In & Out: il film con Kevin Kline che ha cambiato la comicità LGBTQ+ negli anni ’90
La pellicola di Frank Oz, uscita nel 1997, affronta l’omosessualità con leggerezza e ironia anticipando i tempi e scardinando stereotipi.
In & Out esce nel 1997 in un panorama in cui l’omosessualità al cinema era spesso appannaggio del dramma o della macchietta. Frank Oz e lo sceneggiatore Paul Rudnick ribaltano l’assunto: partono dall’eco del discorso di Tom Hanks agli Oscar del ’94 e costruiscono una commedia brillante che usa l’ironia per smontare cliché, restando al tempo stesso dolce, accessibile e — parola oggi inflazionata, ma qui pertinente — inclusiva. Il risultato è un film che ride insieme ai personaggi ma mai dei personaggi, e che segna una piccola svolta nel racconto mainstream dell’identità.
In & Out: una commedia coraggiosa e pionieristica

L’assunto è elementare e geniale: un attore famoso ringrazia il suo ex professore durante la notte degli Oscar e, per sbaglio, ne rivela l’omosessualità in diretta. Nel paesino dell’Indiana scoppia il caso, mentre Howard Brackett (Kevin Kline) — professore di letteratura, fidanzato e prossimo alle nozze — è costretto a chiedersi quanto della definizione che il mondo gli ha appiccicato addosso corrisponda a chi è davvero. La regia di Frank Oz (La donna perfetta, Funeral Party) sceglie il tono di quella che è a tutti gli effetti una screwball comedy: ritmo elastico, gag costruite con cura, una leggerezza che rende accogliente anche il passaggio più spigoloso. È una commedia pensata per il grande pubblico, ma lucida nel mettere in scena l’ipocrisia della provincia e l’ossessione della stampa per l’etichetta.
L’omosessualità al cinema negli anni Novanta
Per capire la portata di In & Out va ricordato il contesto. A inizio decennio Hollywood aveva affrontato il tema soprattutto in chiave tragica (Philadelphia) o filtrandolo attraverso figure etero che “imparano la lezione”. Altrove l’omosessualità e la non conformità di genere venivano legate a minacce o devianze (si pensi alle polemiche su Basic Instinct o ad altre rappresentazioni ambigue nei thriller del periodo, su tutti Il silenzio degli innocenti).
Sul versante comico, i personaggi gay erano spesso ridotti a macchiette caricaturali o “migliori amici” utilizzati per strappare facili risate. Piccole eccezioni restano The Birdcage – Piume di struzzo (1996), remake de Il vizietto, che porta la famiglia queer nel centro della scena, e alcune commedie indipendenti capaci di normalità. In questo clima, mentre in TV Ellen DeGeneres faceva scalpore dichiarando la propria omosessualità e stava per arrivare la sitcom Will & Grace, il film di Frank Oz contribuì a rompere un tabù con il potere inclusivo della risata. In & Out sceglie infatti un’altra via: non la tragedia, non la macchietta, ma una fiaba moderna che lavora di sottintesi e sfuma i contorni fino a far emergere, dietro lo stereotipo, la persona.
Stereotipi ribaltati a suon di risate
La scrittura gioca con i cliché per capovolgerli. Howard ama Barbra Streisand, ha un senso dell’eleganza curato, insegna letteratura: tutti tratti che il film espone come segnali “ovvi” per poi mostrarne l’ovvietà fittizia. Emblematica è la scena del nastro motivazionale che gli impone di essere virile: “Gli uomini non ballano. Trattieniti. Sii uomo“. Parte la musica di I Will Survive di Gloria Gaynor e Kline, letteralmente, esplode in un balletto irresistibile. È l’esempio lampante di come la commedia funzioni perché al servizio di un’idea semplice: l’identità non è un elenco di spunte e l’ansia di rientrare nella checklist dell’eteromaschilità è ridicola prima ancora che oppressiva.
Il film è pieno di micro-scarti che umanizzano: il prete che ripete goffamente luoghi comuni, i compagni di scuola che passano dallo sfottò alla solidarietà, l’intera comunità che si specchia nelle proprie fisse. Il celebre bacio di 12 secondi tra il giornalista interpretato da Tom Selleck e Howard diventa un detonatore: non è pruriginoso, è un gesto dichiarativo che rovescia l’aspettativa sul maschio “macho” televisivo – cosa c’è di più macho di Magnum P.I.? -, che sposta l’asse dal sensazionalismo alla normalizzazione. In questo senso In & Out è più incisivo di molta satira perché non sermoneggia: mette il pubblico dalla parte dei personaggi, li invita a sbagliare con loro e a ricominciare meglio.
Kevin Kline e il cast giusto al millimetro
Se la macchina comica funziona così bene è grazie a un ensemble perfetto. Kevin Kline è in stato di grazia, orchestra tempi e sfumature con la naturalezza del grande attore: il suo Howard è goffo, tenero, attraversato da una confusione autentica che non diventa mai patetica. Kline fa ridere senza diventare macchietta, conquista senza strafare e accompagna lo spettatore in una presa di coscienza graduale che resta una delle sue prove più amabili. Joan Cusack, fidanzata mancata all’altare, è una lama di comicità che taglia e accarezza: fa scintille nel gesto slapstick e commuove nel momento in cui capisce di meritare — anche lei — una vita non di ripiego. Matt Dillon, star viziata che dà il via al cortocircuito, si prende in giro con sportività. Attorno, una galleria di caratteristi (Debbie Reynolds su tutte) che non sprecano una battuta.
Accoglienza e premi: come è stato ricevuto In & Out

La scommessa commerciale si rivela solida: In & Out incassa forte, resta in classifica e soprattutto conquista un pubblico trasversale, diventando una di quelle commedie di fine secolo che si rivedono volentieri in TV e in streaming. La critica ne riconosce la gentilezza di sguardo e l’astuzia del meccanismo comico, pur registrando qualche compiacenza verso la rispettabilità di provincia. A livello di premi, vinse il GLAAD Media Award come miglior film a tematica omosessuale distribuito su larga scala, Joan Cusack ottiene la meritata nomination all’Oscar e arrivano candidature ai Golden Globe.
Dal mondo LGBTQ+ il film viene accolto come un passo importante nella rappresentazione mainstream, tanto da essere ricordato, oggi, tra i titoli che hanno contribuito a spostare la rappresentazione dall’eccezione alla normalità.
Perché rivedere In & Out oggi
A quasi trent’anni di distanza In & Out non è un trattato né vuole esserlo. È una commedia di buone maniere che applica il galateo della risata a un tema allora scivoloso, con due intuizioni ancora preziose: l’identità non ha bisogno di permessi e la comunità cambia davvero solo quando può riconoscersi (e ridere) nei propri tic. Il film riesce là dove tanti titoli novanta fallivano, ovvero a evitare il dito puntato e la scorciatoia della presa in giro. La sua modernità sta nel gesto di normalizzazione: mostrare che la vita di Howard non “diventa” un tema quando lui accetta se stesso — è sempre stata vita.
In una stagione in cui il dibattito su rappresentazione e inclusione rischia di diventare polarizzato, rivedere In & Out è un promemoria leggero e lucidissimo: non c’è bisogno di gridare per cambiare l’aria, basta saper aprire le finestre. E pochi, in quegli anni, l’hanno fatto con la stessa eleganza, lo stesso garbo e la stessa risata contagiosa di Frank Oz e Kevin Kline.