Venezia 2019, Metri shesho nim (Just 6.5), recensione - poliziesco iraniano che ridefinisce generi e convenzioni

La squadra narcotici della polizia di Teheran ha appena concluso una retata che ha portato a decine e decine di arresti, tutti consumatori abituali. Nel frattempo Samad, uno dei membri della squadra, riesce ad arrestare Nasser Khakzad, uno dei boss della droga locale; nel suo lussuoso attico, Nasser era in procinto di suicidarsi dopo essersi riempito di pillole. Portato subito al commissariato e sbattuto nell’angusta cella d’occasione dove sono stipati tutti gli altri catturati ore prima, Nasser prova subito ad imporsi, dopo che peraltro si è scoperta la sua vera identità.

Metri Shesho Nim (d’ora in avanti Just 6.5) è un progetto atipico nel panorama del cinema iraniano, tra quello a cui almeno abbiamo modo di accedere ai Festival. Nel 2013 Fish & Cat di Shahram Mokri s’impose proprio al Lido, un mistery-thriller girato con pochissimo, interamente in pianosequenza, uno dei migliori film di genere dell’ultima decade. Con Just 6.5 siamo addirittura su un livello altro, oltre che un diverso territorio; opera di genere sì, ma ben più stratificata, più ambiziosa anche per via di una produzione di diverso calibro, che abbraccia più cose e ci riesce pressoché su tutta la linea.

A fare la differenza, anzitutto, è una scrittura incredibile: non in un solo frangente il film s’increspa o lascia avvertire fasi di stanca, di avvitamento su stesso, procedendo dalla prima all’ultima inquadratura come una linea retta pulita, senza intoppo alcuno. Nel mezzo c’è tanto, troppo per essere restituito in una recensione, mediante la quale s’ha da cercare per lo più di dare un’idea. E va fatto, perché la portata del film scritto e diretto da Saeed Roustaee è, come già accennato, rilevante. Uno sconfinare nel genere pur rimanendo nel solco di un cinema, quello iraniano, sempre oltremodo attento alla società del Paese, i suoi conflitti, le sue problematiche, scandagliate sempre focalizzandosi in maniera unica sul particolare, che rimanda appunto sistematicamente alla complessità generale.

In Just 6.5 si spazia tanto, inglobando più generi, senza alternanza, bensì importandone codici che, attraverso un lavoro encomiabile, diventano una cosa sola. Dal thriller al poliziesco procedurale, passando per il courtroom drama, alla fine ci si concede persino una chiosa da pieno neorealismo. Giusto per saperci orientare, a questo servono le etichette. Il punto è che il passaggio tra un contesto e l’altro non si avverte, perché in primis, sempre, c’è la storia, dunque i suoi personaggi. Meravigliosi sia il Samad di Payman Moaadi, che, se possibile persino di più, il Nasser di Navid Mohammadzadeh, il quale in prossimità dell’epilogo si prende peraltro la scena, spaccando il film.

Colpisce la semplicità con cui Roustaee costruisce questa vicenda che affonda nell’attualità di un Iran in cui è possibile procurarsi della droga in tre minuti; e ci sono delle ragioni, storiche, culturali, ma soprattutto geografiche, dato che l’Iran confina con alcuni dei Paesi che sono anche tra i maggiori produttori al mondo. E dire poi che, stando al film, il sistema è efficiente, anche al netto di qualche forzatura, giudici e poliziotti a stretto contatto, consapevoli di procedure che per lo più agevolano anziché mettere i bastoni tra le ruote, per quanto la burocrazia sia tale ovunque. Il bello è che tutto ciò appare evidente, chiaro, ma passa con una naturalezza disarmante, meccanismi che riusciamo a percepire senza bisogno di alcuna enfasi proprio perché totalmente al servizio di un dipanarsi degli eventi che ci tiene incollati, come detto, dall’inizio alla fine.

Si rischia persino di ridimensionare la bravura con cui si riesce a costruire tutto ciò a fronte poi dell’abilità con cui vengono resi, e su carta e attraverso le performance degli attori, coloro che a conti fatti sono i protagonisti di Just 6.5, già menzionati. Il modo in cui mutano davanti ai nostri occhi, la ricchezza di sfumature, tali per cui su nessuno dei due ci si può sbilanciare appioppando loro una targa che risulterebbe mortificante. Esempio pure, quasi da manuale, di personaggi definiti dalle proprie azioni, nell’accezione più nobile della definizione; sì, ma a fronte di un’intrinseca veridicità che non sa mai, in nessun caso proprio, di posticcio. Samad e Nasser rispondono alle sollecitazioni in linea con ciò che sono, non profili ma persone che operano in un determinato contesto, con un determinato retaggio.

Ma poi c’è tutto un discorso inerente allo statuto di realismo già a partire da certe soluzioni visive, con questa nitidezza dell’immagine che vira già ad una sorta di ultrarealismo, colori densi ma non “ritoccati”, un tipo di trattamento al quale il digitale si presta più che per qualunque altra destinazione. Macchina a mano, nel rispetto della dinamicità del racconto, che procede sempre assecondando i ritmi giusti, i tagli di montaggio appropriati. Tutto si lega con un’armonia che lascia a tratti esterrefatti, tale è la resa di tutte queste componenti messe insieme. Perché Just 6.5 è un film semplice, di quella semplicità mascherata, dato che rientra tra le opere più difficili, un’impresa quasi, al fine di restituire con così tanta nettezza e accessibilità realtà di cui è complicato discutere, figurarsi mettere in scena, mostrare.

Finendo dunque col ridefinire generi e convenzioni; i primi, quelli universali, mentre nel secondo caso si tratta di un salto notevole nell'ambito di una specifica cinematografia, già affermata e consacrata, come quella iraniana, nell'ambito della quale Just 6.5 s'insinua quale sorprendente variante. Impossibile restare indifferenti a ciò che queste persone hanno da dire, incarnando più racconti, in maniera lucida, penetrante. Samad e Nasser sono entrambi degli anti-eroi, i cui sguardi non s'incontrano mai, né possono farlo; due dei tanti prodotti di un ambiente che li ha posti davanti a sfide a cui ciascuno ha risposto come poteva.

Voto di Antonio 9

Just 6.5 (Metri shesho nim, Iran, 2019), di Saeed Roustaee. Con Payman Maadi, Navid Mohammadzadeh, Parinaz Izadyar, Farhad Aslani e Hooman Kiaie. Orizzonti.

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