Noi, recensione: Jordan Peele tratteggia la paranoia americana mescolando satira e distopia

Dopo Get Out Jordan Peele torna ad indugiare su certa paranoia americana con ancora più incisività. Satira sociale declinata attraverso i generi convenzionali


(Clicca sull'immagine per guardare il trailer)

«Non esiste peggior nemico di sé stessi», diceva Cicerone. Jordan Peele in Noi (Us) prende queste parole alla lettera, costruendoci sopra uno dei film più complessi e stratificati dell’anno, a dispetto della sua accessibilità, del suo darsi ad un pubblico davvero trasversale. A partire dal titolo, quel Us che sta certo per «noi» ma anche per United States, ché di USA si tratta, senza equivoci e fraintendimenti: «we’re americans», siamo americani, dice il doppio della protagonista, Adelaide, ben interpretata da Lupita Nyong’o, allorché deve presentarsi, tanto a chi le ha posto la domanda, tanto a noi.

E diciamolo subito: Get Out potrà pure essere un film «migliore», strictu sensu, ma al modo in cui qui Peele alza l’asticella il suo lavoro precedente non può nemmeno aspirare. Noi è un film a cui le smagliature non mancano, con una parte centrale in cui sembra sul punto di incartarsi, anche se fin lì si è all’oscuro di ciò che questo strano oggetto sia, perciò chissà cosa ne potremmo dire nel corso di una successiva visione. Perché qui i generi vengono mescolati, ribaltati, un continuo tentativo di dissimularsi, sfumato tanto quanto il processo che opera a livello tematico.

Una delle virtù del secondo film di Peele sta infatti nell’abilità di quest’ultimo nel lavorare sui passaggi ambigui, muovendosi su un filo il cui equilibrio è instabile a dire il meno. Meno di pancia, se si vuole, rispetto alla vicenda narrata in Get Out, senza però che venga meno quell’impeto alla distopia al tempo stesso però contemperata dalla voglia, dal desiderio di spingere sul fronte del linguaggio. I primi tre quarti d’ora, a tal proposito, sono notevoli: Peele ci tira dentro senza però farci concretamente capire alcunché. Restiamo affascinati da uno zoom e una carrellata all’indietro su un coniglio; le immagini di un televisore che nel 1986 trasmette uno spot simil-pubblicità progresso; questa bimba, la versione più giovane della Nyong’o per l’appunto, che entra in una di quelle attrazioni da Luna Park per poi uscirne sconvolta.

Quella di Noi è satira al massimo grado, del tipo che ironizza senza scadere nel becero sarcasmo, che perciò apre spiragli, offre soluzioni pur non ambendo ad avere l’ultima parola (ma manco la penultima, se è per questo). L’intreccio tra l’irrealtà della premessa e la veridicità dei temi sollevati è forse ciò che colpisce maggiormente: Noi è un thriller a tinte horror che praticamente nell’ultimo quarto d’ora sprigiona tutto il suo potenziale sci-fi, del tipo distopico, quello di un mondo diviso in due. C’è infatti, di nuovo, Racconto di due città di Dickens, la miriade di opere sul tema del Doppio, dal Perturbante freudiano a Il sosia di Dostoevskij, giù fino ai tanti film che hanno declinato il tema dell’invasione nel quotidiano, sia esso domestico o meno, da parte di chi in un modo o nell’altro ci somiglia, dunque è come noi (è il caso degli zombie di Romero, così come del celebrato film di Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi).

Noi respira su una scala che a Get Out è semplicemente preclusa, dunque, per cui non si può fare a meno di riconoscere quanti e quali rischi Peele si prenda nell’inoltrarsi lungo un simile sentiero, a questo modo per giunta. Film corale fino a un certo punto, che, limitatamente a tale vocazione, senz’altro presente, se ne serve per fare sorridere, per alleggerire la portata di uno scenario di gran lunga più opprimente – viene da pensare, in tal senso, al rocambolesco confronto tra il marito di Adelaide, Gabe (Winston Duke), e la sua “copia”, culminante in uno splatter a seguito del quale è difficile non sorridere. Stesso dicasi per la lunga scena ambientata nella lussuosa casa di amici, in cui le due anime di Noi convergono e la strage viene accompagnata, enfatizzandola, da brani quali Good Vibrations dei Beach Boys e Fuck tha Police degli NWA, scelte che in chissà quanti altri contesti e situazioni avrebbe quantomeno fatto storcere il naso.

L’ultima fatica di Jordan Peele è uno spaccato sulla paranoia che aleggia, ed in maniera anche piuttosto percettibile, in quegli USA realmente divisi, radicalmente. E quale migliore parabola se non quella che ci ricorda il primo, vero nemico, il peggiore di tutti, ossia noi stessi? Certo, qualcuno dirà che trattasi di un escamotage, una misura per dire qualcosa che sta in luogo di qualcos’altro. Ok, va più che bene. Solo che il processo è più raffinato, proprio nel senso etimologico del termine, più fine, bilanciato, capace di evocare senza però imporre una visione univoca su un fenomeno complesso, appunto perturbante, da cui il terrore di una vicenda che si pone al di là della realtà, leggendola tuttavia meglio di come un approccio realistico potrebbe mai fare. Funzionando pressoché a tutti i livelli, sia in termini di forma che di contenuto. Noi infatti regge più che bene come horror, inquieta e sospende la tensione come un thriller, intrattiene come entrambe le cose, per poi alla fine assestarci un ultimo colpo, quello che ci fa rivalutare in maniera coerente le criticità che ha sollevato fino a quel momento, sprofondandoci in un baratro non tanto diverso da quello nel quale sprofonda Andre in Get Out.

Voto di Antonio 8

Noi (Us, USA, 2019) di Jordan Peele. Con Lupita Nyong'o, Winston Duke, Elisabeth Moss, Tim Heidecker, Yahya Abdul-Mateen II, Anna Diop, Evan Alex Cole, Shahadi Wright Joseph, Madison Curry, Cali Sheldon, Noelle Sheldon e Kara Hayward. Nelle nostre sale da giovedì 4 aprile 2019.

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