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Cannes 2021, Lingui, recensione del film di Mahamat-Saleh Haroun

Le difficoltà di una madre e una figlia che uniscono le proprie forze per non lasciarsi stritolare da una comunità in Lingui di Haroun

Amina (Achouackh Abakar Souleymane) sta intagliando dei copertoni, da cui ricava una sorta di ferro filato al fine di assemblare dei recipienti che vende a poco. Un lavoraccio, che richiede una pazienza incredibile, oltre ad essere di per sé provante: nelle primissime sequenze di Lingui Mahamat-Saleh Haroun indugia infatti sulla fronte sudata di Amina, enfatizzando il respiro affannoso mentre si dà da fare.

La donna deve peraltro occuparsi non solo del suo di sostentamento ma anche di quello della giovane Maria (Rihane Khalil Alio). Silenziosa, scontrosa, Maria si trascina un peso di cui non riesce a parlare, sebbene di lì a poco se ne viene a conoscenza: la ragazza è incinta, quantunque del padre non se ne faccia menzione. A questo punto è opportuno evidenziare la fede di Amina, musulmana praticante ma non troppo convinta. Vi lascio immaginare la reazione della madre alla notizia che la figlia il nascituro non intende tenerlo, risoluta nella propria scelta di abortire.

Cominciano qui le vicissitudini delle due donne, due generazioni a confronto, chiamate a collaborare per non soccombere sotto quella che è più di una semplice pressione esercitata dalla comunità alla quale appartengono. Credo che uno degli elementi più interessanti di Lingui consista proprio nel rapporto tra Amina e Maria, o per meglio dire, nel loro procedere a tentoni ma con decisione in quella selva che è il contesto in cui operano. D’altronde lingui si traduce all’incirca come legami sacri, al cui significato può quindi essere affibbiata in questo caso una duplice valenza: i legami in questione possono infatti essere sia quelli di una maternità esplicità, così come come potrebbe riguardare il concetto di appartenenza alla propria terra, al posto in cui si è nati o semplicemente si vive, con tutto ciò che ne consegue, inclusa l’impossibilità, non di rado, di emanciparsene del tutto.

Ad ogni buon conto, manco a dirlo, non si tratta solo di ottenere l’aborto. In discussione qui c’è un intero apparato sociale, meno convenzionale rispetto a quello tratteggiato da chi insiste costantemente su concetti come patriarcato et similia, nonostante effettivamente si tratti di un contesto in cui la donna non ha acquisito ancora quel grado d’indipendenza, almeno in relazione a certe scelte fondamentali, che in Occidente tende ad esserle garantito.

Finché si muove su questo filo, tuttavia, Lingui non riesce a mettere davvero fuori la testa. Perciò tocca tornare ai personaggi di Maria e Amina, due persone, non due semplici profili, grazie alle quali però è possibile farsi un’idea su svariate cose. Lo si capisce quasi immediatamente: Amina cambia poco a poco, ancora influenzata da una cultura che ha assimilato in profondità, perciò il suo è un processo che necessita di tempo per giungere a maturazione; e quando arriva, l’Amina d’inizio film è quella della fine sono due persone completamente diverse. Non è poi così paradossale che Maria, al contrario, sia la stessa dall’inizio alla fine; voglio dire, non è lei quella chiamata a superare lo step successivo, anche se il fatto che la gravidanza sia la sua lascerebbe supporre il contrario.

Assecondando quel ritmo cadenzato tipico di certo cinema africano, non contemplativo ma senza dubbio imperniato sul gusto per l’osservazione, per i tempi dilatati, Lingui dà l’impressione di funzionare a dispetto della sua linearità, non viceversa. Questo perché gli eventi, di per sé, non si discostano da quanto già raccontato più e più volte, ossia le differenze talvolta sostanziali agli occhi di chi osserva certi scenari da una prospettiva diversa e lontana, dopo essersi confrontato con un’altra parte di mondo (viene da pensare a 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Mungiu in tal senso, fermo restando che si tratta di due film da non mettere sullo stesso piano già in premessa, non solo perché il rumeno di gran lunga migliore).

L’aspetto universale della vicenda risiede nelle piccole ma sofferte tappe delle due protagoniste, nonché nel modo estremamente farraginoso mediante il quale si trovano a dover conseguire il minimo obiettivo; dandoci così contezza sia della loro condizione che dell’ambiente entro il quale sono calate. Quando infatti Amina, stremata, promette a Maria che lasceranno quel posto, in fondo la si vede titubante, lo scarto tra il possibile e ciò che concretamente si può ottenere troppo marcato. Sì certo, tutto alquanto risaputo. L’epilogo liberatorio appare peraltro telefonato, ed anche per questo suona insincero, ma è un difetto su cui ci si deve applicare il giusto, proprio perché a quel punto il viaggio delle due donne è ha già assunto una certa forma. E, come già ravvisato, è di loro che c’interessa, di come hanno risposto alle sollecitazioni, non tanto delle ripercussioni di certe loro scelte sul dipanarsi degli eventi.

Lingui (Ciad/Francia/Germania/Belgio, 2021) di Mahamat-Saleh Haroun. Con Achouackh Abakar, Rihane Khalil Alio, Youssouf Djaoro, Briya Gomdigue e Hadjé Fatimé Ngoua. In Concorso.