The Forest of Love, recensione - pure su Netflix il solito, strabordante Sion Sono

Dopo la morte della compagna di classe di cui era innamorata, Mitsuko (Eri Kamataki) si è chiusa nella sua stanzetta, da cui non mette il naso fuori manco per sbaglio. È Taeko (Kyooko Hinami), un’altra ex-compagna di scuola, ad andare a trovarla nel tentativo di strapparla a quella nicchia in cui Mitsuko si è rintanata; la scusa è quella di un film amatoriale, che altri tre ragazzi stanno cercando di girare per vincere un Festival di piccoli film indipendenti, il primo gradino verso il successo. Mitsuko e Taeko avevano già provato a mettere in scena Romeo e Giulietta ai tempi della scuola: un periodo quasi magico, ovattato, rievocato con un misto di nostalgia e idealismo. Nel frattempo però s’intromettono due fattispecie: la prima è l’irrompere di Joe Murata, un truffatore che comincia a tampinare la giovane Mitsuko; la seconda è una serie di strane uccisioni.

Chi ha un minimo di dimestichezza con Sion Sono non avrà particolari problemi a conciliare questi sparuti elementi: gli ingredienti per un suo film sono lì sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Ed è ancora lui, il figlio ribelle di un cinema che ha già i suoi outcast di successo in registi come Eiji Uchida, Shuichi Okita, Yoshiro Nakamura, su su fino ai più illustri, come Shin’ya Tsukamoto e, appunto, Sion Sono. The Forest of Love, prima di ogni altra valutazione, si pone quale progetto significativo per via del contesto: Netflix infatti, di nuovo, dà carta bianca, con una libertà perciò che solleva parecchie questioni.

Sono non è certo uno che si è mai troppo preoccupato della critica: i suoi sono film non di rado lunghi, sopra le righe, contraddistinti da un impeto raro, un’energia che li rende pressoché tutti e ciascuno, di volta in volta, un’isola a sé stante. Non è da tutti salirvi a bordo, in buona sostanza poiché espressione di una mente che ammette pochissimi argini, ed anche da quelli a fatica si fa contenere. The Forest of Love, in tal senso, è puro Sion Sono: smodato, abbondante, saturo. Trama densa, costellata di momenti che ora lasciano interdetti, ora proprio indispongono, mentre vanno avvicendandosi situazioni limite, tra gore, sesso e violenza, maneggiati con una disinvoltura che non di rado appare tranchant.

L’aspirante filmmaker, Jay, dice che certe cose le vuole vedere solo in un film, mica nella realtà; il che sembra un po’ una scusa che Sono si concede tra il serio e il faceto. Eppure l’intenzione appare chiara, ossia quella di fare terra bruciata attorno a tutte le dinamiche e i temi che questo suo film evoca, materiale che ha a che vedere con un Giappone che cova siffatto malessere, aspettando qualcuno o qualcosa lo incanali in una ferocia tangibile. In The Forest of Love è Joe Murata (Kippei Shîna), uno dei personaggi più spregevoli del cinema degli ultimi anni, al di là della Morale, spietato ma in una maniera inusuale. È lui il perno su cui fa leva l’intero meccanismo di quest’ultimo lavoro di Sono, colui a cui bisogna guardare, tra l’altro, anche per inquadrare il tono – l’influsso che Joe ha su chiunque incontra testimonia quanto poco sul serio voglia ancora una volta prendersi il regista.

Un cinema che, se vogliamo, è facile rifiutare, detestare, oppure, nella peggiore delle ipotesi, rispetto a cui ci si può addirittura dire indifferenti, a tal punto può apparire sguaiato. Eppure, ancora una volta, l’accusa che non si può certo muovere a Sono è quella di giocare con le aspettative, fare il finto sostenuto per poi in realtà cercare di accaparrarsi la simpatia del “suo” pubblico (anche se, insomma, sì, un po’ c’è anche quello), un pubblico che Sono ha eccome, il quale lo venera come uno degli ultimi apostoli di una certa idea, che muove dal b-movie trascendendolo.

La vitalità alla quale implicitamente si allude non sta in nessuna delle componenti più immediate, in primis l’azione, il susseguirsi degli eventi, la trama insomma. È più una sensazione che si recepisce dall’atmosfera, da quanto aleggia lungo l’intero film, anche in quei frangenti di stanca, quando Sono si attarda magari pure più del dovuto perché qualcosa ne ha solleticato l’attenzione ed allora lui insiste, incurante del rischio di esagerare. Per questo anche The Forest of Love si rivela un’esperienza provante, che sfida lo spettatore servendosi del suo ritmo forsennato, della sua esorbitante portata e di tutti quelli eccessi che non si capisce mai davvero se stanno contrariando oppure, sotto sotto, finiscono con l’accarezzarci.

Ma, sopra ogni altra cosa, di nuovo, Sono è capace di creare un mondo, folle al confine con l’assurdo, eppure retto da regole che internamente hanno un senso eccome, ed è implacabile. Dissacrante, in The Forest of Love ci si prende gioco un po’ di tutto, e lo si fa con un sarcasmo dirompente, matrice di quel nichilismo che oramai tanti autori hanno introiettato da tempo, e che, in generale, in certi cineasti giapponesi si manifesta in maniera specifica, e che Sion Sono elabora a sua volta con una peculiarità che non manca mai di coerenza.

Meno divertente di Why Don’t You Play in Hell? ma più sul pezzo di quest’ultimo, il cui incipit è simile sebbene poi i due film seguano traiettorie differenti; più sgangherato e inconsistente di quel gran film che è Antiporno, dove Sono raggiunge il punto più vicino allo zenith della propria carriera. Stravagante quanto tutti gli altri, sebbene per carica e corposità ricorda parecchio Love Exposure, che comunque tende a stargli un gradino sopra. Dunque un film di Sono in piena regola, il che, per tornare ad un argomento sopra evocato ma che non è questa la sede per essere sviluppato, inevitabilmente deve far riflettere: Netflix ha dato le chiavi in mano a un altro autore, che il film se lo è scritto, diretto e montato. Tutto ciò ci suggerisce cose interessanti rispetto alla piega che l’intero affare sta assumendo.

Voto di Antonio 7

The Forest of Love (Giappone, 2019) di Sion Sono. Con Kippei Shîna, Shinnosuke Mitsushima, Kyoko Hinami, Eri Kamataki, Young Dais, Natsuki Kawamura, Yuzuka Nakaya, Dai Hasegawa, Chiho Fujii e Tsukino Yamamoto. Su Netflix da venerdì 11 ottobre 2019.

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