Cannes 2019, Mektoub, My Love: Intermezzo, recensione - la lunga notte delle donne di Kechiche

Festival di Cannes 2019: un Kechiche più radicale e sperimentatore prende una strada ancora più estrema ma non meno seducente

Ancora il sole di Sète ad illuminare i corpi di Ophélie, Tony, Céline e tutto il gruppo i cui destini si sono intrecciati in quell’estate ancora afosa ma piena di vitalità che è stato Mektoub, My Love: Canto Uno. Si fanno il bagno, escono dall’acqua e cominciano a parlare, mentre mangiano delle fragole o del formaggio di capra della fattoria di Ophélie. In una mattina di settembre di quello stesso ‘94 del primo capitolo, Tony e Aimé abbordano un’altra parigina venuta lì in vacanza. È Marie, di cui più avanti si dirà che somiglia vagamente a Romy Schneider mentre invece troviamo più somiglianze con la Arielle Dombasle di svariati Rohmer.

Una mezz’oretta in spiaggia, giusto il tempo di asciugarsi, prendere un po’ di sole ed essere pronti per la sera. Si avverte quasi la salsedine e non è una posa, un voler eccedere nei toni, integrando una poesia che non c’è: la meticolosità di Kechiche passa anche da questo, dalla capacità d’infondere una multidimensionalità che supera addirittura la quarta parete, facendoci avvertire l’odore del mare e l’afa di una giornata di fine estate. Ma Intermezzo a quel punto deve ancora cominciare, e non è certo la pausa, la fase interlocutoria che il titolo lascia supporre.

Mektoub, My Love: Intermezzo è in buona sostanza la cronaca in presa diretta e in tempo reale di una serata in discoteca, né più né meno se ci si ferma in superficie - e solo una messa in scena ed un montaggio così maniacali lo hanno potuto rendere possibile. Musica incalzante dall’inizio alla fine, corpi che sfilano, madidi di sudore, che si strusciano, si lasciano e poi magari si riavvicinano. Il torrenziale Canto Uno non ci aveva preparato (come poteva?) al radicalismo di questo capitolo di mezzo, sovraccarico, estremo non tanto nei contenuti quanto nell’idea di Cinema su cui sprezzantemente poggia. Un’idea precisa, assecondata con scrupolo raffinatissimo, che registra e commenta sul momento una nottata che nessuno di quei protagonisti vorrebbe mai finisse, anche quando stremati, prossimi a svenire.

E ancora una volta ad essere celebrata è la vita, di cui Intermezzo è intriso fino al midollo, ed in cui, conseguentemente, a farla da padrona non è La Donna bensì le donne. Lo sguardo così profondamente maschile di Kechiche ci consente di accostarci finalmente con maggiore libertà e pienezza al mistero tuttavia insondabile di queste giovani che macinano esistenza. Una di loro lo dice chiaramente all’affascinante, enigmatico Amin: «vivi invece di fissare». Ma Kechiche sa che c’è bisogno di entrambe le cose, senza estremizzarne nessuna, specie a scapito dell’altra. Perché «fissare», o per meglio dire «osservare, non è già vivere, e vivere a pieno?

Kechiche non accetta compromessi, anche a costo di rivelarsi respingente per alcuni, magari scandalizzati da un cunnilingus di oltre un quarto d’ora (più che reale, nessuna simulazione), propiziato per gioco, tra una resistenza più o meno convinta e l’ennesimo cocktail, versati in quantità industriali e sempre alle stesse persone. Nel frattempo la musica non smette d’incalzare, a far da sfondo sonoro a quelle luci stroboscopiche e colorate che si posano su lembi di pelle bagnati, per poi essere riflesse e diventare qualcos’altro. Così come a quelle verità appena sussurrate, di vite in sospeso tra un passaggio e l’altro, davanti il vuoto di pagine bianche che mettono un’ansia terribile, come quella di Ophélie, rimasta incinta di Tony e che ora ha bisogno che Amin l’accompagni a Parigi per liberarsi del problema.

Mel e Camélia discutono sui sederi, tanto quelli degli uomini quanto quelli delle donne, convenendo entrambe che uno grosso derrière non si addica a un uomo, proprio perché espressione inequivocabile di femminilità; quel femmineo non per nulla incarnato dalla conturbante Ophélie, ancora più selvaggia e spregiudicata, eppure mai volgare. E tocca ripetere quanto evidenziato con Canto Uno, anzi, forse qui urge ancora di più sgomberare il campo da equivoci: quantunque la linea che separi erotismo e pornografia sia oltremodo sottile, non significa che le due dimensioni siano sovrapponibili, o che l’una sfumi nell’altra. Anche Intermezzo manifesta quell’organicità che rende davvero ardua l’impresa di chi vorrebbe squalificarne i seppur evidenti eccessi a meri escamotage scandalistici. E ripetiamolo, la femminilità passa anche dalla forma, dunque dalle forme, dalla materialità di persone in carne ed ossa, non entità eteree che vivono slegate dal qui e ora.

Non per nulla è di gran lunga più credibile, perciò accettabile, la divinizzazione che ne fa Kechiche mediante quell’esposizione ossessiva di corpi femminili che si dimenano, twerkano e si mostrano senza riserve, piuttosto che quella puramente idealistica, di principio, che quest’epoca vorrebbe somministrarci, approdando ad un moralismo becero e mortificante. Non a caso la conversazione di cui sopra su culi e dintorni finisce inevitabilmente sul significato dell’essere donna; se e perché sia preferibile esserlo, quali le differenze con gli uomini, e del perché con tutto ciò la sessualità abbia a che fare fino a un certo punto, dato che opera su altri livelli.

Non si può restare indifferenti a sane provocazioni come quelle di un cineasta così spregiudicato come Kechiche, che a questo punto si è inoltrato lungo un sentiero che Dio solo sa dove condurrà. Ci basta intanto questo suo ennesimo proclama contro certi rigurgiti iconoclasti che poco alla volta si stanno facendo strada in un Cinema che non di rado sembra essere più preoccupato di essere “a modo” anziché darsi da fare a costruirsi un’anima. Meno risolto rispetto a Canto Uno, ma c’è da credere che quel tenore lì verrà ripreso in Canto Due, mentre qui ci si voleva aprire all’esperienza di qualcosa che sembra non avere una struttura ed invece ce l’ha eccome, di gran lunga più scrupolosa e precisa di quanto l’abbozzata narrazione dia modo di credere. Perché questo è un racconto di suggestioni, impegnativo, certo, ma perché la vita è e sarà sempre troppo imponente e soverchiante per poterla stipare in un film in questo modo. E viene da tornare alla citazione biblica su cui il regista franco-tunisino apre Intermezzo: «hanno occhi ma non vedono, orecchie ma non sentono». Talmente divine e celestiali le sue donne, che c’è bisogno di chiarirle certe cose.

Voto di Antonio 8.5

Mektoub, My Love: Intermezzo (Francia, 2019) di Abdellatif Kechiche. Con Ophélie Bau, Shaïn Boumédine, Salim Kechiouche, Marie Bernard, Romeo de Lacour, Lou Luttiau, Alexia Chardard, Hafsia Herzi, Kamel Saadi e Meleinda Elasfour. Concorso.

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