Hollywood continua a inseguire franchise sempre più grandi: ma i film-evento stanno diventando troppo costosi per fallire
I film-evento di Hollywood costano sempre di più e gli Studios non possono più permettersi di produrre un flop. Il risultato è un cinema sempre più blindato, che riduce il rischio creativo e punta su sequel, reboot e universi condivisi già collaudati. Un’analisi del circolo vizioso che sta trasformando l’industria cinematografica.
C’è una soglia che nell’industria cinematografica americana è diventata quasi un assioma: un film che costa oltre 200 milioni di dollari di produzione ha bisogno di almeno 500 milioni di incasso mondiale per essere considerato un successo. Con il marketing, quella soglia sale facilmente sopra i 600 perché anche i costi pubblicitari, sia in termini di produzione dei contenuti che di acquisizione degli spazi, sono saliti alle stelle.
È la matematica dei blockbuster contemporanei, e i numeri spiegano meglio di qualsiasi analisi culturale perché Hollywood continua a produrre sequel, reboot e spin-off invece di rischiare su storie nuove.
Il circolo vizioso del franchise
Il meccanismo è semplice. Un franchise consolidato — parliamo di Marvel, DC, Fast & Furious, Mission: Impossible, Jurassic World, Guerre Stellari — porta con sé un pubblico già formato e condolidato, una fanbase che si mobilita automaticamente forte di una riconoscibilità globale che riduce considerevolmente il costo di marketing. Non serve conquistare pubblico: quello di affezionati già c’è.
Costruire un nuovo franchise da zero significa investire in un brand che non esiste ancora, con tutti i rischi che questo comporta. Per gli studios, la scelta razionale è quasi sempre la stessa: espandere quello che già funziona.
Il problema è che questa logica si sta avvitando su se stessa. I budget crescono perché anche le aspettative del pubblico crescono — più effetti speciali, più star, più locations internazionali. Ma più i budget aumentano, meno i film possono permettersi di deludere. E meno possono permettersi di deludere, più diventano cauti, calcolati, privati di quel margine di rischio che è la condizione necessaria per fare qualcosa di davvero memorabile.
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I dati del 2025 e di questi primi mesi del 2026 mostrano qualcosa che l’industria degli Studios fa fatica ad ammettere. Diversi blockbuster da 200 milioni hanno deluso il box office, mentre film da budget medio — compresi tra 30 e 80 milioni — hanno spesso sovraperformato le aspettative.
Il cinema horror, che costa poco e rende tanto, continua a dimostrare che il pubblico non ha smesso di andare in sala: ha smesso di andarci per qualsiasi cosa. La scelta del cinema privilegia un appuntamento vissuto come un evento, qualcosa che non può vedere altrove.
Eventi e scelte alternativa
Cannes 2026 ha mostrato l’altra faccia di questa dinamica: film come Minotaur di Zvyagintsev o Fatherland di Pawlikowski — prodotti europei a budget contenuto, senza stelle hollywoodiane né effetti speciali — hanno dominato la conversazione critica. Il pubblico che cerca cinema d’autore sa dove trovarlo. Il problema è che quello stesso pubblico, in Italia come in Francia come in Germania, non riesce quasi mai a vederlo in sala. La proiezione dura pochissimi giorni, in sale molto piccole e a numero di copie limitato.
La domanda cui l’industria del cinema non ha ancora risposto è se il modello del franchise illimitato sia sostenibile, e per quanto lo sia. O se questa situazione che è una scelta industriale evidente e ben precisa stia avvicinandosi rapidamente a un punto di saturazione. I segnali ci sono. La risposta, per ora, da Hollywood, è stata semplicemente quella di investire ancora di più in ciò che, in teoria, dovrebbe portare incasso.