Home Claudio Bisio L’ultima volta che siamo stati bambini: recensione per il “Giorno della memoria”

L’ultima volta che siamo stati bambini: recensione per il “Giorno della memoria”

In occasione del Giorno della memoria, Cineblog vi propone una recensione dell’esordio alla regia di Claudio Bisio basato sul romanzo di Fabio Bartolomei.

27 Gennaio 2024 17:20

Il Giorno della memoria è giunto dopo una settimana che come di consueto ha incluso nei palinsesti pellicole più o meno note, ma tutte incentrate sulla Shoah e quella mostruosità disumana che è stato l’Olocausto. Cogliamo l’occasione della ricorrenza per proporvi una recensione di L’ultima volta che siamo stati bambini di Claudio Bisio.

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Il contesto storico di ieri e di oggi

Viviamo un momento storico ad alto tasso di cinismo e di culto della personalità, in cui da una parte di si grida al fascismo ad ogni piè sospinto e dall’altra, ci riferiamo ad alcuni YouTuber e ai social media più in generale, in cui si spaccia il saluto romano per goliardia, l’antisemitismo torna a strisciare sotto varie forme e omofobia, sessismo e body shaming sono pane quotidiano di video “acchiappa-click” con cui i ragazzi “pasteggiano” quotidianamente. In questo scenario caotico dove chiunque può dire qualunque cosa, pessime figure di riferimento si trasformano in veri e propri esempi da imitare, gli americani li definirebbero “role models”, ci riferiamo ai vari Cruciani, Vannacci, Sgarbi, YouTuber da strapazzo e politicanti d’assalto).

In questo contesto in cui la memoria di quell’orrore che è stato il nazi-fascismo non solo è labile, ma viene contestata, c’è ancora spazio per raccontare quei tempi bui e oscurantisti con il piglio di un nostalgico ottimismo che solo l’infanzia riesce a trasmettere. E’ questo che “L’ultima volta che siamo stati bambini”, esordio alla regia dell’attore e comico Claudio Bisio, riesce a veicolare, aprendo un varco in un passato in cui qualcuno era ancora bambino e qualcun altro moriva per una libertà di cui oggi non si fa altro che abusare, legittimati da un’ignoranza ostentata come una medaglia da appuntare sul petto.

Un viaggio attraverso un’Italia ferita dalla guerra

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Il film di Bisio, basato sull’omonimo romanzo di Fabio Bartolomei, ci porta a Roma, estate 1943, dove facciamo la conoscenza di quattro bambini: Italo, Vanda, Cosimo e Riccardo. I quattro sono piuttosto vivaci e sprizzano voglia di vivere mentre, tra un bombardamento e l’altro, giocano alla guerra e imitano i fascisti con una ingenuità e purezza disarmanti. Quattro amici per la pelle, quattro storie diverse: il figlio del Federale, l’orfana ormai troppo grande per essere adottata, chi ha già provato sulla sua pelle la dittatura con il confino del padre, e un altro ancora che viene da un’agiata famiglia ebrea.

Nulla sembra poter scalfire l’affetto che li lega, ma il destino e le divisioni della Storia che insanguina l’Europa porteranno uno di loro ad essere deportato in un campo di sterminio in Germania, e gli altri tre ad intraprendere un viaggio lungo la ferrovia per raggiungerlo. La missione è trovare Riccardo e informare i tedeschi che il loro amico è un “ebreo fascista” e quindi deve essere liberato. La fuga dei tre non passerà e inosservata e sulle loro tracce si metteranno Agnese, suora dell’orfanotrofio in cui vive Vanda, e Vittorio, fratello di Italo. Lei cristianamente odia la violenza e lui è un “eroe” di guerra fascista: sono diversi e, al contrario dei bambini, lo sanno benissimo infatti litigano tutto il tempo.

Inizia così per tutti loro un viaggio attraverso una Italia allo stremo, fra soldati allo sbando, disertori, truppe di tedeschi occupanti, popolazioni provate e affamate, ma il destino ci metterà un’ultima volta lo zampino e il viaggio di fuggitivi e inseguitori culminerà con la tipica impronta tragica e luttuosa che contraddistingue ogni guerra, la terrificante e annichilente capacità di distruggere l’innocenza.

L’olocausto visto attraverso gli occhi dell’infanzia

Il film di Bisio riporta alla mente pellicole come Il bambino con il pigiama a righe e Stand by Me – Ricordo di un’estate, quest’ultimo un “evergreen” tratto da un racconto di Stephen King. Anche nel racconto di King un gruppetto di ragazzini intraprendeva un’avventura in grado di creare tra loro un legame indissolubile, ma in grado anche di cambiarli per sempre mettendoli di fronte alla fragilità della vita e alla brutalità della morte.

Claudio Bisio dirige con mano sicura, ma il punto di forza del film è una leggerezza di fondo che rende la visione fruibile a tutti. Il film di Bisio è un esempio di come si può veicolare un messaggio importante come la memoria dell’Olocausto attraverso lo sguardo spensierato dell’infanzia.

Questa chiave di lettura non significa che la parte più dura e traumatica della storia non sia presente, ma che la guerra viene narrata attraverso prospettive diverse che ne modulano la fruizione. C’è il racconto di formazione, il viaggio avventuroso con la missione da portare a termine e l’instaurarsi di grande amicizia lungo la strada. Questo mix di elementi narrativi è gradevolmente pervaso dall’ironia che contraddistingue il Bisio attore e comico, che ha scritto la sceneggiatura con Fabio Bonifacci. Un’ironia ben percettibile e particolarmente ficcante quando sarà il momento di mostrare l’ottusità della guerra, in special modo di chi la combatte fieramente dalla parte sbagliata.

“L’ultima volta che siamo stati bambini” si presenta come un’alternativa, uno sguardo originale dopo tanti racconti in materia. Un altro modo per coltivare la memoria della Shoah e della Seconda guerra mondiale. E anche se viviamo in tempi cupi dove l’ostilità pervade ogni ambito e il complottismo semina il sospetto, conservare e tramandare la memoria di chi ha vissuto uno dei momenti più bui dell’umanità si rivelerà esercizio utile contro l’ignoranza galoppante e anticorpo per ogni forma di vile negazionismo.

Il film è disponibile in streaming su: Apple iTunes / Rakuten TV / Mediaset Infinity

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