Sergei Loznitsa trionfa al BFI London Film Festival con Imperium
Sergei Loznitsa conquista il premio per il miglior film al 70° BFI London Film Festival con Imperium, documentario di 175 minuti costruito su archivi sovietici degli anni
Al termine della sua settantesima edizione, il BFI London Film Festival ha assegnato il premio per il miglior film a Imperium, il nuovo documentario di Sergei Loznitsa: un’opera di 175 minuti costruita interamente su materiale d’archivio girato da documentaristi italiani nell’Unione Sovietica degli anni Settanta. La vittoria di Imperium al BFI London Film Festival conferma Loznitsa come uno dei cineasti più capaci di trasformare la memoria collettiva in strumento critico del presente.
Un archivio ritrovato a Roma, un ritratto dell’impero sovietico
Il punto di partenza di Imperium è tanto concreto quanto sorprendente. Loznitsa ha scoperto il materiale filmato presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma — un istituto che conserva decenni di documentazione visiva legata ai movimenti progressisti europei. Tra quei nastri, il regista ucraino ha trovato ore di riprese realizzate da documentaristi italiani all’interno dell’Unione Sovietica negli anni Settanta: immagini che nessuno aveva trasformato in un film organico, in attesa di qualcuno capace di dargli forma e senso.
Il risultato è un documentario che non si affida a interviste, commenti in voce fuori campo o ricostruzioni. Loznitsa lavora come un montatore-storico: seleziona, ordina, accosta. Il film apre con una parata sulla Piazza Rossa — immagine archetipica del potere sovietico, rituale e spettacolare — e da lì si sposta verso le periferie dell’impero, mostrando la vita quotidiana, le celebrazioni locali, i volti della gente comune. È un movimento centrifugo, dal cuore simbolico del potere verso le sue propaggini territoriali e umane.
Perché Imperium vince al BFI London Film Festival in questo momento
La vittoria di Imperium al 70° BFI London Film Festival non è soltanto un riconoscimento artistico: è anche un gesto di lettura politica da parte di una giuria presieduta da Sam Pollard, documentarista americano noto per il suo lavoro su figure come Martin Luther King Jr. e Spike Lee. Scegliere un film che guarda all’Unione Sovietica degli anni Settanta — un sistema che si presentava come eterno e inevitabile — nell’autunno del 2026, mentre la guerra in Ucraina continua a ridefinire i confini della storia europea, è una scelta che porta con sé un peso che va oltre il merito cinematografico.
Imperium non è un film sulla Russia di oggi, ma chi lo guarda non può fare a meno di pensarci. Le parate, le cerimonie, la retorica visiva dell’ordine e della grandezza: tutto ciò che il materiale d’archivio mostra appartiene formalmente al passato, ma il cinema di Loznitsa ha sempre operato in quella zona di confine tra documento storico e diagnosi contemporanea. È la stessa logica che aveva guidato opere come Processo e Babi Yar. Contesto: usare immagini del passato per costringere lo spettatore a fare domande sul presente.
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La tecnica del montaggio come metodo critico
Con 175 minuti di durata, Imperium è un film che richiede — e guadagna — il tempo che chiede. La lunghezza non è un eccesso ma una strategia: Loznitsa costruisce la sua analisi attraverso l’accumulo, la ripetizione variata, il ritmo ipnotico di cerimonie e gesti codificati. Il montaggio non commenta, non ironizza esplicitamente, non inserisce didascalie esplicative. È lo spettatore a dover lavorare, a dover riconoscere i meccanismi di uno Stato che si mette in scena per sé stesso e per i propri cittadini.
Il fatto che le immagini siano state girate da documentaristi italiani aggiunge un ulteriore livello di complessità. Si tratta di uno sguardo esterno, di occhi occidentali — e in questo caso legati a una tradizione di cinema politico e militante — che osservano la macchina imperiale sovietica con una miscela di curiosità, simpatia ideologica e distanza geografica. Loznitsa recupera questo materiale e lo reinterpreta: quello che per i filmatori originali poteva essere testimonianza o persino ammirazione, diventa nella sua rilettura qualcosa di più ambivalente e più inquietante.
Loznitsa e il cinema d’archivio come forma d’arte autonoma
Negli ultimi anni, il lavoro di Loznitsa con il materiale d’archivio ha definito un approccio riconoscibile e sempre più influente nel documentario internazionale. Con Imperium, il regista ucraino porta questa pratica a un nuovo livello di complessità, sia per la provenienza del materiale — un archivio italiano, non sovietico — sia per la scala dell’opera. Il film non è una semplice compilazione: è una costruzione cinematografica che ha le proprie tensioni interne, il proprio ritmo narrativo, la propria logica visiva.
Il riconoscimento del BFI London Film Festival certifica che questo approccio viene riconosciuto non solo come pratica storiografica ma come forma d’arte cinematografica a pieno titolo. La giuria guidata da Sam Pollard ha scelto un film che non ha stelle, non ha dialoghi, non ha una storia nel senso convenzionale — e lo ha premiato come miglior film in competizione alla settantesima edizione del festival.
Per chi segue il documentario contemporaneo, Imperium è già un titolo da tenere d’occhio nella stagione dei premi internazionali. Per chi si avvicina al cinema di Loznitsa per la prima volta, è un punto d’ingresso impegnativo ma illuminante: un film che dimostra come le immagini del passato non siano mai soltanto archivio, ma sempre anche specchio.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.