Cannes 2019, Il traditore, recensione: pallido il Tommaso Buscetta di Bellocchio

Festival di Cannes 2019: Marco Bellocchio opta per un resonto senza troppi fronzoli, scrupolo nella ricerca ma per lo più avaro nel consegnarci la figura del Buscetta o le implicazioni del suo operato

Quando nei primi anni ’80 Tommaso Buscetta (Pierfrancesco Favino) decide di allontanarsi è come se avesse intuito qualcosa: un’epoca era finita ed il tempo del redde rationem alle porte. Proprio nel giorno di Santa Rosalia del 1980, quando in Cosa Nostra si cercò di conseguire quella pace almeno formale, Buscetta si rende conto che è giunto il momento di lasciarsi tutto alle spalle e partire con sua moglie in Brasile, lasciando tutto, compreso quei figli avuti da un matrimonio precedente e che, quando la situazione precipiterà, verranno fatti fuori.

Il traditore quasi en passant parla di Buscetta. Bellocchio tenta di scarnificare il più possibile questa storia, senza incentrarla in maniera ossessiva dunque introspettiva sui conflitti del protagonista, ma senza nemmeno inoltrarsi in discorsi di principio che francamente avrebbe lasciato il tempo che trovano. Non c’è alcunché di glamour nel suo Buscetta, anzi, il regista de I Pugni in tasca lavora semmai per sottrazione, laddove possibile espungendo tutto quel coté di riferimenti scontati da film televisivo a tema Mafia, senza per questo però guadagnarne automaticamente in spessore.

È infatti un rischio, e di quelli che in una certa qual misura non pagano, non del tutto almeno. Optando per tale asciuttezza finisce infatti con lo sfuggire non solo e non tanto il protagonista, bensì l’intera impalcatura, che non a caso informa anche quei passaggi che probabilmente avrebbero beneficiato di un maggior grado d’intensità. Non è casuale, sia chiaro, come se a Bellocchio sia venuto così insomma: si tratta appunto di una scelta precisa, tesa a scremare ogni enfasi, riducendo il tutto a pochi elementi, e diretti. Come detto, però, non sistematicamente paga. È chiaro che non ci si aspetta l’esuberanza de Il divo, di cui però Il traditore è quasi l’opposto speculare; tutti quei momenti potenzialmente carichi, come l’incontro e successive conversazioni col giudice Falcone, quello fortuito con Andreotti senza braghe ed altri ancora ci passano davanti quasi che la portata di certi episodi abbia un peso analogo ad altri secondari.

Quest’approccio così sobrio in realtà non consente di mettere bene a fuoco il tutto, il che si rivela limitante pressoché per chiunque: da un lato, per chi la storia la conosce, e sa che certi momenti sono decisamente più significativi di altri; dall’altro, per chi invece sa poco o nulla, ed allora si rischia addirittura di incassare una piattezza di cui in fondo Il traditore non si può dire soffra. Buscetta va in Brasile, viene estradato in Italia, confessa, contribuisce all’arresto di centinaia di mafiosi, fa un accordo con lo Stato, se ne torna in America, USA stavolta, ma poi è costretto a tornare. Poco ci viene restituito sia rispetto al contesto, ma anche rispetto al protagonista, su cui, è vero, saggiamente Bellocchio non prende posizione, venendo in parte meno però anche solo uno sguardo che possa restituirci attraverso la macchina da presa i dubbi e le incertezze, laddove non le complessità di un uomo che c’ha messo un po’ prima di convincersi di essere in procinto di passare dalla parte giusta. D’altro canto a Bellocchio sembra interessare proprio la condizione di chi si trova davanti a certe scelte, il dover rinnegare una vita intera.

C’è una scena notevole, senz’altro la migliore, a parte verrebbe da dire, non a caso quella maggiormente sopra le righe di tutto il film, ossia quando l’azione si sposta in tribunale e ci resta per un po’. Qui il Pippo Calò di Fabrizio Ferracane ed il Totuccio Contorno di Luigi Lo Cascio si appropriano della scena e sembra di essere lì, che quelle immagini sia state prese dal vero: la parlata siciliana, le ripetizioni, l’incartamenti, i silenzi. Ma è anche una parte, specie la seconda tappa del processo a cui assistiamo, che fa leva sulla teatralità della situazione, una sorta d’avanspettacolo che giudici e avvocati non possono controllare ma tutt’al più a reprimere.

Il resto è un mistero rispetto al quale quasi ci si astiene dal sondarlo, tra un flashback e l’altro, e del tradimento evocato dal titolo si coglie ben poco. Non perché Bellocchio eviti di spiegarcelo, il che è non solo legittimo ma opportuno, bensì in considerazione della poca incisività nel suggerire, nel costruire attraverso un’azione frammentata, rispetto a cui lo scrupolo principale sia quello di mantenere gli equilibri e non scoprirsi troppo. Equilibri, chiariamo, interni alla narrazione, senza partire per la tangente ma anche evitando di assolvere del tutto un personaggio tutt’ora controverso.

Peccato che l’ambiguità del Buscetta venga fuori con così tanta fatica, forse semplicemente perché il registro adottato è talmente anti-spettacolare da sembrare il versione di finzione di un film documentario. Non è infatti importante rispondere se e fino a che punto l’ex-boss abbia fatto ciò che ha fatto per ritagliarsi quel briciolo di vita in più che diversamente gli sarebbe stata sottratta, o se per convinzione, fosse anche solo finalizzata alla capitolazione di quella Cosa Nostra che non era più sua, né forse lo è mai stata davvero, a prescindere dai crimini di cui si è macchiato.

Voto di Antonio 6

Voto di Federico 7.5

Il traditore (Italia, 2019) di Marco Bellocchio. Con Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi, Nicola Calì, Giovanni Calcagno, Bruno Cariello, Bebo Storti, Vincenzo Pirrotta, Goffredo Maria Bruno, Gabriele Cicirello e Paride Cicirello. Concorso. Nelle nostre sale da giovedì 23 maggio 2019.

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