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Il Dio dell’Amore racconta la forza dei sentimenti in una Roma bella e “maledetta”

Il Dio dell’Amore è la commedia sentimentale di Francesco Lagi che descrive una globalizzazione emotiva mettendo in primo piano pregi e difetti dei rapporti umani. Un ritratto scanzonato della nuova epopea sentimentale tra storia e contemporaneità.

25 Marzo 2026 16:12

Parlare d’amore è un atto rivoluzionario, specialmente quando fuori l’aria è tutt’altro che serena. Portare i sentimenti al cinema, oggi, è un’operazione doverosa tra guerre, disparità e costanti tensioni che mettono il mondo in una posizione complessa per il proprio futuro e una sostenibilità che diventa sempre più utopica. Se la realtà e il quotidiano somigliano sempre più all’incipit di un romanzo distopico, a rimettere le cose a posto – almeno provarci – ci pensa Francesco Lagi con Il Dio dell’Amore che non è soltanto un film, ma una costante presa di coscienza: siamo questi, restiamo umani e fallibili. Anche nei sentimenti.

A maggior ragione, con tutto quello che comportano le nostre fragilità, innamorarsi è ancora più bello. Soprattutto quando il mondo fuori insegna che converrebbe quasi fare il contrario: ovvero chiudersi a riccio, non concedersi, per evitare di soffrire che già la vita ci sta mettendo di fronte a dure prove da mandar giù e metabolizzare. L’amore, però, non è un obbligo: è qualcosa che capita e, quando arriva, nessuno può farci niente. Il sentimento travolge ogni cosa e scombina ogni tipo di certezza.

Il Dio dell’Amore e la rivoluzione artistica dei sentimenti

Questo film, infatti, scompone ogni paradigma partendo dalla storia. Prima, però, chiede aiuto a un’alleata molto speciale. Roma, eterna, immortale e “maledetta”. Quella delle luci, delle ombre, del ponentino cantato da Trovajoli, di Rugantino e della suburra. Cuore, maschere e rudezza. Ma soprattutto tanto romanticismo e altrettanti posti dove trionfa la spensieratezza anche grazie a scorci senza tempo. Questo comunica, con toni accesi e colori vivaci, la fotografia di Carlo Bolli mentre Francesco Colella si aggira – con quell’aria confusa, sorniona e sognatrice – tra i ruderi dei Fori Imperiali.

Francesco Colella Cupido ne Il Dio dell'Amore
Francesco Colella ne Il Dio dell’Amore (Instagram profilo ufficiale) – Cineblog

L’attore, nella fattispecie, interpreta un Cupido in chiave moderna che supera la quarta parete per interfacciarsi con il pubblico e determina quelle che sono le nuove dinamiche dell’amore. Ogni epoca, e questo è l’altro aspetto del film che cattura, ha le proprie e Lagi cerca di mettere insieme tutte queste differenze e somiglianze per restituire una cartina tornasole di cosa significa – e quanto è importante – innamorarsi oggi. La storia si ripete, motivo per cui Roma torna a essere centrale, ma cambiano le sfumature, i particolari e le emozioni.

Globalizzazione emotiva e una nuova idea di innamoramento

Siamo al cospetto di una “globalizzazione emotiva” che riassume gli atteggiamenti, i vizi e i vezzi, di generazioni che si rincorrono per capire ancora una volta che volersi bene – amarsi – è l’unico modo per resistere. A cosa? A una vita frenetica e imprevedibile. Duemila anni fa come oggi, con la differenza che attualmente rincorriamo un ideale sentimentalismo che non sempre si sposa con la realtà dei fatti. Questo Lagi lo fa capire molto bene: amare vuol dire soffrire, ma anche investire tempo, curiosità e voglia. Volontà di riscoprirsi, mostrarsi fragili e bisognosi nonostante tutto.

