Venezia 2019, Gloria Mundi, recensione - rozza parabola sull'inumanità dell'odierno Capitalismo

Mathilda (Anaïs Demoustier) dà alla luce la piccola Gloria, un raggio di sole ad illuminare un cielo altrimenti grigio, grigissimo. Nella Marsiglia dei nostri giorni, infatti, la vita è difficile; come in qualunque altra città di un Occidente sempre più competitivo e spietato, c’è chi riesce a restare a galla, ritagliandosi un proprio posto, ancorché minuscolo, mentre altri soccombono. È questo il caso di Nicolas (Robinson Stévenin), che fa il driver per Uber, accollandosi le ingenti rate per pagarsi un’automobile che non può permettersi. E c’è la madre di Mathilda, Sylvie (Ariane Ascaride), a cui mancano tre anni per la pensione, lei che, non più giovane, pulisce di notte uffici e stanze delle navi che approdano al porto. Il secondo marito di Sylvie, Richard (Jean-Pierre Darroussin), convince la moglie ad informare Daniel (Gerard Meylan) della nascita della nipote; Daniel sta finendo di scontare nella prigione di Rennes la propria pena per un omicidio. Una volta fuori può raggiungere quella famiglia che si trovò costretto ad abbandonare vent’anni prima.

Non sono i soli protagonisti di Gloria Mundi, l’ultimo lavoro di Robert Guédiguian; al quadretto familiare si aggiungono Aurore (Lola Naymark), sorellastra di Mathilda, ed il suo fidanzato, Bruno (Grégoire Leprince-Ringuet). L’intento del regista francese tutto è fuorché velato: mostrare fino a che punto le dinamiche di quest’epoca, la sua avidità per il denaro, ed i mezzi che ha sperimentato per riuscirci, possano distruggere la qualsiasi, in primis una o più famiglie. Famiglia, quella schematicamente descritta, che di problemi ne ha svariati, non tutti necessariamente riconducibili al denaro o alla sua assenza. Senza mettervi a parte di certi passaggi, Gloria Mundi è anche storia di amari tradimenti, a più livelli, di persone che sembrano essere condannate dallo squallore che sperimentano ogni giorno, e dal quale non possono in alcun modo sottrarsi.

Ma com’è didascalico Guédiguian nell’accostarsi a storie così complesse eppure rese in maniera quasi semplicistica. Ne accadono di ogni, questi personaggi sottoposti ad un martirio continuo, degradante. E non dico che la realtà non sia questa, che nella quotidianità casi di questo tipo non se ne riscontrino; il punto è come, a fronte di quali sviluppi ci vengono sottolineate certe dinamiche, un filtro quantomeno opportuno. Il disagio che si avverte infatti non ha a che vedere col contenuto in sé ma col modo di sbatterci in faccia certe situazioni senza prima essersi premurati di costruire delle basi che possano reggerle. Se ne potrebbero citare svariate: dalla donna che ruba dell’intimo per le figlie nel negozio dove lavora Mathilda, al maldestro tentativo di Nicolas nel farsi prescrivere un’idoneità che non gli spetta, passando dalla reticenza di Sylvie ad aderire a un sciopero.

Un’esasperazione che vanifica qualsivoglia intento, ancora più goffo quanto più ci s’industria a collezionare episodi di sventure e contrarietà rispetto alle quali ci si relaziona in maniera incerta. Il catalogo di conseguenze rispetto a uno status quo così allarmante perde perciò di credibilità, fattispecie certamente verosimili, come già ravvisato, ma stipate a forza nell’ambito di un solo contesto, un’insistenza che a un certo punto stona oltremodo. Scelte che lasciano perplessi, come l’arco narrativo di Daniel, scontato al punto da uscirne banalizzato, lui che la galera è come se non l’avesse mai lasciata, anzi, che non riesce né forse vuole più abbandonare quella dimensione che effettivamente l’ha reso migliore, tanto da avergli fatto prendere l’abitudine di scrivere haiku per «fissare momenti e renderli eterni».

A fronte di una gestione così approssimativa dello sviluppo, non si può dunque immaginare un finale più impacciato, che rievoca per l’ultima volta i fantasmi che hanno aleggiato sull’intero corso degli eventi, materializzandosi attraverso un ralenti ed una carrellata di volti che mettono quasi in imbarazzo, quantunque si tratti di una conclusione coerente nell’approccio rispetto a quanto visto sino a quel punto. Proprio per l’importanza di una tematica così delicata, le sue ripercussioni andrebbero proposte con un piglio diverso, specie se si sceglie di affidarsi pressoché totalmente ad un tenore realistico che fa a pugni con una scrittura così di pancia, e perciò inadeguata a dare contezza in merito a certi scenari limite.

Voto di Antonio 4

Voto di Federico 4.5

Gloria Mundi (Francia, 2019) di Robert Guédiguian. Con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin e Lola Naymark. Concorso.

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