Torino 2019, sesto giorno, le donne a farla da padrone

Il concorso propone oggi due dei film migliori, se non i migliori, ed entrambi erano a Cannes

Meno uno. Penultimo giorno qui a Torino, il più del lavoro oramai alle spalle. Oggi altro giorno di recuperi illustri, uno in particolare, rimpianto dell’ultimo Festival di Cannes, dove poi vinse la miglior Regia in Un Certain Regard. Mi riferisco a Beanpole di Kantemir Balagov, l’allievo di Sokurov. Non a caso integro questo chiarimento, per certi versi scomodo: forse è infatti tempo di farne a meno (anche perché alcune recenti dichiarazioni di Sokurov lasciano intendere che il rapporto tra i due si sia incrinato, e non poco). Non sono un fan di Tesnota, quantunque come opera prima non è affatto dimenticabile, anzi. Qui però Balagov trova meglio la quadra, con una messa in scena potente e dei personaggi che non si dimenticano facilmente. La storia di due donne che devono adattarsi ad un contesto post-guerra, dopo essere state inevitabilmente segnate. Duro, accattivante e intelligente, il resoconto di una condizione estrema, resa ancora più esasperata ed esasperante poiché il dramma dei singoli viene opposto ad un passaggio che, al contrario, dovrebbe essere di tutt’altro segno, ossia appunto l’arrivo della cosiddetta pace.

A White, White Day viene dall’Islanda, ed è un altro di di quelli che lasciato a Cannes intonsi (a mia parziale discolpa, era in Semaine de la Critique, e riuscire a farci stare film dalla Semaine de la Critique è roba da ingegneri). Ad ogni modo, Palmason va oltre la mera elaborazione del lutto, ché la sua è una parabola dal respiro più ampio. Il protagonista ha perso la moglie da poco, sta costruendo una casa in mezzo al nulla e adora sua nipote; tutto ciò che accade si lega a questi tre elementi, che il regista ruota e impasta con una certa abilità, specie rispetto a come si destreggia tra i toni. A White, White Day sa essere infatti struggente, spietato ma anche leggero, addirittura affabile nel giro di poche sequenze. Dei passaggi che maturano con insolita naturalezza, tanto che per descrivere il genere, se proprio si vuole, si fa prima ad affidarsi ai vari stati d’animo del protagonista, con ovvio riferimento a come si manifestano. Sta lì il bello.

In extremis sono riuscito a recuperare uno dei titoli da me più attesi, ossia The Barefoot Emperor. Ho parecchio apprezzato il prequel, King of the Belgians (Un re allo sbando qui da noi), amato La quinta stagione, ed in più trovo che Peter Brosens e Jessica Woodworth siano tra i cineasti più intriganti che ci sono in Europa, i loro film mai banali, sempre pregni anzi. Nel primo, una commedia on the road in formato mockumentary, conosciamo il Re dei belgi ed il suo entourage; qui i nostri, dopo una visita a Sarajevo finita male, vengono rinchiusi su un’isola a largo della Croazia, dove ha risieduto il maresciallo Tito. Nel frattempo in Europa l’Unione Europea sta cadendo ed un losco gruppo d’insurrezionalisti ne sta creando una nuova. Il duo registico non si priva della chiave ironica, a tratti comica (come i nomi dati agli ospiti, ciascuno preso da politici e personaggi celebri), e men che meno rinuncia a fare un ragionamento che per forza di cose non può che essere abbozzato ma comunque tristemente veritiero sul tramonto di un Continente. In fondo basterebbe la boutade/provocazione di cui al titolo, tra il serio e il faceto. Giunti a questo punto, servirà un nuovo imperatore?

La giornata si chiude con Dreamland (sì, un altro con lo stesso titolo), interpretato, tra gli altri, da Margot Robbie. Attraversato da una corroborante nostalgia, questo western che è anche noir, ma pure, in maniera meno netta, un coming of age. Lei, la Robbie, è una rapinatrice di banche, che, in fuga dall’ultimo colpo andato male, incontra un ragazzo che si sta affacciando alla vita e guarda a queste storie di criminali braccati con un misto di fascino e paura. Il rapporto che s’instaura tra i due è tenero e al contempo intriso di sensualità, mentre sullo sfondo c’è un ambiente sospeso tra la realtà degli anni post-crisi del ’29 ed una dimensione più sfuggente, quasi soprannaturale. Una storia che conosciamo, forse perché attinge al Mito, ma qui riproposta con precisione, accortezza, ma pure un pizzico di amore per il cinema.

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