Vinicio Marchioni in una scena de Il Dio dell'Amore
Vinicio Marchioni in una scena de Il Dio dell’Amore (Instagram profilo ufficiale) – Cineblog

Il cast corale composto da Anna Bellato, Enrico Borello, Benedetta Cimatti, Chiara Ferrara, Corrado Fortuna, Vinicio Marchioni, Isabella Ragonese, Vanessa Scalera, Leonardo Maddalena, Elia Nuzzolo riesce a dare forza e sostanza a dialoghi pungenti e dinamici che non annoiano mai il pubblico. Questa costante alternanza fra profondità emotiva e umorismo rende non solo appetibile l’opera, ma lascia lo spettatore con la voglia di capire cosa succede dopo i titoli di coda.

Una scrittura al servizio del cast

Il Dio dell’Amore non è il classico film sentimentale che finisce con la consueta catarsi. Lascia aperti una serie di scenari che possono essere punto di ripartenza per un eventuale sequel. Al momento facciamoci bastare questo, perchè la sceneggiatura firmata da Lagi (che si è occupato anche della regia) insieme a Enrico Audeino, premia la forza degli interpreti che hanno la capacità di rendere giustizia a ogni sfumatura pratica ed emotiva. I colori del cuore sono diversi e molteplici, anche nella modernità, e Il Dio dell’Amore li mostra tutti senza sconti né remore.

Una commedia brillante che si propone di far emergere il lato sentimentale dell’esistenza senza cedere alle lusinghe del sentimentalismo. Le persone coinvolte restano tali. Sembra tutto troppo perfetto, grazie all’intesa del cast, da risultare quasi fastidioso. Quello che lascia più interdetti è che, forse, nelle dinamiche proposte dal regista e i suoi autori, ci sono verità (anche scomode) inerenti a ciascuno di noi. L’amore, quello vero, non risparmia nessuno con pregi e difetti.

L’ecosistema romano

L’opera è girata a Roma, ma non sfrutta la romanità. Semmai attinge dal suo ecosistema. Le strade di Roma rendono tutto più autentico e prezioso, ma le vicende mostrate da Il Dio dell’Amore potrebbero svolgersi tranquillamente anche in un’altra grande metropoli. New York in primis. La Capitale d’Italia, tuttavia, rende tutto più autentico e apparentemente vicino. Senza contare che asseconda, nella sua accezione più positiva, l’idea di caos che coinvolge e trascina con sè qualunque cosa. Persino un sentimento inaspettato.

Menzione speciale per la musica: Il Dio dell’Amore è un’opera profondamente armonica. Non solo grazie all’apporto fondamentale di Stefano Bollani e Valentina Cenni. Le armonie musicali dipendono dal fatto che il regista e gli sceneggiatori hanno ragionato fin dall’inizio su come il film potesse essere accompagnato dall’adeguato sottofondo. In fin dei conti ciascuno di noi, nella stagione dell’amore, per citare Battiato, è pervaso da musicalità che non sembrava potesse arrivare a udire. Bollani e Cenni danno forma a tutto questo e persino il canto delle cicale diventa un evento irrinunciabile.

I nuovi paradigmi della commedia sentimentale

Un concerto aggiunto senza bisogno di pagare il biglietto. Il tagliando, tuttavia, per la visione si paga ma sono soldi ben spesi perchè Il Dio dell’Amore ricorda a tutti – una volta di più – che commedie sentimentali si possono e si devono fare al giorno d’oggi. Senza, però, il bisogno di reference antiquate e paragoni desueti.

L’amore, ai tempi dell’AI, cosa è diventato e soprattutto innamorarsi è ancora possibile? Il Dio dell’Amore prova a dare la risposta in poco meno di due ore da vivere intensamente, anche grazie alla capacità di chi ha saputo immergersi in questo progetto con una grazia – per i tempi che corrono – fuori dal comune. La quale, però, deve tornare di moda. Dentro e fuori dai cinema.