Roma 2018, Martin Scorsese incanta con una 'lezione' sul cinema italiano - il resoconto

La Festa del Cinema di Roma ai piedi del leggendario Martin Scorsese.

Folla delle grandi occasioni alla 13esima Festa del Cinema di Roma per Martin Scorsese, tornato all'Auditorium Parco della Musica 12 anni dopo la primissima storica edizione (in cui presentò The Departed, poi Premio Oscar) per ricevere un più che meritato premio alla carriera dalle mani di Paolo Taviani.

Il 75enne regista americano, Palma d'oro al Festival per Taxi Driver, Leone d'oro alla carriera e tre Golden Globe sul comodino, ha incontrato l'adorante pubblico presentando una lista di nove film italiani che gli hanno cambiato l'esistenza. Nove clip tratte da nove capolavori della nostra cinematografia, tutti racchiusi tra il 1952 e il 1969, che Scorsese non ha mai dimenticato, perché fondamentali nella sua formazione.

Moderato da Antonio Monda, direttore della Festa, Scorsese ha sviscerato aneddoti e motivato le sue scelte, ampliate dalle iniziali 5 alle nove finali, incantando i presenti con una vera e propria lezione sulla settima arte, spessa interrotta per applaudirlo calorosamente. Al momento della premiazione, dinanzi alle parole piene d'affetto e di stima da parte di Taviani, il padre di Toro Scatenato si è commosso. Un format, quello del regista che racconta il suo rapporto con il cinema tricolore, nel lontano 2007 'inaugurato' da un'altra leggenda come Terrence Malick, all'epoca tornato a farsi vedere in pubblico dopo decenni d'attesa.

Scorsese, invece, rimarrà a Roma fino a mercoledì, quando terrà un 2° incontro pubblico e renderà omaggio a Vittorio Taviani con la proiezione di San Michele aveva un gallo, realizzato con il fratello Paolo e restaurato dal Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale e dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Ma ora, rigorosamente non in ordine di preferenza, ecco a voi i nove film italiani scelti e 'raccontati' dal più grande regista vivente.

Accattone di Pier Paolo Pasolini (1961)

"Lo vidi per la prima volta al New York Festival nel 1963/64, fu un’esperienza potentissima. Sono cresciuto in un quartiere duro, difficile di New York. Il primo film che conoscevo a memoria era Fronte del Porte, ma quello venne realizzato dagli studios, mentre questo fu il primo film con delle persone con le quali riuscivo ad identificarmi. E’ sempre difficile parlare di Pasolini, è stato scritto tutto su di lui, io non sapevo chi fosse quindi questo film fu improvviso, uno choc, una folgorazione, ma io capivo quelle persone, i personaggi. Mi sorprese la santità, alla fine del film, quando lui, sul ‘letto di morte’, confessa ‘ora sto bene’. La santità dell’animo umano, perfino dove son cresciuto io l’essere un protettore, un magnaccia, era una cosa negativa. Alla fine lui muore tra due ladri, uno dei due si fa il segno della croce ma al contrario e una delle prostitute si chiamava Maddalena. 15 anni dopo mi sono letto tutto Pasolini, difficile ma ce l’ho fatta".

La presa del potere da parte di Luigi XIV di Roberto Rossellini (1969)

"Quando avevo 5 anni, in casa avevamo una piccola tv, era il ’48/49 e venivano fatti vedere film neorealisti come Sciuscià e Ladri di Bicicletta. Quello per me era il mondo reale, non era cinema, mi apparivano come vita vera, a prescindere dalla differenza tra film commerciali e non. Non sembravano film, ma qualcosa che si stesse verificando in quel momento a New York, come se fosse la quotidianità. Rossellini, nella parte finale della propria carriera, iniziò a girare per la tv. L’elemento didattico, in quel caso, cominciò ad acquisire importanza rispetto a quello artistico. Anche questo lo vidi al New York Festival, La presa del potere da parte di Luigi XIV non venne inzialmente accolto nel migliore dei modi. Rossellini ha contribuito a reinventare il cinema insieme a De Sica, Zavattini. A un certo punto ritenne importante iniziare a fare film didattici per la tv su argomenti storici. Questo fu il primo della serie ma era eccezionale. Basta vedere la composizione, tra Velasquez e Caravaggio. Lui prendeva il dettaglio e attraverso di esso ti trasmetteva la storia. Rossellini riduceva tutto all’essenziale, scarnificava le cose, e questo mi chiarì la visione, spingendomi ad utilizzare lo stesso metodo. Solo una volta l'ho incontrato, per caso, per strada, a Roma nel 1970. Era la mia prima volta in Italia, passeggiavo per strada e parlavamo proprio di lui. Improvvisamente lo trovammo in mezzo al traffico. Camminammo insieme e io gli dissi quanto questo film era popolare in America, e lui mi rispose ‘non mi interessa l’arte ma solo l’istruzione, mi interessa educare, istruire'".

Umerto D di Vittorio de Sica (1952)

"E’ il culmine e l’apice del neorealismo. Dopo questo anche il neorealismo cambiò, mostrare un anziano come protagonista e il cambiamento della società, che iniziava a non rispettare più le persone anziane. Questo film, che ho visto per la prima volta nel 1960, non è affatto sentimentale. C’è un uomo che ha bisogno di mangiare e che utilizza il proprio cane per riuscirci, ma non in modo sentimentale. ‘Facciamo lavorare il cane’, pensa, perché tutti si sciolgono davanti ad un cane".

