Io Sono Leggenda: un finale da denuncia

Vorrei ritagliarmi un piccolo spazio per Io Sono Leggenda che ho visto ieri al cinema. Il primo tempo è decisamente buono, quasi ottimo. Atmosfera inquietante, tensione, buona l’interpretazione di Will Smith, splendido il rapporto con il cane Sam. Tutto molto bello. Certo qualche differenza rispetto al romanzo si nota ma si può sopportare. Persino le

di carla,

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Vorrei ritagliarmi un piccolo spazio per Io Sono Leggenda che ho visto ieri al cinema. Il primo tempo è decisamente buono, quasi ottimo. Atmosfera inquietante, tensione, buona l’interpretazione di Will Smith, splendido il rapporto con il cane Sam. Tutto molto bello. Certo qualche differenza rispetto al romanzo si nota ma si può sopportare. Persino le creature in computer grafica sono “carine”, mostri aggressivi e urlanti. Siamo nel 2008, bellezza, ho pensato. Ok.

Poi inizia il secondo tempo e gli sceneggiatori Mark Protosevich e Akiva Goldsman si ubriacano bevendosi tutto il cervello. Passi l’arrivo di Anna ed Ethan ma, per carità!, evitatemi tutto quel discorso su Dio e la speranza. Evitatemelo perché proprio nel libro la speranza non esiste. E, santo cielo, il finale è da denuncia. Probabilmente gli sceneggiatori non hanno letto il romanzo di Richard Matheson per intero o… cosa ancora più grave… non l’hanno capito.

Will Smith – Robert Neville non diventa Leggenda perché scopre il vaccino. Lui è Leggenda in quanto Robert Neville, in quanto unico diverso in un mondo di uguali. Tutti lo temono perché lui puoi distruggerli. Lui è l’anormale, Lui è Leggenda. Non storcete il naso se mi incazzo così, un romanzo va rispettato nella sua essenza. Come vi sentireste davanti ad una nuova versione di Piccole Donne e Beth non morisse e Jo sposasse Laurie? Come vi sentireste? Traditi. Ecco.

Su continua vi metto il finale di Io Sono Leggenda di Richard Matheson. Il vero e l’unico finale. Estimatori del romanzo sono con voi.

(…) Addio a tutti.
Poi, d’improvviso, respirò affannosamente. Puntellandosi, si alzò a sedere. Rifiutò di lasciarsi andare a causa del dolore bruciante che gli era esploso nel petto. I denti serrati, si alzò in piedi. Per poco non cadde, ma, ripreso l’equilibrio, attraversò la stanzetta, barcollando su gambe tremule che quasi non sentiva.
Si aggrappò alla finestra e guardò fuori.
La strada era piena di gente. Si muovevano confusamente nella grigia luce del mattino; il suono delle loro parole era simile al ronzio di un milione di insetti.
Osservò quella gente, con la mano sinistra dalle dita esangui ag­grappata alle sbarre e gli occhi febbricitanti.
Poi qualcuno lo vide.
Per un momento ci fu un crescente brusio, alcune grida di sor­presa.
Poi un improvviso silenzio, come se una pesante coperta fosse ca­duta sulle loro teste. Rimasero tutti con lo sguardo fisso verso di lui, con le bianche facce rivolte verso l’alto. E lui sostenne quegli sguar­di. E di colpo pensò: “Ora sono io l’anormale. La normalità è un concetto di maggioranza, la norma di molti, e non la norma di uno solo.”
Quel pensiero all’improvviso si fuse con quello che vedeva sulle loro facce: timore, paura, orrore; e comprese che avevano paura di lui. Per loro, lui era una terribile calamità che mai avevano veduta, una calamità anche peggiore dell’infezione a cui si erano adattati. Lui era un invisibile spettro che lasciava quale prova della sua esi­stenza i corpi dissanguati dei loro cari. Capiva quel che provavano e non li odiava. La sua mano si strinse sul minuscolo involucro delle pillole. Per fare in modo che la fine non giungesse con violenza, per fare in modo che non divenisse una macellazione davanti ai loro oc­chi…
Robert Neville guardò il nuovo popolo della terra. Sapeva di non farne parte: sapeva che, come un tempo i vampiri, lui era un anate­ma e un nero terrore da distruggersi. E, di colpo, il concetto si for­mò, divertente nonostante il dolore.
Una risata soffocata gli salì alla gola. Si voltò, si appoggiò alla pa­rete, inghiottì le pillole. “Il cerchio si chiude” pensò mentre il letar­go finale si impadroniva delle sue membra. “Il cerchio si chiude. Un nuovo terrore nasce nella morte, una nuova superstizione penetra nell’inespugnabile fortezza dell’eternità.
“Io sono leggenda.”

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