Duse, Valeria Bruni Tedeschi re-interpreta la “Divina”: la drammaturgia del personaggio fra passato e presente
Pietro Marcello porta in sala un ritratto di Eleonora Duse: Valeria Bruni Tedeschi riesce a mettere in mostra le fragilità di un’icona.
Duse è una presa di coscienza. Il quarto lungometraggio di finzione diretto da Pietro Marcello è un vero e proprio atto di consapevolezza nei confronti di un’icona senza tempo come Eleonora Duse. Riferimento per il teatro italiano e non solo, la cui drammaturgia incarna anche il volto stanco, sofferente e falcidiato dai soprusi di un Paese in preda alla tensione bellica che cerca una nuova dimensione attorno alla reiterazione della barbarie.
Duse è un biopic tutt’altro che tradizionale, in grado di accettare e sostenere la sfida di un racconto diverso. Marcello percorse questo sentiero già nel 2019, quando scelse Luca Marinelli per interpretare Martin Eden (performance che valse la conquista della Coppa Volpi), e sei anni dopo propone una nuova rappresentazione senza sconti partendo da quello che le cronache non hanno voluto o potuto raccontare.
Duse, l’altra faccia di un’icona
La “Divina”, così hanno sempre definito l’interprete, al tramonto: una donna che ha fatto della recitazione la propria ragione di vita, costretta a combattere con altri demoni che la portano lontano dalle scene, e forse nell’oblio di chi aveva amato o creduto di amare. Valeria Bruni Tedeschi restituisce, interpretando Eleonora Duse, lo smarrimento di una personalità che deve fare i conti con il peso della propria fama ma anche con il fardello della vecchiaia che porta con sè tante difficoltà e privazioni.
La salute non è più quella degli anni migliori, ma il fervore e la voglia di imporsi – malgrado tutto – restano e l’attrice lontana dalle scene deve fare i conti con l’incedere spietato della tubercolosi e la distanza degli affetti più cari, che diventano deboli e appena presenti nel momento più difficile della propria esistenza.
Un biopic sui generis
Duse non è un film sulla resilienza, ma un’opera che dimostra quanto il viale del tramonto – per gli interpreti ma non solo – possa essere motivo di traumi oppure un’occasione per iniziare un profondo periodo di analisi e meditazione. Eleonora Duse ha vissuto, alla sua maniera, entrambe le fasi: Marcello riesce a riproporre l’immagine e le suggestioni di colei che fu interprete di Teresa Raquin, dando nuova linfa e dignità al lavoro di Èmile Zola, quella musa ispiratrice in grado di conquistare e ammaliare Gabriele D’Annunzio. La donna che ha tratteggiato una nuova “Signora delle Camelie” partendo dall’opera di Dumas figlio fino ad arrivare alle protagoniste tragiche di Ibsen.

Una simile parabola storica, quasi sempre sotto i riflettori e sospinta dalla fama, deve avere anche un epilogo. Dare dignità alla fine, quando – gioco forza – per chiunque arriva il momento di tirare le somme (che non vuol dire necessariamente morire, ma trovare meno possibilità a pari necessità di stimoli), non è semplice. Eppure Marcello ci è riuscito grazie alla duttilità e alla presenza di Valeria Bruni Tedeschi: la quale ha riportato Eleonora Duse sul grande schermo scegliendo di puntare sull’autenticità.
Il personaggio diventa persona
Il dolore, lo smarrimento, l’assenza di punti fermi. Gli interrogativi che si fanno largo nella mente di una donna in completa trasformazione (e trasfigurazione) senza sconti, in un’Italia sospesa tra la fine della prima guerra mondiale e l’incedere del fascismo. Cambia tutto, come in un vortice di incertezza e paura che si staglia sul viso – che non è più solo maschera – di chi per una vita intera ha provato e dovuto mettersi nei panni altrui, senza appello alcuno. Arrivando, dunque, a mostrare il vero volto di chi ha sempre dato priorità alle storie degli altri senza mai perdersi nella propria. Forse proprio per evitare di sprofondare.
Il valore aggiunto di Duse è proprio questa contestualizzazione, anche con materiali di repertorio, dello sconforto che però non cede alla rassegnazione: le inquadrature nette, pulite, mai sfuggenti, mostrano le cicatrici sul viso di una donna – un’icona – che sta vivendo la propria personalissima Via Crucis con la dignità di chi ha dato tutto ma può ancora dare molto. Infatti, proprio nelle ultime interpretazioni di Eleonora Duse, si rintraccia un’umanità senza paragoni proprio perchè accompagnata dall’autenticità e imprevedibilità della malattia. In grado di colpire chiunque. Anche chi sembra (o forse dovrebbe esserlo per davvero) immortale.
La contestualizzazione del dolore
Valeria Bruni Tedeschi proietta, fra le altre cose, anche la paura più grande che pervade ogni tipo di performer: chi è abituato alla ribalta teme, più facilmente di chiunque altro, di essere dimenticato. Il diritto all’oblio, altro tema centrale di questo film, è un lusso concesso a chiunque ma sempre meno sono in grado di apprezzarlo.
Oggi è possibile capirlo anche grazie alle evoluzioni e agli studi intrapresi dalla psicologia, ma nel dopoguerra congedarsi con dignità – abbracciando senza vergogna le proprie paure più profonde – non era affatto scontato. Duse ce l’ha fatta con una coscienza e un pudore che soltanto l’onestà intellettuale e la genuinità di Valeria Bruni Tedeschi potevano restituire appieno.