Sympathy for lady vengeance a Venezia62

Sympathy for lady vengeance - [di Impostore]

Una sala ipnotizzata e incline alla risata. Park Chan Wook a Venezia 62 con l’attesa soggettiva femminile sul tema della vendetta, Sympathy For Lady Vengeance, da noi probabilmente destinato al battesimo come Lady Vendetta per una coerenza mercantile tutta interna ai nostri criteri distributivi; ci riferiamo a Simpathy for Mr Vengeance, pubblicato in italia di recente solo in formato DVD e con il titolo innocuo di Mr. Vendetta. Il taglio di quel Simpathy non deve essere casuale; potremmo immaginarci il meccanismo distributivo come una forma sofisticata di addomesticamento censorio, ovvero di sguardo che taglia, ricostruisce, riedita, prima che altri sguardi abbiano la possibilità di farlo. E di fronte alle sequenze più crudeli, in sala si applaude e si ride di gusto, probabilmente per innescare una forma di neutralizzazione collettiva simile al dispositivo-censura.

Si è insisitito molto sulla “perfezione” formale del cinema di Park Chan Wook, sopratutto in riferimento alla costruzione Escheriana e complessa di Old Boy, purtroppo sottraendo consistenza alla slabbratura che una macchina del genere può innescare. Lady Vengeance si spinge in modo sempre più estremo verso questa biforcazione, probabilmente per una maggiore e apparente erosione dell’intreccio. La linea della vendetta è come nei precedenti film, un percorso accidentato, fatto di deviazioni, rifrazioni, immagini che si disperdono e ritornano, ma considerarla come una variante di Old Boy sarebbe volgarmente insultante come pensare lo sguardo femminile una variabile della soggettiva maschile.

Lady vengeance introduce delle novità molto interessanti e soprattutto, mostra questa doppia (o tripla etc etc) immagine del cinema di Park Chan Wook; lo specchio di un cinema barocco che strappa l’applauso, e il pugno nello stomaco di un’immagine che spazza via tutta l’architettura con l’attrazione verso la vertigine dei segni, i dettagli, gli oggetti e tutto il minimalismo materiale che piace a L’impostore. Ovvio che di quel meccanismo Park Chan Wook ne abbia una conoscenza specifica, tant’è ne sfrutta i trucchi più sofisticati per entrare nel corpo del genere con un bisturi, esattamente come un Kubrick o un Roeg. Senza svelare brandelli di intreccio, nell’apoteosi rituale della vendetta ci sono alcuni interruttori che sfumano dall’horror alla commedia nera. Pulp, potrebbe essere il grido di un coro di critici devoti alla causa della nouvelle cousine della sistematizzazione del cinema asiatico.

Ma se il cinema di Park Chan Wook si riducesse alle intemperanze ciniche, crudeli, generi-che di prodotti come The Quiet Family, allora per chi scrive sarebbe privo di interesse. Al di là del fascino-trappola innegabile dell’architettura si diceva, in Lady Vengeance, in modo più estremo e convincente di Old Boy, c’è un bisturi che crea uno strappo tra l’immagine e l’occhio. Le sequenze apparentemente più divertenti, come nell’ultimo Bellissimo Kitano (ndr: Takeshi’s, visto in questi giorni a Venezia come “film sorpresa” e di cui la redazione de L’impostore scriverà presto) sono anche le più dure; sono quelle dove lo sguardo sull’orrore diventa tale, ovvero il collassamento di due superfici opache, al di là e al di quà dello schermo, l’annichilirsi dell’immagine in un non tempo, l’oggettificazione mutante della soggettiva negli utlimi film di David Fincher (Lady Vengeance è davvero un tunnel di Panic Room(s) di rara flagranza) l’uscita di Barry Lyndon dall’inquadratura per diventare un freezed frame, o un pixel. Allora il poliziotto che fotografa il gruppo di genitori trasformati in vendetta è un immagine dolorosa minata dal suo rovescio; non ci diverte affatto, non ci provoca riso o pianto; non è comica come non lo è (o non dovrebbe esserlo) Blob quando rifiuta di addomesticarsi in un giochino satirico di montaggio, e diventa uno specchio Debordiano della/e propria/e immagine/i. Simpathy for lady Vengeance spezza il ricatto della soggettiva, esce dalla serialità della Vendetta, e comincia a fare davvero male.

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