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Nemiche Amiche, recensione: il dramma con Julia Roberts e Susan Sarandon ci fa ancora piangere come il primo giorno

Un dramma familiare intenso che racconta le due facce della maternità e il valore della cura condivisa: ecco perché Nemiche Amiche è un film da riscoprire.

20 Settembre 2025 18:26

Quando Nemiche Amiche arriva nelle sale nel 1998, l’idea che una “matrigna” e una madre biologica potessero condividere lo stesso spazio affettivo nel cinema mainstream era tutt’altro che scontata. Chris Columbus, regista con un fiuto infallibile per il racconto popolare – lo ricordiamo per Mamma, ho perso l’aereo, Mrs. Doubtfire e i primi due Harry Potter – incastra il conflitto al centro del salotto di casa.

Isabel (Julia Roberts), fotografa cosmopolita, entra nella vita dei figli del suo compagno. Jackie (Susan Sarandon), madre elegante e super efficiente, difende il perimetro della famiglia da brava leonessa, con ironia e orgoglio. La prima metà del film è una commedia degli equilibri, che si dipana tra situazioni quotidiane, gelosie, regole non scritte, poi il viraggio melodrammatico con la malattia di Jackie sposta l’asse dal possesso alla cura.

Columbus non cerca soluzioni scandalistiche né moralismi, ma mette in scena la fatica di ridefinire i ruoli quando la realtà cambia per causa di forza maggiore, e lo fa con una regia trasparente che lascia parlare i gesti prima ancora delle parole.

Julia Roberts e Susan Sarandon: il loro duello in Nemiche Amiche è una coreografia ben studiata

Il dispositivo emotivo del film è il duetto fra le due protagoniste, due star che portano in dote una diversa idea di femminilità. Da un lato Julia Roberts lavora di sottrazione e fa della sua Isabel una donna che inciampa, sbaglia timing, alza barriere per difendersi e poi le abbassa senza proclami. In molte scene sceglie il non detto: uno sguardo abbassato, un sorriso trattenuto, la postura che cambia quando capisce che l’autorità non si conquista imponendosi ma con la semplice presenza.

Sarandon, dal canto suo, compone Jackie come un personaggio più sfaccettato del cliché della “mamma perfetta”: c’è l’ironia tagliente a cui l’attrice ci ha abituati, c’è la paura che si insinua nelle abitudini, c’è la decisione politica di restare madre anche mentre si prepara a lasciare il campo. Insieme tracciano due traiettorie di maternità che non si annullano l’una con l’altra: la maternità del legame di sangue e quella “elettiva” che si assume una responsabilità senza pretendere titoli.

Attorno a loro Ed Harris costruisce un padre assolutamente verosimile nella sua intermittente goffaggine affettiva, mentre Jena Malone e Liam Aiken, nei panni dei figli, restituiscono con misura due età differenti e la rabbia che ne deriva.

Chris Columbus tra melodramma e commedia domestica

Il regista orchestra il film con il mestiere del grande intrattenitore. La sua regia evita gli strappi e preferisce un montaggio che alterna respiro e close-up, lasciando alle scene di vita quotidiana il compito di sedimentare l’empatia nei personaggi e nella storia. Il melodramma è dichiarato, ma non insistito, la malattia non diventa spettacolo, è una presenza che riorganizza lo sguardo.

La fotografia calda, gli interni che raccontano i personaggi (la casa impeccabile di Jackie, lo studio creativo e un po’ disordinato di Isabel) e la colonna sonora in equilibrio tra orchestrazioni e pop contribuiscono a disegnare un habitat in cui possiamo riconoscerci e che rende il dolore comprensibile e la gioia condivisibile.

È un cinema casalingo nel senso migliore. Quello che si guarda insieme, che invita al commento e stimola discussioni: su come si cresce e su chi ha il diritto di dirsi genitore. Se a tratti il copione tende la mano alla prevedibilità, è proprio l’onestà della messa in scena a riportare tutto a una verità di sentimenti che resiste allo zucchero.

Nemiche Amiche e quella scena che non possiamo dimenticare

Ogni cult ha almeno una scena che si incolla alla memoria. In Nemiche Amiche è il momento in cui Jackie e i figli ballano sulle note di Ain’t No Mountain High Enough. È una scena simbolica e potente, in cui la cucina si fa palcoscenico dei sentimenti e il dramma viene accantonato in favore di un rito catartico che salda ancora di più il legame familiare. Un momento a cui aggrapparsi quando l’assenza sarà insopportabile.

Oltre a questo, nel film, la musica lavora a bassa voce. Accompagna, non schiaccia, suggerisce il nodo in gola che sappiamo arriverà e poi si ritrae quando bastano due silenzi ben posati. È anche per questo che Nemiche Amiche funziona così bene in tv: la sua partitura emotiva ha la misura del salotto, non chiede l’enfasi dello schermo grande per arrivare. E infatti ogni passaggio in TV è impossibile da perdere.

Un cult costruito nel tempo, che oggi apprezziamo più di ieri

Alla sua uscita, nel 1998, la critica si divise: chi parlò di buonismo, chi difese la misura non ricattatoria del dramma. Come sempre fu il pubblico a scegliere senza esitazioni, trasformandolo in uno dei successi più importanti del periodo.

Rivisto oggi, però, il film guadagna due meriti. Il primo è l’aver depotenziato un luogo comune, quello della “matrigna” come antagonista per definizione. Isabel non ruba nulla a Jackie, ma si guadagna lentamente e non senza errori un ruolo da comprimaria. Il secondo merito è il racconto della malattia senza pornografia del dolore: c’è spazio per la paura e per la rabbia, ma anche per la logistica degli addii, fatta di compiti, lezioni, giochi che continuano. È un modo di stare dentro la sofferenza che dialoga con la sensibilità contemporanea, sempre più attenta al lessico della cura condivisa.

Se a fine anni Novanta il film parlava soprattutto alle madri, oggi parla a tutte le figure che abitano una famiglia: padri, compagne, compagni, nonni, fratelli acquisiti. In questo senso, la sua eredità è meno da “lacrima facile” di quanto si pensi, anzi è una piccola educazione sentimentale di massa. È un titolo che ha insegnato a molti spettatori che la famiglia può cambiare forma senza perdere sostanza, che l’amore non si misura in gerarchie ma in responsabilità.

È prevedibile in qualche snodo, certo, a tratti anche zuccherino. Ma è onesto, limpido, capace di restare. E in un tempo in cui il racconto familiare è spesso spettacolarizzato o consegnato alla litigiosità permanente, quel suo invito a condividere il peso e la cura suona ancora come un atto di resistenza gentile. Ed è qualcosa di cui avremo sempre bisogno.