Venezia 2019, Ema, recensione - Pablo Larraín e il suo ritratto di una generazione

Chi è Ema? Anibal dice di averne conosciute di donne che si definiscono cattive, di averle provate tutte, senza capacitarsi del perché ciascuna di loro ritenga di essere così “pericolosa”. Povero Anibal, che non conosce ancora Ema; lei è diversa, disinvolta, calamitante, unica. Nessuno può sfuggire a quel quid che la pone su un livello altro, qualcosa per cui serve un film ad averne contezza, ogni descrizione verbale un limite a questa sua estrema peculiarità.

Pablo Larrain ha un dono che è forse più un talento, oppure con i due termini s’intende la stessa cosa; fatto sta che pochissimi come lui sanno relazionarsi in maniera così appagante con le aspettative. Ema, il film, è un oggetto imponderabile a priori, pur leggendone la sinossi; puoi tutt’al più tentare d’ipotizzare cosa non sia e, conoscendo il regista cileno, magari indovinarci pure in larga parte. Ma non puoi, in nessun caso, intuire davvero dove di volta in volta intenda andare a parare.

Con questo suo ultimo lavoro ci troviamo anche a film inoltrato in una situazione analoga, spaesati da questo straniamento che non consente d’intravedere una o più traiettorie, di una materia così magmatica, pronta a liquefarsi da un istante all’altro, ora liquida, ora solida, ora ancora gassosa. Scomodiamo la Chimica perché a mio parere certe categorie alle quali si è soliti ricorrere, per quanto utili se non addirittura necessarie, tendono un po’ a sgonfiarsi in casi come questo. Già dall’andamento, sempre così trasognato, con un montaggio che procede per impressioni ma che non è per forza di cose impressionista, men che meno sperimentale, eppure segue dei tempi tutti suoi, in un momento comprimendoli, per poi dilatarli. È parte della cifra poetica di Larrain, e forse questo è l’unico elemento con cui si può instaurare una certa familiarità.

Tranquilli, non ci siamo dimenticati di Ema. Ema è una ballerina che ha da poco subito il trauma dell’aver perso un figlio; non perché morto ma semplicemente perché, dopo averlo adottato, lei e Gaston, il marito, hanno deciso di restituirlo: hanno preso coscienza di non essere adatti al ruolo. O almeno, così pareva. Polo, il bimbo, non li ha certo aiutati: prima di passare ad altri affidatari ha dato fuoco ai capelli della sorella di Ema, infilato un gatto nel freezer ed altre azioni che fanno quantomeno dubitare della sua stabilità. Stabilità che nemmeno per Ema e Gaston si rivela essere una qualità; specie nelle prime sequenze assistiamo a questi botta e risposta in cui si scambiano i ruoli in maniera quasi schizofrenica, alternando amore e odio nel giro letteralmente di pochi secondi. Eppure Polo manca, contro tutto e tutti; la sua assenza si sta facendo sentire in maniera sempre più intollerabile.

Per certi versi, come se Larrain girasse la sua variazione sul tema di Marriage Story di Baumbach, una versione di gran lunga più esasperata, scandalosa ma non per il puro gusto dello scandalo, ché al regista di Neruda non interessa, non particolarmente almeno, il mero épater la bourgeoisie – sebbene sulla borghesia un po’ d’ironia nemmeno tanto velata la si faccia eccome. D’altronde, secondo certi canoni, Ema è certamente il Male; non semplicemente malvagia, come se subisse l’influsso di qualcosa esterna a lei, bensì quel centro che semmai condiziona gli altri, chi ha la ventura d’incontrarla, venendo preso di mira. Magnetica Mariana Di Girolamo, la cui statuaria ancorché longilinea fisicità la rendono irresistibile già alla vista, prima ancora di venire travolti dal suo modo di fare, la sua innocente spregiudicatezza, che spiazza, blandendo.

Ema balla, mentre qualche sequenza dopo le vediamo bruciare una macchina con un lanciafiamme, oppure un semaforo, che è poi l’immagine con cui si apre il film. Procede per conto suo, eppure, già prima che la chiusa arrivi, svelando il tutto, si riesce a credere che Larrain ci stia portando da qualche parte, nonostante questa meta non sia nemmeno possibile intuirla. Basti pensare che, strada facendo, gli echi che si avvertono rimandano a Saranno famosi (1980), per poi, senza mai davvero cambiare pelle, farci avvertire certe note à la Teorema (1968); non so quanti accostamenti possano rivelarsi altrettanto destabilizzanti.

Perverso, perché Ema è certamente anche questo, una che dice o lascia intuire di voler fare le cose come le vengono, eppure ad essere perversa non è tanto la sua istintualità quanto la sua sopraffina capacità di programmare, un’intelligenza rara, che tutti e tutto riesce a portare dalla propria parte. Noi quel disegno non lo cogliamo ma quando si palesa non ci colpisce certo perché al di là delle possibilità di Ema, anzi; proprio perché l’assurdità della piega che prende la vicenda si rivela perfettamente in linea, organica ad un profilo che, pur smodato, non appare mai fuori controllo. È così, oltre che la protagonista, è il film rispetto a Larrain, che ci porta a spasso, facendoci ballare persino, sorridere, stupirci, oppure metterci a disagio quel tanto che basta però per tenerci a bordo. Muovendosi lungo quella linea di confine che separa l’accettabile e lo strafare, sapendo quando spingere sull’acceleratore e quando invece diminuire d’intensità. Ema è la sua generazione.

Voto di Antonio 9

Voto di Federico 9

Ema (Cile, 2019) di Pablo Larraín. Con Gael García Bernal, Santiago Cabrera, Mariana Loyola, Mariana Di Girolamo, Giannina Fruttero, Catalina Saavedra, Paola Giannini, Antonia Giesen, Paula Luchsinger e Josefina Fiebelkorn. Concorso.

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