Venezia 2019, La mafia non è più quella di una volta, recensione - il mondo perduto di Maresco

«Abbasso la mafia». Si cerca di farlo dire in tutti i modi a Ciccio Mira. Proprio lui, l’organizzatore di eventi apparso in Belluscone, che nell’ultimo lavoro di Franco Maresco si prende ancora di più la scena, divenendo protagonista forse inconsapevole, sicuramente involontario, di questo ennesimo spaccato inerente a una Palermo che non si vuole mostrare, quali che siano le ragioni. È la Palermo che non si è scrollata di dosso una stagione evidentemente non archiviata, quella dello Zen in particolare, Zona Espansione Nord, una delle aree più degradate della provincia siciliana, dove, dice Maresco, persino le forze dell’ordine entrano con riluttanza.

La verve di Maresco è nota, una delle mancanze più sentite nel panorama del nostro cinema, nell’ambito del quale una figura come lui non può che faticare a trovare spazio; troppo corrosivo e dissacrante il suo cinismo, il suo atteggiamento canzonatorio, non di rado persino inopportuno, una rabbia che il nostro ha sempre sublimato mediante un sarcasmo che atterrisce, laddove non addirittura scandalizza. La mafia non è più quella di una volta prosegue un discorso specifico, quello appunto fatto in Belluscone, anch’esso alla Mostra nel 2014, sezione Orizzonti, in cui veniva stabilito quasi en passant, mediante il solito ritratto grottesco, questo ponte tra certa Sicilia e il Cavaliere; anche se per lo più si trattava di mostrare le dinamiche di un ecosistema complesso, del tutto reticente a parlare male della mafia e ancor di più dei mafiosi.

Di quel progetto questa è se vogliamo un’appendice, un indugiare oltre sul medesimo fenomeno, sulla medesima riluttanza, sull’impermeabilità in certe zone di tutti i proclami che si fanno da un ventennio. Tale difficoltà racconta di per sé qualcosa, ossia che la questione al momento non sembra essere risolvibile. E viene da chiedersi… la si vuole risolvere? Se sì, come? All’inizio di questo ennesimo viaggio nel sottobosco di personaggi borderline che Maresco va collezionando da oltre trent’anni, troviamo Letizia Battaglia, la celebre fotografa che di immagini ne ha prodotte nella sua lunga carriera, contraddistinta proprio da questa sua avversione, per usare un eufemismo, alla mafia. Accetta di fare questo film a condizione che Maresco, nel suo prossimo lavoro, le faccia interpretare la parte di una «vecchia puttana». Il regista accetta, e così comincia tutto. Può cominciare.

È attraverso di lei che viene manifestato il disappunto per ciò in cui si è trasformata la ricorrenza del 23 maggio, un giorno di commemorazione trasformato in sagra di paese: «venticinque anni fa noi piangevamo, qui oggi ballano». Mantenere questa memoria storica: per la fotografa si può anzi, si deve, mentre per il regista… beh, lasciamo stare. I due addirittura litigano sullo scetticismo cronico di Maresco, che da un lato dice di credere che una persona fino all’ultimo possa redimersi, mentre si hanno pochi dubbi che per lui di speranza non ve ne sia più. Ed allora la seconda parte, quella più lunga, più da Maresco, è l’ennesima collezione di mostri, dal produttore di Ciccio Mira, Matteo Mannino, ad un giovane della scuderia di Mira, il cantante neomelodico Cristian Miscel.

Qui Maresco presta il fianco a critiche, il suo piglio sopra le righe eccessivo nel riportare certi segmenti, in particolare quello di Miscel, un ragazzo con evidenti problemi, esposto in maniera a parere di chi scrive inappropriata, entrandogli in casa, con la madre in una situazione disastrata, a doversi spartire tra il figlio e l’arteriosclerosi del padre, che dall’altro lato della casa inveisce all’indirizzo della figlia lanciandole improperi in palermitano stretto. Sono quei pochi momenti in cui Maresco non riesce a trasporre a pieno la sua ironia, a trovare forse quel filtro giusto, posto che a tali condizioni fosse possibile.

Per il resto è innegabile che di un Maresco c’è ancora bisogno, e probabilmente sempre ce ne sarà. Il suo occhio disincantato, la sua frustrazione, il suo modo di vedere quel cosmo, il suo degrado, restano ancora oggi preziosi. Si dev’essere alquanto superficiali per assolutizzare quanto mostra quest’atipico cineasta siciliano, che invece da una vita cerca di esorcizzare un profondo senso d’impotenza dinanzi ad una realtà che s’avverte oramai da tempo irriformabile. Non a caso c'è spazio pure per menzionare la storica sentenza della Corte d'Assise di Palermo, che nell'aprile del 2018 ha riconosciuto la responsabilità penale dei pubblici ufficiali implicati nella Trattativa Stato-Mafia, con sentenza di primo grado - senza ovviamente tacere sul silenzio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in merito.

Mi sono sempre chiesto fino a che punto, da spettatore, potessi pretendere da Maresco una certa affezione, non dico amore, né per forza rispetto, insomma, una sorta di compassione sincera per certi personaggi. E la risposta sta ancora in quell’aggettivo: sincera. Non sarebbe sincero fingere ciò che non c’è. Ma poi, mi sono sempre detto, se davvero fosse così distaccato, se si sentisse così “superiore” a ciò che riprende, uno che sta dietro la macchina da presa cercherebbe pure di contenere quella sofferenza che, al contrario, nei film di Franco Maresco è sempre percepibile, in un modo o nell’altro. Se sia amore non lo so, credo proprio di no. Qualcosa però è.

Voto di Antonio 6.5

Voto di Federico 7

La mafia non è più quella di una volta (Italia, 2019) Letizia Battaglia, Ciccio Mira, Matteo Mannino e Cristian Miscel. Nelle nostre sale da giovedì 12 settembre. Concorso.

  • shares
  • Mail