Torino 2019, ultimo giorno, chiude Knives Out

Eccoci giunti al traguardo. Inopportuno interrompere adesso il nostro modus operandi, affrettando conclusioni o anticipando bilanci. Qualcosa semmai diremo in sede di Palmares, giusto qualche impressione su questa edizione numero 37 del Torino Film Festival. Per ora concludiamo questa nostra serie di dispacci con i film della giornata.

Knives Out è il ritorno di Rian Johnson ad una dimensione relativamente più contenuta rispetto all'esperienza di Star Wars VIII. Johnson, è ormai acclarato, è uno che ci sa fare, non solo in qualità di cineasta ma di spettatore; non puoi infatti girare un giallo così codificato ma al tempo stesso ammodernato se tu per primo non hai più e più volte provato il gusto di leggerne o vederne. C'è molta ironia, affondando peraltro in questioni spinose, politicamente destabilizzanti; se vogliamo qui si fa qualcosa di simile a quanto fatto da Bong Joon-ho, sebbene Parasite sia un animale diverso, una specie a parte, mentre Knives Out contempla una specie che conosciamo, che però Johnson riesce in qualche modo a far propria.

A conferma che Onde è la sezione a cui ci si deve rivolgere se si vuole qualcosa di un po' più atipico qui a Torino, Yesterday There Were Strange Things in The Sky, del brasiliano Bruno Risas, costituisce un'intrigante variazione sul tema mockumentary, sebbene sfugga a qualsivoglia categoria, che è poi la ragione per cui vale la pena seguirne il discorso. Si tratta infatti di uno di quegli esempi in rapporto ai quali i meriti sono più nel tentativo di apportare un quid a livello di linguaggio, un approccio apparentemente naive ma in realtà più complesso ed elaborato di quanto sembra.

Chiudo il Festival così come l'avevo inaugurato, con un film in Concorso. Si tratta del piccolo Le choc du futur, opera prima del fondatore dei Nouvelle Vague, Marc Collin, che qui omaggia un tempo in cui fare musica voleva ancora dire qualcosa; e col periodo, ovviamente, il tributo ricade anche su chi concretamente votò la propria esistenza a questo sogno, avvertito come un'urgenza (la dedica del regista va in particolare ad alcune donne). La bella e fragile Alma Jodorowsky è perfetta per tutto ciò: una musicista che opera in un periodo in cui la tecnologia per la prima volta stava aprendo a mondi inimmaginabili ed inimmaginati fino a qualche decennio prima. Quasi interamente girato in una stanza, a conferma di questa condizione da reclusa, schiava della propria stessa ossessione, che però non si traduce in quel lasciarsi andare tipico della retorica dell'artista maledetto. Ana, la Jodorowski, è solo una ragazza che vuole fare musica, farla ascoltare e far si che venga apprezzata per questo, niente di più niente di meno; il suo volto ora ingenuo, ora speranzoso, ora triste, vale più di quanto si sia disposti a riconoscere a questo caloroso segmento a mio parere ancora oggi oltremodo attuale.

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