Il Posto di Ermanno Olmi (1961)

"Il distributore del film in America, che aveva i migliori cinema di New York all’epoca, lo amò a tal punto da proiettarlo gratuitamente nel suo primo giorno di programmazione. Oltre a I Fidanzati, in questo film di Olmi spicca il suo stile scarno, ‘economico’, quasi documentaristico, alla John Cassavetes. Per questo lo sento molto vicino a me. C’è una purezza, ne Il Posto, che ho sempre trovato interessante. Come se l’umanità venisse tagliata fuori, allontanata. Mi fece da ispirazione per Toro Scatenato".

L’eclisse di Michelangelo Antonioni (1962)

"Il primo suo film che vidi fu L’Avventura, e dovetti imparare a leggerlo. Io sono cresciuto nell’era d’oro del cinema, americano e straniero. Questo mi ha dato la possibilità di concentrarmi e a osservare l’inquadratura anche per un lungo periodo. All’epoca era già uscito La Dolce Vita e c’era questo grande conflitto tra La Dolce Vita e l’Avventura. Ho imparato a guardare il cinema studiando l’Avventura, che vidi ripetutamente, concentrandomi sull’uso dello spazio. Per me era come arte moderna, all’epoca, ed è molto probabile che io non capisca l’arte moderna. ‘Qualsiasi cosa che va oltre la Madonna con bambino tu non la capisci’, mi disse una volta uno scrittore. Ne l’Avventura c’è una narrazione che viene raccontata nello spazio, con la luce, il buio, l’oscurità, è un’altra arte, quasi analitica, con uno dei più bei finali di sempre, che mi fa piangere ogni volta che lo vedo. C’è questo allargare l’immagine, ad un certo punto, con la composizione della ripresa utilizzata come narrazione. Una trilogia attraverso la quale Antonioni ha ridefinito il linguaggio cinematografico".

Divorzio all’Italiana di Pietro Germi (1961)

"Divorzio all’Italiana dal punto di vista stilistico mi ha influenzato, nell’arguzia, nell’umore, nel movimento della macchina da presa quando l’avvocato fa la sua arringa. Da circa 8 anni non lo vedo, ma ogni volta che lo rivedo vengo colpito dallo stile di Germi, perché anche lo stile sa essere satirico, può essere espresso attraverso i movimenti della macchina da presa. Per preparare Quei bravi Ragazzi studiai questo film".


Salvatore Giuliano di Francesco Rosi
(1962)

"Nella scena in questione Salvatore non è più un bandito ma un figlio, davanti alla madre che piange la sua morte. E non è una madre, che piange per il figlio morto, ma LA madre. E difficile parlare di Salvatore Giuliano. Tutti i film di questa sera li ho visti nell’arco di 2/3 anni, ecco perché cambiarono davvero la mia vita. Rosi ti mostra i fatti, te li fa vedere, eppure i fatti, in qualche modo, non sono sempre la verità. Le radici della corruzione vanno sempre più in profondità, è la tragedia del sud. I miei nonni si trasferirono dalla Sicilia a New York nel 1910, mi sono sempre chiesto perché non si fidassero di qualsiasi istituzione, quella scena della madre è un qualcosa con la quale io sono cresciuto. Non avevo mai visto nulla di simile su grande schermo, perché noi americani non ci comportiamo così, ci viene sempre detto di non mostrare le emozioni, di non esternarle. Come direbbe un mio amico, ‘il mito che diventa storia e la storia che diventa mito’".

Il Gattopardo di Luchino Visconti (1963)

"Chiaro che abbia tratto ispirazione da un film come questo, come conSenso, per l'Età dell'Innocenza. Quello che ne L’età dell’Innocenza mi interessava era proprio l’aspetto antropologico di quella vita, dal minimo dettaglio passare al macrocosmo. La filmografia di Visconti combina l’impegno politico con l’Opera, un melodramma senza vincoli di alcun tipo. Quello che abbiamo con Il Gattopardo è un ritmo volutamente meditativo, fermo, però le inquadrature non sono scarne come in Antonioni, sono ricche, lussureggianti. Due stili completamente diversi. In questo film c’è il passaggio del tempo, che mi colpisce, come il Principe capisca che i vecchi valori lasceranno spazio a qualcosa di nuovo che è fondamentalmente la stessa cosa, capisce che è arrivato il momento di morire. 'Tutto rimanga com’è, tutto deve cambiare', come scrisse Giuseppe Tomasi di Lampedusaa. Fugata, tra le altre cose, è la città d’origine di mia nonna".

Le notti di Cabiria di Federico Fellini (1957)

"Il primo film di Fellini che ho visto è stato La Strada, in televisione. Ma il finale di questo film è sublime, è una rinascita spirituale. Incontrai Fellini più volte, la prima volta nel ’70, poi andai sul set della Città delle Donne. Ad inizio anni ’90 arrivammo ad un passo dal fare un doc insieme per la Universal, ma purtroppo è morto prima di cominciare. Un doc alla Fellini, era tutto pronto".


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