Venezia 2019, Le verità, recensione: Kore-eda rimane lo stesso anche fuori dal Giappone

Fabienne (Catherine Deneuve) è un’attrice affermata, con alle spalle una carriera densa di successi e soddisfazioni, di cui non a caso ha deciso di scrivere in un’autobiografia dal titolo lapidario: «La vérité». Nel frattempo sta girando un film, di cui però non pensa un granché, e la figlia Lumir (Juliette Binoche) è venuta a trovarla da New York, dove fa la sceneggiatrice, insieme al marito Hank (Ethan Hawke) e la figlia Charlotte (Charlotte Grénier), proprio in concomitanza con con l’uscita del libro. Ma cosa e qual è questa verità? Ma soprattutto, rispetto a chi?

Lumir non ha avuto modo di leggere il libro, pur essendo d’accordo con la madre circa il fatto che quest’ultima le avrebbe recapitato una bozza. Macché. Giunta a Parigi però Lumir ha modo di leggere quelle pagine, da cui, a suo dire, emergono solo menzogne. Fabienne non nega: «sono un’attrice, alla gente la verità non interessa», il che innesca già uno di quei primi cortocircuiti teorici su quello che è proprio lo statuto di verità nel racconto, di finzione o meno, come in questo caso, dunque, per estensione, anche al cinema.

Le verità è un film contenuto, piccolo nella storia che intende raccontare così come negli ambienti, eppure non lo è così tanto quanto alla portata. Un soggetto che chissà con quanti altri si sarebbe risolto in una sorta di trattato, più o meno raffazzonato, con Kore-eda diventa un segmento attraversato da una grazia particolare. Ciò accade perché il regista giapponese è dotato di un’intelligenza unica, ed è con ogni probabilità questa la ragione per cui il passaggio ad una lingua ed un Paese che non sono i suoi non lo limita più di tanto.

Kore-eda fa esattamente quello che deve fare, ossia mettersi da parte ed intervenire il giusto, per incanalare il flusso più significativo di tutta l’operazione, ossia le performance degli attori. Irresistibile la Deneuve, il suo un personaggio per certi versi terribile eppure con il quale è quasi impensabile non instaurare un legame, fosse anche di ammirazione mista persino a quella pietà che è dettata dall’empatia, non dal compatimento. Fabienne è infatti una donna talmente forte da essere capace di atti antipatici, per usare un eufemismo, pur rischiando di fare terra bruciata attorno a sé. Il punto però è che sono decenni che si comporta a quel modo e le persone che le stanno accanto, ancorché contrariate, anche profondamente, non riescono proprio a staccarsi da lei.

Lumir, che per stessa ammissione della madre ha cambiato Continente a causa di quest’ultima, è esattamente quel tipo di figlia che arriva non ad odiare, ma a soffrire la madre perché da lei vorrebbe anzitutto una cosa; non l’amore, bensì il rispetto, la stima per ciò che è e fa. Una dinamica che in tanti conosciamo: quante volte alla base di un’antipatia oppure, Dio non voglia, un odio, vi è questa taciuta brama di essere apprezzati da quella stessa persona che a cui rivolgiamo certi cattivi sentimenti?

È questa una delle verità che emergono da questo confronto tra madre e figlia, forse la più interessante, al di là di quelle relative a situazioni tutto sommato marginali prese a sé stanti. Resta perciò nel suo elemento Kore-eda, che ancora una volta focalizza la sua attenzione verso certi meccanismi familiari, senza mai essere greve ma nemmeno vagamente superficiale. Come in altri suoi film, infatti, ci si muove sempre lungo una linea di confine tra il dramma e la commedia, alternando momenti leggeri ad altri più seriosi, senza però ricorrere agli uni o agli altri per mero vezzo, bensì sempre in funzione di ciò che sta raccontando, nell’ottica, appunto, della verità dei suoi personaggi.

In tal senso vengono tutti rispettati, altra peculiarità del cinema di Kore-eda, per cui la coralità ha un significato ben preciso, che non significa mettere tutti i componenti sullo stesso piano quanto alla loro esposizione, ma trattandoli tutti in egual modo quanto alla cura della loro verosimiglianza. La riuscita anche di questo suo primo film non giapponese sta parecchio pure in questo, cioè nell’abilità di esplorare quanto serve pure quei mondi che orbitano attorno ai veri protagonisti. È così per il marito di Lumir, Hank, un attore di serie B consapevole del suo posto non solo nel mondo ma ancora di più in quel contesto di cui capisce poco, principalmente perché americano, a Parigi. Idem per la piccola Charlotte, alla quale, come spesso accade col regista nipponico, viene un po’ assegnato il ruolo che è anche il nostro, quello di spettatrice, per lo più svagata, mentre questi adulti si scontrano su cose che magari la piccola non capisce eppure percepisce eccome.

Proprio in relazione a Charlotte vi sono alcuni tocchi, leggere pennellate che si avvertono appena, eppure nella totalità del ritratto fanno una grossa differenza, che sia uno sguardo o il modo in cui la bimba “gioca” con una fetta di cassata. Di nuovo, in Kore-eda non c’è nulla di superfluo, fuori tono; anzi, se il film a tratti pare un po’ freddo è perché Fabienne è così, vicina eppure distante, votata totalmente alla recitazione, che è missione, non mestiere. Senza darci alcuna risposta, magari in forma di sentenza, qual è allora la verità? Conta di più ciò che si deve fare o le persone che si hanno accanto mentre lo si fa?

Voto di Antonio 7.5

Voto di Federico 7

Le verità (La vérité, Francia, 2019) di Hirokazu Kore-eda. Un film con Juliette Binoche, Catherine Deneuve, Ludivine Sagnier, Clémentine Grenier, Ethan Hawke, Manon Clavel, Alain Libolt, Roger Van Hool e Christian Crahay. Nelle nostre sale da giovedì 3 ottobre 2019. Concorso.

  • shares
  • Mail