Cannes, 2019, Matthias et Maxime, recensione: Xavier Dolan torna a guardarsi indietro

Festival di Cannes 2019: ritorno alla forma per Dolan, scelta che acquieterà molti ma che si rivela un’arma a doppio taglio

Un gruppo d’amici si è riunito presso la casa sul lago di uno di loro per passare insieme un fine settimana. Si ride, si scherza, ci si prende pure un po’ in giro come si fa tra amici, specie quando ci si conosce da una vita. La sorella di Marc-Antoine, un’insopportabile influencer che conclude le sue frasi in inglese, accantonando il quebecchese naturale, sta girando un film per un progetto scolastico: il problema è che gli attori hanno dato forfait all’ultimo minuto, dunque servono dei sostituti. Maxime (Xavier Dolan) si offre di sua sponte, mentre Matthias (Gabriel D’Almeida Freitas) ci finisce a seguito di una scommessa persa. Di lì a poco scoprono che la loro scena prevede che si bacino.

Matthias & Maxime segna un po’ un ritorno alla forma per Xavier Dolan, la qual cosa però non va letta necessariamente come un bene. Forse indispettito, se non addirittura sconfortato dal feedback generale ricevuto da È solo la fine del mondo, l’oramai trentenne regista canadese fa come un passo indietro, rinunciando a certa esuberanza, ma soprattutto, ciò che più conta, rinviando quel processo di maturazione che lo stava portando allo step successivo proprio con il suo precedente lavoro.

Questo non significa che Matthias et Maxime non abbia i suoi meriti, che qualcosa insomma non trapeli. I due protagonisti, come detto amici da quando erano piccoli, partono da un’eterosessualità di base che sembra non abbiano mai messo in discussione, proprio perché fin lì non ne hanno avuto modo. Quel bacio, che non vedremo, dato per gioco, rivoluziona tutto ciò che credevano di sapere su sé stessi. È una tarda consapevolezza, non quella di chi ha sempre avvertito certe pulsioni, o che, quantomeno, non le ha interpretate in questo modo. Entrambi sono già adulti praticamente: Matthias lavoro nello studio del padre e si avvia a una carriera brillante, mentre già convive con la sua ragazza; Maxime invece è in procinto di partire per l’Australia, ora X che scandisce le varie fasi del film peraltro.

E ancora c’è una famiglia distrutta, atomizzata, con la madre del personaggio di Dolan che stavolta non è la nemesi di sempre ma pure di più, spiaggiata sul divano, quasi incapace d’intendere e di volere, se non quanto basta per rendere la vita impossibile al figlio e, all’occorrenza, picchiarlo. Di suo Dolan mantiene la solita impronta cristica, grevemente dolorosa dei suoi personaggi, martiri moderni colpiti in pieno dall’adolescenza, che li ha devastati. Ma Dolan qui è più adulto ed è evidente che un suo film non possa che riflettere quanto sta sperimentando nel quotidiano. Perciò le premesse sono diverse, non solo a livello narrativo ma anche di approccio ai personaggi: che senso avrebbe oramai parlare di ventenni appena usciti da scuola?

Ecco perché certo piglio appare quasi insincero ma soprattutto inadatto, quantunque modulato, come un vecchio vestito che oramai sta stretto, perché è chiaro che Dolan voglia sì stazionare attorno agli stessi argomenti, ma in maniera diversa, più incline a quanto al percorso che sta facendo sia a livello personale che come regista. Ed ecco ancora perché appare quasi come un tentativo di normalizzare il talento di un ancora giovanissimo attore che, malgrado i parecchi film all’attivo, può e deve proseguire lungo questo sentiero, divincolandosi anzitutto dall’immaginario che lo ha portato alla ribalta, posto che questa sia l’intenzione o, più semplicemente, la cosa da fare.

Non per niente, al netto del calore, a rari tratti di una delicatezza che è possibile avvertire, seppur timidamente, manca l’intensità, quel fuoco che agita tutti i suoi i film, compreso il bistrattato È solo la fine del mondo. Poi, certo, il finale di per sé è indovinato, difficile che Dolan quello lo sbagli, ma a quel punto non si è accumulato abbastanza per sostenerlo a dovere. Al netto della bella fotografia di André Turpin, quel 35mm così nostalgico, elemento quintessenzialmente legato al cinema di Xavier Dolan, quel suo raccontare attraverso primi piani, di solito intensi, se non addirittura strabordanti (pure troppo), colpiscono meno.

Un film che fatica ad insinuarsi come senz’altro è concepito per fare, ed è un problema per una regista così viscerale, versato su più fronti, ma che ha sempre fatto leva sull’aspetto emotivo, molto spesso facendo centro. Di primo acchito verrebbe da credere che possa essersi trattato anzitutto di un limite di scrittura, dovuta a un soggetto che a queste condizioni non respira benissimo. Ad ogni modo, Matthias et Maxime è se non altro la conferma che è bene non guardarsi indietro, confermando i pregi del penultimo lavoro di Dolan, non importa fino a che punto acerbo.

Voto di Antonio 6

Matthias et Maxime (Canada, 2019) di Xavier Dolan. Con Gabriel D’Almeida Freitas, Xavier Dolan, Pier-Luc Funk e Samuel Gauthi. Concorso.

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