Torino 2019, terzo giorno, Stephen McHattie la nota più lieta

Ed un'altra giornata di Festival è trascorsa, finalmente senza pioggia. Oggi francamente faccio più fatica a scorgere un filo rosso che leghi opere così diverse tra loro, un'eterogenità che ad ogni modo apprezzo, seppure nel corso di dodici ore circa rischia di mettere parecchio alla prova. Ma andiamo con ordine.

Prelude sembra essere svariate cose, e, fino ad un certo punto, potrebbe benissimo esserle tutte. David, un giovane pianista che frequenta una scuola oltremodo prestigiosa in vista dell’ammissione alla Juilliard, nella primissima scena entra in una sala immensa, elegante, con due pianoforti al centro; l’insegnante lo scruta, sembra mangiarselo con gli occhi. Allora pensi che di lì a poco partirà la liaison. Più avanti David conosce altri due coetanei, un lui e una lei; ed immagini il triangolo amoroso. Sabrina Sarabi inserisce queste tracce non tanto per sviare ma per dare contezza di una condizione, quel desiderio sfrenato che si fa ambizione, brama di riuscire, con tutto il cascame a metà strada tra realtà e luogo comune sull’impegno ed il lavoro matto e disperato. Nel caso di David c’è questo e qualcos’altro; peccato emerga solo verso la fine, mentre l’andazzo in larga parte lo si percepisce per lo più come interlocutorio.

Nel 2017 a Berlino fu presentato Ana, mon amour (che poi vinse la miglior sceneggiatura), film rumeno di Cãlin Peter Netzer sulle varie tappe di una coppia: da quando i due si conoscono fino a quando si separano. Chi scrive lo apprezza particolarmente. Quest’anno siamo già a due altri lavori su questa falsa riga: prima Marriage Story, a Venezia, ora Pink Wall, di Tom Cullen. Dei tre, quest’ultimo è senz’altro quello meno intenso, malgrado alcuni passaggi che meritano. Rivelatoria una delle scene più lunghe del film, una cena di compleanno nella City britannica, specchio dei tempi che viviamo, e da cui i due protagonisti vengono colpiti in pieno, nonché affondati. Affidando pressoché ogni cosa ai dialoghi e alla performance dei suoi attori, Cullen si limita a selezionare e seguire nella maniera meno invasiva possibile, macchina a mano, il lento, inesorabile disfacimento. Lo “spettacolo” sta lì, non tanto nell’epilogo, in fin dei conti propiziato già dalle prime sequenze. Ed un po’ di verità si riesce a tirarla fuori.

RAF di Harry Cepka s'attarda su questa innaturale amicizia tra Raf e Talia; la prima un po' ingenua, pulita, senza particolari ambizioni, mentre la seconda appartiene al ceto alto, è più scafata e sa come vivere sostanzialmente. Due mondi diversi, quello di Raf destinato ad essere subordinato a quello di Talia, la quale però sembra prendere a cuore questa particolare amicizia. Si assiste all'ovvio dipanarsi degli eventi, dunque in larga parte scontati, concentrandosi su singoli episodi, le cose migliori quelle dell'interprete di Raf, Grace Glowicki. Affonda solo sul finire, Cepka, senza però mettere più di tanto in discussione la tesi, che evidentemente parteggia per la protagonista. E si pone perciò il solito discorso sulla classe abbiente che, oltre il danno la beffa, si serve di chi gli sta sotto sempre e comunque, una dinamica ferrea ma francamente inadeguata a descrivere possibili relazioni tra persone che effettivamente sono così diverse. Si cerca in qualche modo di compensare con un approccio un po' più ammiccante nel raccontare, ma la sostanza resta quella.

Perplesso, per dire il meno, a fronte della visione di The Last Porno Show. Film sfasato a priori, concettualmente proprio. Wayne eredita (si fa per dire) una sala porno dal padre, con il quale da sempre coltiva un rapporto complesso. Di tutta prima sembra che la cosa migliore da fare sia vendere la struttura, finché il suo desiderio di fare l'attore, unitamente ad una bislacca identificazione col padre, lo spingono a tenere in piedi la baracca così da darsi il tempo per farsi una cultura e "testarsi" in vista del suo primo film da attore porno. Per dire, già certi ricordi che hanno segnato Wayne, e che l'hanno condotto a voler in qualche modo replicare il laido passato del padre, dovrebbero far sorridere, mentre così non è. Paputts non sa che farsene della mediocrità del suo protagonista, infatti lo humor che vi appiccica sopra ha uno strano retrogusto, che tende più al disagio che all'ironia o alla compassione. Ma questo è dovuto al vizio di fondo: dopo aver mostrato scene esplicite per l'intero film e aver collezionato un discreto numero d'inquadrature di cazzi, la chiusa vagamente moralistica, senz'altro conciliante, è frutto di una confusione mica da poco, il non avere un'idea seria su cosa farci col materiale di questa storia e perché.

Dreamland di Bruce MacDonald è un qualcosa di anomalo, è già solo per questo sento di dovergli concedere il beneficio del dubbio. Faccio tale premessa perché è stato l'ultimo della giornata, quando di solito, specie se non se ne sono visti pochi, si arriva un po' corti. Come si usa dire, sono convinto che ci sia un pubblico per questo genere di bizzarrie, e chi lo sa che tra queste fila non vi militi pure il sottoscritto. L'idea è particolare, con un formidabile Stephen McHattie ad interpretare due ruoli, decisione che suppongo avere un senso anche in ottica psicanalitica, dato quanto accade nel film. In fondo questo strano oggetto che è Dreamland è anzitutto il suo palco, di McHattie insomma, sopra il quale non a caso spadroneggia incontrastato, staccando di troppe lunghezze tutti gli altri (Juliette Lewis inclusa, che però ha una parte marginale). Un neo-noir sui generis, libero, forse troppo, che procede per suggestioni. Lo ripeto, potrebbe valere la pena tornarci.

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