You Can See Everything, il documentario su Elizabeth Holmes in corsa per l’Oscar
You Can See Everything, il documentario su Elizabeth Holmes diretto da Nathan Fielder, è candidato agli Oscar. Scopri la storia dei 34 giorni cruciali.
Quando un documentario su una truffatrice condannata supera i 15 milioni di dollari nel weekend di debutto negli Stati Uniti, è difficile ignorarne il peso culturale e cinematografico. You Can See Everything, il documentario su Elizabeth Holmes diretto da Nathan Fielder e co-diretto da Lance Oppenheim, è già uno dei titoli più discussi della stagione dei premi, con una corsa agli Oscar che si preannuncia tutt’altro che scontata.
Quasi tre ore su 34 giorni decisivi
La scelta strutturale del film è precisa e dichiarata: You Can See Everything non racconta l’intera parabola di Elizabeth Holmes, fondatrice di Theranos e figura centrale di uno degli scandali aziendali più clamorosi della storia recente della Silicon Valley. Il documentario si concentra sui 34 giorni che hanno preceduto il momento in cui Holmes si è presentata per scontare la propria pena detentiva. Una finestra temporale stretta, che Fielder e Oppenheim usano come lente di ingrandimento per osservare una donna condannata per frode in un momento di transizione radicale.
La durata — quasi tre ore — non è casuale. In un’epoca in cui la soglia di attenzione degli spettatori viene costantemente invocata come limite invalicabile, scegliere un formato così esteso per un documentario su una figura già ampiamente raccontata da serie tv, podcast e libri è una dichiarazione di intenti. Fielder, noto per il suo approccio obliquo e metodico alla realtà — costruita o documentata che sia — sembra voler restituire complessità a un caso che i media hanno spesso ridotto a una narrazione binaria: genio corrotto o impostora calcolata.
→ Leggi anche: You Can See Everything, il documentario di Fielder e Oppenheim su Elizabeth Holmes debutta con 15 milioni di dollari
Il peso di un’uscita A24 nella corsa agli Academy Awards
La distribuzione del film è affidata ad A24, il che già di per sé posiziona You Can See Everything in un territorio preciso: quello dei titoli che ambiscono alla credibilità critica prima ancora che al successo commerciale. Il fatto che il documentario abbia incassato più di 15 milioni di dollari nel solo weekend di debutto negli Stati Uniti dimostra che le due cose, in questo caso, non si escludono.
La candidatura agli Oscar è l’obiettivo dichiarato della campagna promozionale. Il documentario è considerato uno dei contendenti principali nella categoria, e la sua presenza nella conversazione degli Academy Award riflette sia la forza del soggetto — Holmes rimane una delle figure più polarizzanti dell’ultimo decennio americano — sia la reputazione crescente di Fielder come autore capace di muoversi tra finzione e realtà con una disinvoltura che pochi altri possiedono.
Per chi vuole seguire la campagna Oscar del film, The Hollywood Reporter ha analizzato in dettaglio le prospettive del documentario nella corsa alle nomination.
Nathan Fielder e Lance Oppenheim: una coppia improbabile e funzionale
La collaborazione tra Nathan Fielder e Lance Oppenheim merita attenzione. Fielder è noto soprattutto per lavori che sfidano le categorie — Nathan for You e The Rehearsal hanno costruito la sua reputazione come creatore capace di usare il formato documentaristico in modo profondamente autoriflessivo. Oppenheim, dal canto suo, ha un percorso più radicato nella tradizione del documentario osservazionale: il suo Summertime aveva già dimostrato una sensibilità per i soggetti in bilico tra pubblico e privato.
→ Leggi anche: NAZA, il documentario vincitore di Venezia trova distribuzione globale con Neon e The Guardian
Mettere insieme questi due approcci su un soggetto come Elizabeth Holmes — una donna la cui intera esistenza pubblica è stata costruita sulla performance di un’identità — produce un cortocircuito interessante. Il documentario non si limita a raccontare: interroga il proprio stesso diritto a farlo, e lo fa nei termini più concreti possibili, ovvero seguendo una truffatrice condannata nelle settimane in cui sa che la propria libertà sta per finire.
Elizabeth Holmes come soggetto documentaristico: un terreno già saturo?
La domanda legittima che molti si pongono è se ci fosse ancora qualcosa da dire su Holmes dopo The Dropout — la serie Hulu con Amanda Seyfried — dopo il podcast di John Carreyrou, dopo il libro Bad Blood e dopo anni di copertura giornalistica ossessiva. La risposta che sembra dare You Can See Everything è che il problema non era la quantità di materiale, ma il punto di osservazione.
Raccontare Holmes prima della prigione, in quei 34 giorni sospesi, significa rinunciare al processo come climax narrativo e alla condanna come punto di arrivo morale. Significa invece chiedersi cosa rimane di una persona quando la costruzione pubblica è già crollata e la realtà istituzionale ha già emesso il proprio giudizio. È una scelta che sposta il documentario dal genere del true crime verso qualcosa di più vicino al ritratto psicologico — o almeno questa è la scommessa che Fielder e Oppenheim sembrano aver fatto.
Che la scommessa sia vincente lo diranno i prossimi mesi, con le nomination agli Oscar che definiranno se l’Academy riconoscerà nel film la stessa urgenza che il pubblico americano ha già dimostrato con i biglietti acquistati. Per ora, You Can See Everything è il documentario di cui tutti parlano, e forse questo è già, di per sé, un risultato.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.