Home Recensioni Frankenstein, recensione: il miracolo dell’imperfezione secondo Guillermo Del Toro

Frankenstein, recensione: il miracolo dell’imperfezione secondo Guillermo Del Toro

Nell’adattamento di Guillermo Del Toro, Frankenstein diventa una fiaba gotica: la Creatura non è un mostro feroce, ma un’anima innocente in cerca d’amore.

12 Novembre 2025 16:52

Dal 1818, anno in cui Mary Shelley pubblicò Frankenstein, o il moderno Prometeo, il mito della creatura assemblata in laboratorio continua ad affascinare e inquietare. Da oltre due secoli quella storia archetipica parla di solitudine alienata, incomprensione dell’altro e paura del diverso. Ogni epoca ha potuto rileggere Frankenstein a modo suo: come ammonimento sui limiti della scienza, metafora dell’uomo che gioca a fare Dio, o tragica allegoria dell’emarginato rifiutato dalla società.

La stratificazione di significati è ciò che rende Frankenstein sempre attuale. La creatura può rappresentare il diverso visto come nemico, l’innocenza corrotta dal rifiuto, il figlio abbandonato da un padre irresponsabile, o ancora l’umanità stessa di fronte alla propria imperfezione. Non stupisce quindi che registi e artisti continuino a tornare su questa storia, arricchendola di nuove sfumature ad ogni adattamento. Nel nostro immaginario collettivo Frankenstein è diventato un mito moderno, un simbolo multiforme in cui riconosciamo paure e speranze universali.

Frankenstein, un mito che non invecchia: tra Prometeo, il figlio e l’Altro

Frankenstein Guillermo Del Toro
Frankenstein di Guillermo Del Toro – Jacob Elordi

In questo panorama di adattamenti, Guillermo del Toro offre una versione profondamente personale di Frankenstein. E non potrebbe essere altrimenti. Il regista messicano, infatti, ha scandagliato l’universo dei “mostri” in lungo e in largo e per sua stessa ammissione Frankenstein è sempre stato più di un sogno, “una religione”. E in effetti il suo film (ora disponibile su Netflix) è più di un adattamento: Del Toro smonta e rimonta il mito di Frankenstein come farebbe Victor con il suo esperimento. Prende le parti storiche per saldarle a una sensibilità che conosciamo bene – quella che vede nei mostri una forma di bellezza ferita – fino a ottenere un film lirico, cupo e commovente.

Con Oscar Isaac, Mia Goth e Jacob Elordi, il regista firma un’opera che non cerca il brivido dell’horror puro ma la vertigine morale, etica. La Creatura, qui, non è un mostro arrivato per punirci: è un essere appena nato che impara la fame, la paura, l’attaccamento. E quando non trova amore, impara la rabbia. Del Toro ci porta per mano in questo viaggio facendoci ascoltare entrambe le versioni di una storia che pensiamo di conoscere ma che ci colpisce ogni volta. Ed è proprio questa la novità più grande: ora la Creatura narra il suo punto di vista e noi non possiamo che provare una tenerezza sconfinata per qualcuno (e non qualcosa!) che non ha chiesto di venire al mondo.

Lo sguardo di Guillermo del Toro sul mostro

Frankenstein Guillermo Del Toro
Frankenstein di Guillermo Del Toro

La prima rottura rispetto all’immaginario tradizionale sta quindi nel punto di vista. Guillermo Del Toro evita la coreografia della creazione come spettacolo di fulmini e bulloni: la materialità c’è, ovviamente, ma è incrinata dall’emozione. La scena che dà vita alla Creatura non è tanto un numero di prestidigitazione gotica, quanto un gesto intimo, quasi ostetrico. In questo spostamento si capisce già il film: non interessa (solo) la tecnica, interessa la conseguenza affettiva. E infatti vediamo la macchina da presa che cerca il volto, la pelle, lo sguardo dei protagonisti.

Victor (Oscar Isaac) è un uomo brillante e ferito, ottenebrato dalla sua genialità creativa, che confonde il superamento del limite con il risarcimento del lutto. La sua hybris ha infatti più il suono di una preghiera detta male, che l’arroganza di sostituirsi a Dio. La Creatura (Jacob Elordi), invece, è un corpo immenso attraversato da emozioni elementari: stupore, paura, desiderio di appartenere. È un bambino nel corpo di un gigante, e proprio questo paradosso genera tenerezza e inquietudine. Tra loro, la figura della donna, dolcissima e decadente. Mia Goth propone un’Elizabeth meno ornamentale del canone e più coinvolta nella rete sociale che condiziona Victor. È lei ad abbattere per prima i pregiudizi, a guardare oltre, ad arrivare al cuore della Creatura e riconoscerne l’affinità. Donna e “mostro”: entrambi outsider in un mondo che non è fatto per loro.

La Creatura: un’anima innocente in cerca d’amore

Il film mette in scena un’idea semplice e, allo stesso tempo, devastante: siamo responsabili di ciò che generiamo, biologicamente o simbolicamente. Fulcro di tutto il film è il rapporto tra il creatore e la sua Creatura: una relazione di amore negato che rispecchia quella tra un padre e un figlio. Victor, creatore smarrito, non regge lo sguardo di colui che ha generato e sceglie la fuga. Ed è proprio quel rifiuto a produrre l’orrore. Jacob Elordi, dal canto suo, è straordinario nel dare vita a una Creatura colossale nel corpo ma ingenua nell’animo.

Sotto strati di trucco prostetico (si parla di sessioni fino a 10 ore al giorno) emerge uno sguardo che trasmette dolore e dolcezza insieme. La Creatura, infatti, non nasce malvagia, ma diventa violenta quando tutto attorno le nega un nome, una voce, un posto. Del Toro non la assolve, tuttavia la comprende e ci invita a fare lo stesso: ogni rifiuto si deposita come una cicatrice, mentre ogni gesto di gentilezza apre al possibile.

Estetica gotica e carezza fiabesca: Frankenstein è la Creatura dolcissima di Guillermo Del Toro

Frankenstein Guillermo Del Toro
Frankenstein di Guillermo Del Toro – Mia Goth

Chi conosce il cinema di Guillermo del Toro sa quanto il regista ami i mostri e li tratti con compassione e anche in Frankenstein questa filosofia è palpabile. Il mondo visivo è la solita, sontuosa e bellissima officina: dalle nebbie dei cimiteri vittoriani alle aule austere dell’università di Edimburgo, fino ai ghiacci artici illuminati dall’aurora boreale, ogni ambientazione è curata nei minimi dettagli scenografici. Costumi e acconciature barocche, tecnologie d’epoca dal sapore steampunk, laboratori pieni di alambicchi e macchinari rugginosi: il mondo di Frankenstein secondo del Toro è al contempo tangibile e fiabesco.

È la stessa alchimia che il regista aveva trovato in Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua: lì come qui, l’immaginario fantastico è una lente per leggere la brutalità del reale. Quando la Creatura si ferma davanti a un ruscello, quando scopre il tepore di una stanza o la ferocia di una folla, lo sguardo del film sembra dirci che il mondo è sempre nuovo per chi non è stato ammesso.

In un’epoca in cui diversità e inclusività sono temi caldi, è evidente come questa storia di un essere rifiutato perché diverso possa risuonare più attuale che mai. Ecco perché il mito di Frankenstein non perderà mai potenza: parla della condizione umana, della ricerca di identità e amore, della responsabilità di un creatore verso la propria creazione. Guillermo del Toro aggiunge a tutto ciò la sua sensibilità filosofica e il suo amore per i freak, regalandoci un film che è insieme spettacolare e profondamente umano.