Bellucci in Ketticè racconta una madre prigioniera del suo ruolo sociale
A Locarno, oggi 9 agosto 2026, Giovanni Tortorici porta in concorso al Locarno Film Festival il suo secondo film, “Ketticé”, racconto dell’adolescenza a Palermo nel 2012 attraverso l’amicizia tra Giulio e Ketty, con Salvatore Gallina, Rachele Testagrossa e la partecipazione di Monica Bellucci, scelta per dare volto a una madre incapace di comunicare con il
A Locarno, oggi 9 agosto 2026, Giovanni Tortorici porta in concorso al Locarno Film Festival il suo secondo film, “Ketticé”, racconto dell’adolescenza a Palermo nel 2012 attraverso l’amicizia tra Giulio e Ketty, con Salvatore Gallina, Rachele Testagrossa e la partecipazione di Monica Bellucci, scelta per dare volto a una madre incapace di comunicare con il figlio.
“Ketticé”, Palermo 2012 vista dagli occhi di due adolescenti
Motorini, macchinette, rap, calcio, pomeriggi senza una vera direzione e adulti che parlano poco, o parlano male. È dentro questa Palermo del 2012 che Tortorici costruisce la storia di Giulio, sedicenne chiuso in una quotidianità fatta di scuola, famiglia e silenzi, prima dell’incontro con Ketty, ragazza più libera nei gesti e nelle parole, capace di aprire una breccia nella sua solitudine.
Il film, opera seconda del regista palermitano classe 1996 dopo “Diciannove”, nasce come un racconto di formazione ma evita la nostalgia facile. Tortorici guarda a quell’età con distanza e memoria insieme: “Il contesto culturale era quello del pieno berlusconismo”, ha spiegato il regista, ricordando un periodo in cui, a suo dire, mancavano anche riferimenti collettivi capaci di orientare i ragazzi. Non una tesi, piuttosto un clima. Quello delle case, delle scuole, dei cortili.
Monica Bellucci madre fragile: “Un ruolo nuovo per me”
Nel film Monica Bellucci interpreta la madre di Giulio, una donna stanca, trasandata, prigioniera di un ruolo sociale che non riesce più a sostenere. “È stata una bellissima esperienza lavorare con Tortorici”, ha detto l’attrice a Locarno, definendo il regista “giovane ma sicuro di sé”. Poi ha aggiunto: “Sa esattamente cosa vuole e ha firmato un film personale e unico”.
La sua figura materna sgrida il figlio perché studi, perché legga, perché rientri in un ordine che lei stessa non sa più abitare. Mangia merendine davanti alla televisione, urla invece di parlare, trasforma ogni confronto in una piccola resa dei conti domestica. “Questa madre rappresenta una donna il cui malessere si nasconde dietro la percezione di una famiglia e di una società in decadenza”, ha spiegato Bellucci, sottolineando l’impossibilità di scambio tra genitori e figli.
C’è anche una vena grottesca, quasi amara, nella sua interpretazione. In una scena prende un coltello in mano, ma non spaventa nessuno: resta, più che minacciosa, una donna bloccata dalla rabbia e dalla tristezza. Parlando del rapporto con la figlia Deva, modella e attrice, Bellucci ha sorriso: “Certo non mi rivolgo a lei urlando così, sennò apre la finestra e mi butta giù”. Poi, tornando seria, ha confidato che da madre prova a scegliere la calma, “perché è il modo migliore per avere un dialogo”.
Giovanni Tortorici dopo “Diciannove”: scuola, famiglia e potere sugli adolescenti
Rispetto a “Diciannove”, film più raccolto e attraversato da molti silenzi, “Ketticé” ha una struttura corale. Tortorici lo ha raccontato come un lavoro più aperto, dove il mondo esterno pesa di più sul protagonista: la scuola, la famiglia, lo Stato, le regole dette a tavola, gli sguardi degli adulti. Tutto contribuisce a definire il perimetro dentro cui Giulio si muove, spesso senza capire come uscirne.
L’amicizia con Ketty diventa allora una forma di difesa. Lui arriva da un contesto più formale, dove gli viene insegnato come stare composto, come parlare, come non disturbare. Lei porta con sé una libertà fisica e comportamentale che lo attrae, anche perché gli mostra una possibilità diversa. “Insieme trovano una libertà in questa amicizia e in questa evasione”, ha spiegato Tortorici, senza nascondere che pure Ketty vive pressioni e disagi.
Il tema del potere attraversa anche le generazioni. In una scena compare la nonna di Giulio durante un pranzo formale: interroga il nipote, mette in difficoltà la nuora, sembra custodire un’autorità antica e non negoziabile. A interpretarla è la vera nonna del regista, oggi novantatreenne. “Sembrava che aspettasse questo momento da sempre”, ha raccontato Tortorici, ammettendo di aver dovuto tagliare alcune battute perché lei cercava, sul set, di risultare più gentile con la nuora.
Casting nelle scuole di Palermo e la naturalezza dei giovani protagonisti
Per trovare i protagonisti, la produzione — tra i nomi coinvolti anche Luca Guadagnino — ha lavorato con due casting director, ma soprattutto ha scelto la strada dello street casting. La troupe è entrata nelle scuole di Palermo, ha incontrato molti ragazzi, ha osservato modi di parlare, posture, reazioni. Da lì sono arrivati Salvatore Gallina e Rachele Testagrossa, volti non professionisti su cui Tortorici ha costruito parte della forza del film.
Bellucci li ha definiti “meravigliosi”, colpita dalla naturalezza del loro lavoro e dall’intensità con cui riescono a stare in scena. Rachele, in particolare, ha contribuito anche con espressioni in palermitano, portando nel film una lingua viva, non ripulita. “Mi è piaciuta tanto anche caratterialmente, è molto impulsiva proprio come me”, ha raccontato il regista. E sulle zuffe tra ragazze, presenti nel film, ha tagliato corto: “A Palermo sì, succedono”.
Anche Salvatore Gallina ha riconosciuto nel personaggio di Giulio qualcosa di vicino. “Me lo sono trovato bene addosso”, ha ammesso, riferendosi ai momenti di solitudine del ragazzo. Quanto all’adolescenza, secondo lui, quella raccontata nel film non è così distante da quella di oggi. Cambiano i telefoni, forse i linguaggi, ma certe distanze restano: tra figli e genitori, tra desiderio e controllo, tra il bisogno di essere visti e la fatica degli adulti a farlo davvero.