riguarda me, vorrei avere altre registe che conosco qui al mio fianco. The Nightingale parla dell'importanza del rispetto per il femminile in tutti i campi, attraverso le donne, la cultura indigena. Tutti dobbiamo trovare un equilibrio tra parte maschile e femminile. Tante altre minoranze non sono state rappresentate. Cineasti LGBT, neri, in arrivo da Paesi emergenti, non solo le registe donne".

La Kent si è poi soffermata sulla realizzazione della pellicola, sulla violenza esplicitata e sulle difficoltà produttive.

"La prima volta che ho visitato la Tanzania mi ha colpito questa tristezza residua che ancora oggi è tangibile. Abbiamo girato tra le montagne, con un tempo assai vario, con fortissime piogge. Le riprese sono state un inferno, divertenti ma infernali. La Tanzania è un luogo con tantissimi alberi, molto alti, e noi parliamo anche del rapporto tra umani e natura. Anche io sono stata attrice e sapevo come avrebbero dovuto girare i miei attori. Abbiamo fatto prove molto lunghe, ma senza sceneggiatura. Abbiamo creato esercizi astratti per creare dei rapporti tra i due protagonisti. Gli attori mi odieranno, perché li ho costretti ad andare nei boschi con delle carote e poco altro per poi farli tornare al campo. Mi piace torturare i miei attori, spingerli fino al limite. Ma sono anche gentile e sensibile, quando ne hanno bisogno. La scena dello stupro, che dura 7 minuti, l'abbiamo provata più volte. Abbiamo creato delle coreografie in modo che gli attori in scena conoscessero i movimenti giusti, per poi lasciarsi andare. Sull'horror esplicitato, la mia regola principale è che ci sia sempre un elemento di bellezza, anche nelle scene più cruente. Orrore e bellezza devono coesistere. La violenza gratuita non è importante, ma poiché è così visibile volevo che lo spettatore vedesse il punto di vista della protagonista. Quella scena dello stupro è importante, andava mostrata. Siamo anestitizzati dalla violenza, non sentiamo più nulla solitamente, ma io volevo vedere il prezzo umano della violenza. E' importante che ci si senta scioccati, mentre la si osserva".

In odore di premio Mastroianni, se non addirittura di Coppa Volpi, la 21enne
Aisling Franciosi, irlandese con origini italiane, ha invece raccontato come si sia avvicinata alla pellicola, parlando direttamente la nostra lingua.

"Appena ho letto 15 pagine già sapevo che avrei dovuto fare questo film. Il mio è un personaggio complesso, molto raro da vedere. Ho lavorato tantissimo studiando argomenti legati alle violenze sessuali e ai traumi psicofisici. Sono stata in diversi centri di abuso, ho parlato con varie assistenti sociali e ogni volta che senti simili storie ti arriva come un pugno nello stomaco. Ho sempre cantato, in Irlanda, quando ho letto poche pagine di sceneggiatura ho cantato una canzone, al provino. Proprio quella canzone, che ho cantato in gaelico, era incredibilmente presente nel finale di sceneggiatura, che non avevo ancora letto. Era destino che dovessi fare questo film'. 'Il primo provino l'ho fatto due anni e mezzo fa, quindi ho avuto tutto il tempo per fare le mie ricerche. Ho scoperto come molte donne siano state spedite dal Regno Unito in Australia, anche per crimini minori. Era sistematico, non conoscevo questa parte di Storia del mio Paese e mi ha sconvolto". "E' stato rassicurante avere del tempo per conoscere gli altri protagonisti del film, perché alcune scene sono state molto difficili da girare, il materiale era sensibile. Non ci fossimo conosciuti prima delle riprese, il risultato sarebbe stato diverso".

Ruolo complicato anche per Sam Claflin, nei panni di un personaggio che è la quintessenza del male.

"Fino ad oggi la parte più difficile che abbia mai fatto. Quando ho incontrato Jennifer mi ha spiegato perché avesse scritto questa storia, perché fosse importante parlarne. Film come questi vanno condivisi, se ne deve parlare, gettar luce sulla cultura aborigena australiana".

Protagonista aborigeno del film il bravo Baykali Ganambarr, qui di fatto al suo debutto in un ruolo tanto importante.

"Letta la sceneggiatura sono rimasto stupito, perché è stranamente onesta, la Kent è stata trasparente su quanto accaduto alla mia gente. Questo è il mio esordio da co-protagonista e sono felice di aver potuto rappresentare il mio popolo. Recitare con Sam e Aisling è stato straordinario. Averli al mio fianco, come sostegno. Per il mio popolo questo è stato un ruolo fondamentale".

Ambientato nel 1825, il film ruota attorno a Clare, giovane detenuta irlandese che attraversa il selvaggio e aspro paesaggio della Tasmania per dare la caccia a un ufficiale britannico, spinta dalla vendetta per un terribile atto di violenza che l’uomo ha commesso nei confronti della sua famiglia. Per portare a termine l'impresa, si avvale di una guida aborigena di nome Billy, che a sua volta è traumatizzato da un passato intriso di violenza.

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