Torino 2018, In Fabric, recensione: la moda demoniaca secondo Strickland

Più riprende, più si discosta dagli altri. Così può essere descritto il percorso di Peter Strickland, che col suo ultimo lavoro conferma il suo metabolismo raro rispetto ai generi e le convenzioni

Peter Strickland ha questa rara capacità di prendere un’idea e cavarci fuori un intero film. Un po’ appoggiandosi a quel genere che tanto gli piace, ossia il giallo, è innegabile, ma da qui a definire il suo un cinema citazionista ce ne passa. Quelli di Strickland sono lavori attraversati da suggestioni, idee, ossessioni, di volta in volta rielaborate in maniera così peculiare che non vi sono termini di paragone: s’ha da lasciarsi trasportare. Quest’ultima considerazione vale ancora di più alla luce dei materiali, per così dire, che il nostro impiega; più che Arte, artigianalità, un lavorio che dà ragione di quella sensorialità che contraddistingue il prodotto finale. Così è pure per In Fabric.

Sheila (Marianne Jean-Baptiste) approfitta dei saldi per recarsi presso Dentley & Soper’s, un negozio particolare, con questo ipnotico annuncio pubblicitario che mutua dalla videoarte; la responsabile, il personaggio interpretato dall’eccezionale Fatma Mohamed, accoglie i clienti recitando versi più che dando consigli. Una lingua ricercata che fa il paio con quel lugubre accento, il quale però fa anche sorridere. Sheila si porta a casa un bel vestito rosso, che però non è solo un vestito ma quasi un mezzo attraverso cui viene esercitato una sorta di controllo su chi lo indossa. Insomma, l’indumento è come se disponesse di vita propria ed il cambiamento di Sheila, sottile, appena percettibile, ci dice che sì, qualcosa non quadra. Questo è il primo film.

Nel secondo, dopo che Sheila si era resa conto del problema, la veste passa in mano ad un’altra persona, un anonimo dipendente che finisce con l’indossarlo per gioco; meno casuale, per così dire, è il modo in cui la compagna di lui lo prova a sua volta, perché al fascino di questo vestito rosso accesso proprio non si riesce a resistere. Già in questo incipit vedete quanto carne al fuoco viene messa.

C’è la frecciata, tutt’altro che sibillina, al consumismo spinto, che Strickland a un certo punto demolisce ulteriormente con un passaggio fuori di testa, in cui un gruppo di donne comincia a darsele di santa ragione, creando il panico nel negozio (che, per altri motivi, non fa una bella fine). Non solo. Ci si mette poco a capire che gli acquirenti sono vittime di chi gestisce quel negozio, anche perché, pure qui, Strickland non va per il sottile, vuoi per la summenzionata responsabile, vuoi per un altro losco tizio, anziano, sulla cui scarsa “affidabilità” possono giusto dubitare queste signore prese da tutt’altro, dai loro problemi insomma.

In entrambi i casi, nondimeno, Strickland lascia intendere, dice e non dice, ci gira attorno, ma alla fine si prende così poco sul serio che quasi non si crede che voglia dirci qualcosa di più complesso su certe questioni. D’altronde sarebbe fuorviante che si sia noi ad addossargli certi oneri, visto che l’operazione su cui viene strutturato il tutto è abbastanza elaborata, al che ci si può limitare a nostra volta a sottoporre qualche spunto, indirizzare nella maniera più discreta possibile.

Ci sono scene di In Fabric che reggono a sé stanti, tale è la cura, già espressa compiutamente nel suo lavoro precedente, The Duke of Burgundy, con cui Strickland lavora sulle singole inquadrature, sulle sequenze, il loro succedersi. E la loro omogeneità non è che frutto di una visione specifica, un monolite ben delineato al quale ci s’ispira, a cui tutto rimanda e sul quale tutto si fonda. Non lo stile per lo stile, bensì forma che si fa esso stesso racconto, laddove, al contrario, gli eventi sono contati, così come contenuto è quanto un film del genere può dare a livello emotivo. In Fabric lavora sulle sensazioni, sinestetico com’è, stimolando i nostri sensi senza tuttavia sfiancarci; ed è l’unico modo per entrarci, sebbene mai come a ‘sto giro Strickland si sia affidato anche alla narrazione.

Restano infatti, come in parte accennato, delle questioni irrisolte, volutamente tali, che giocano appunto sul non detto, su quel lasciare spazio quanto basta alla rielaborazione dello spettatore, che in tal senso è comunque aiutato da una sfilza di riferimenti, questi sì, piuttosto espliciti. Il bello è che In Fabric sembra costantemente sul punto o di ribaltarsi o di accasciarsi, mentre non si verifica nessuna delle due fattispecie; anzi, accumula scene, intuizioni, rimandi, e così si va costruendo, iniettando quell’humor sempre un po’ a limite ma mai di troppo in una storia che a conti fatti è un horror, costeggiando quel grottesco che però non tocca mai.

In più, si ha per la prima volta l’impressione, contenuta in Berberian Sound Studio, forte in The Duke of Burgundy, che Strickland sia riuscito a prendere le misure al tipo di cinema che vuole fare, già presente lì, in questi suoi due lavori precedenti, ma che qui trova per l’appunto una forma ancora più rotonda, compiuta, in cui certa tensione al genere si amalgama ancora meglio con questa prosa molto personale, narrativamente ridotta all’osso, per darsi totalmente ad un trattamento che affonda tanto nelle immagini che nei suoni.

Ci sono passaggi in cui si sorride per quanto palesi siano certe allusioni, come appunto la responsabile del negozio con quella cadenza transilvana che fa quasi parodia, così come altri elementi nel film, al confine col cartoonesco verrebbe da dire. Eppure questo buttarci in faccia certe cose non si ritorce contro, anzi, proprio perché Strickland ha un presa molto salda sul materiale, che plasma a proprio piacimento. A metà strada tra Gran Bollito e Il filo nascosto c’è In Fabric insomma, questo per dire a che punto è Strickland e fin dove si sta spingendo. Pazienza se non v’è ancora stata occasione per il «capolavoro»; se da qui in avanti il regista britannico mantenesse questa media sarebbe comunque un gran guadagno, accattivanti come non smettono di essere i suoi lavori.

Voto di Antonio 7.5

In Fabric (Regno Unito, 2018) di Peter Strickland. Con Gwendoline Christie, Marianne Jean-Baptiste, Sidse Babett Knudsen, Caroline Catz, Julian Barratt, Hayley Squires, Leo Bill, Richard Bremmer, Steve Oram, Susanna Cappellaro, Fatma Mohamed, Jaygann Ayeh, Gavin Brocker, Eugenia Caruso, Karl Farrer e Simon Manyonda. After Hours.

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