Venezia 2019, Only the Mountain Remains, il classico applicato alla VR

Only the Mountain Remains mi ha vagamente ricordato un film di Bi Gan; quel suo sfumare la realtà con qualcosa di diverso, onirico, una dimensione alla quale è difficile dare una definizione. Non stranisce, perciò, che l’opera sia taiwanese, o forse aiuta, perché quando lo switch prende corpo, manifestandosi, la sorpresa è almeno in parte attutita da quell’ammissibilità che riconosciamo a questa seppur breve parabola, calata in quel territorio fatto di strade di provincia semi-deserte, dove di tanto in tanto sbuca ora un’auto, ora un van, ora ancora un camion.

Partirei dalla prospettiva, che è quella per certi versi classica, la più immediata per la VR, ossia quella di un palo invisibile piantato in un dato punto, e da lì non resta che girarsi attorno. A differenza di Passenger, non interpretiamo nessuno, siamo la macchina da presa a 360° che osserva il dipanarsi degli eventi. Senza indicazioni, né suggerimenti, dall’inizio alla fine restiamo nello stesso punto, come ravvisato, incamerando notizie mediante la pura azione, senza dialoghi e quant’altro.

Fermi ad una stazione di benzina, l’uomo che accompagna la giovane tailandese che deve fuggire dal sud del Taiwan, viene improvvisamente fermato da un poliziotto. Quest’ultimo non finisce bene, stordito da un colpo alla testa di quello che di tutta prima sembra un benefattore, mentre più avanti si scopre che anche lui è nelle stesse condizioni della donna, ossia in fuga.

La sinossi ci viene in soccorso nel dirci che la giovane, che peraltro è incinta (questo lo si capisce dalle immagini), è in cerca del padre del bambino, scomparso in quelle montagne lungo le quali il veicolo s’inoltra. Non vi sono stacchi di montaggio, anche questo sostanziandosi in un pianosequenza di mezz’ora, nel corso del quale improvvisamente Only the Mountain Remains cambia pelle, anche se per poco, quando la ragazza fa uno strano ed inquietante incontro. Qui il rimando più immediato a Bi Gan, anche se meno elegante forse, ma comunque d’effetto, che colma il gap proprio grazie alla tecnologia e la gestione che si fa di certe inquadrature (una in particolare) alla quale, VR o meno, non ci si può proprio sottrarre.

Uno degli aspetti più interessanti, per un progetto girato pressoché interamente in live-action, con attori e ambienti veri, risiede senz’altro nella tecnica. Non si può fare a meno di notare, per dirne una, che un ambiente così “costretto” ti aiuta a gestire meglio l’illuminazione; nel caso di specie, la luce è piazzata proprio sopra la camera, di modo che sia costante e ci permetta di seguire l’azione. Eppure non si svolge tutto all’interno del veicolo, sebbene da lì noi non abbiamo modo di muoverci. Quando si passa all’esterno, allora, la soluzione è quella di servirsi dei fari anteriori del van, che illumina quanto basta per capire cosa sta accadendo.

Non si tratta peraltro di una questione secondaria, visto e considerato che la gestione, più che della luce, dell’oscurità, è fondamentale, funzionale come si rivela rispetto al passaggio sopra evocato dalla realtà a quell’altra dimensione. È la montagna che si trasforma, che, mentre si lascia attraversare, ci svela almeno parte dei suoi segreti. Il modo in cui veniamo messi a parte di tutto ciò, unitamente all’abilità di tenere desta l’attenzione attraverso varie fasi (prima c’è l’inseguimento, poi la lite tra la donna e il conducente, poi tutto il resto), fa di Only the Mountain Remains una delle esperienze più corroboranti ancorché tra le più tradizionali in ambito di realtà virtuale. Prodotto da Hou Hsiao-Hsien.

Immersione
9
Tecnica
8
Storytelling
9

Regia: Chiang Wei-Liang
Paese: Taiwan
Durata: 30 minuti

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